Contatore visite

Il Blog di Rifondazione Comunista di Assisi


lunedì 17 giugno 2013

Forum con Ferrero sul futuro di Rifondazione


Romina Velchi: Le amministrative hanno premiato il Pd, ma anche le liste di sinistra alternative sono andate bene. Che conclusione ne trai?
Ferrero: Innanzitutto il risultato più significativo delle amminsitrative è stata l’astensione che ci parla del fatto che metà della popolazione non pensa che la politica possa essere utile per risolvere i problemi che vive. In questo contesto di profonda sfiducia e drammatica lacerazione democratica, il risultato delle aggregazioni di sinistra esterne al centro sinistra ci parla di una possibilità. Dove queste aggregazioni hanno avuto la capacità di mettere insieme esperienze diverse, hanno avuto buoni risultati. In alcuni casi si trattava di aggregazioni tra forze politiche (Rifondazione e SEL, penso ad Ancona, Imperia e Avellino). In altri casi (Siena, Pisa, Isernia, Roma, Messina) si trattava di aggregazioni tra Rifondazione Comunista e forze di movimento o associative. Ecco, il punto fondamentale mi pare questo: in Italia l’esperienza delle amministrative ci parla della possibilità di dar vita ad una soggettività di sinistra, che nella misura in cui coinvolge in forme democratiche e paritarie il complesso delle forze che si pongono il problema dell’alterntiva, hanno una massa critica sufficiente a fare politica e a diventare un vero punto di riferimento, anche per elettori che alle politiche hanno votato M5S. Questo mi pare il punto politico da valorizzare.
Anna Maria Carlucci: Vorrei sapere se almeno alle elezioni europee si può fare una lista unitaria di tutti i micropartitini comunisti (Sinistra Popolare, Sinistra Ciritica, PCL, FdS) o se Rifondazione vorrà magari appoggiare da sola una eventuale candidatura di Ingroia al Parlamento europeo.
Ferrero: Rifondazione ha proposto e lavora per costruire anche in vista delle elezioni europee una aggregazione politica della sinistra antiliberista e anticapitalista. Riteniamo cioè necessario dar vita ad una aggregazione e ad una lista che si ponga in netta opposizione rispetto alle politiche di austerità praticate a livello europeo. In questo quadro abbiamo proposto che l’aggregazione di questo soggetto di sinistra non avvenga attraverso accordi o patti di vertice (tutti quelli fatti sin qui, dalla Federazione della Sinsitra a Rivoluzione Civile non hanno funzionato) ma attraverso un processo democratico e partecipato sul principio di una testa un voto. Nella misura in cui questa proposta sarà condivisa si riuscirà a costruire una lista unitaria della sinistra che trovi nel gruppo parlamentare europeo del GUE e nella Sinistra Europea il proprio punto di riferimento. Rifondazione Comunista infatti ha storicamente fatto parte in Europa del GUE ed è tra i fondatori in Europa del Partito della Sinistra Europea, di cui fanno parte anche SYRIZA, la LINKE, il Front de Gauche, Izquierda Unida, etc. Il nostro obiettivo per le elezioni europee è quindi di dar vita ad una aggregazione unitaria della sinistra italiana che faccia riferimento alla sinistra antiliberista e anticapitalista europea, autonoma e alternativa alle destre ma anche al partito socialista europeo che delle politiche di austerità è purtroppo protagonista.
Velchi: Ma perché in Italia è così difficile fare come in Grecia o in Spagna una Syriza o una Izquierda Unida?
Ferrero: Potrà sembrare strano ma io penso che il primo problema risiede nel sistema elettorale: il bipolarismo spinto ha determinato regolarmente la spaccatura della sinistra di alternativa tra chi riteneva necessario accordarsi con il Centrosinistra e chi riteneva necessario non fare accordi. Se guardi alle scissioni di Rifondazione Comunista nel corso della sua storia sono avvenute tutte su questo terreno, del rapporto col governo o con il PD. Non abbiamo mai litigato seriamente sui contenuti ma sulla collocazione politica. Anche l’ultima scissione di SEL è avvenuta su questo: la sinistra va costruita fuori o dentro il centrosinistra? Questo fatto è stato assai pesante e io penso che se avessimo un sistema elettorale proporzionale oggi la sinistra in questo paese avrebbe percentuali a due cifre, perché probabilmente in questi vent’anni sarebbe stata sempre all’opposizione e avrebbe potuto crescere come ha fatto il PCI nella prima repubblica. Detto questo è evidente che hanno pesato i nostri errori. La scelta attuata da Rifondazione Comunista di entrare nel governo Prodi nel 2006 ha a mio parere consumato in modo molto pesante i rapporti a sinistra e la successiva scissione di SEL ha ulteriormente aggravato il quadro. Inoltre, l’incapacità che abbiamo avuto sin’ora di costruire forme convincenti sul piano democratico e partecipato di unità a sinistra ha fatto il resto. Per questo credo che la strada per costruire anche in Italia un polo della sinistra di alternativa deve prevedere un processo democratico, partecipato, basato su una testa un voto e non sistemi di accordi di vertice che alla fine lasciano l’amaro in bocca a tutti. Basti pensare a come ha funzionato concretamente l’ultima disastrosa esperienza di Rivoluzione Civile.
Tonino Bucci: Nell’opinione pubblica è come se Rifondazione comunista fosse sparita. Dopo il risultato deludente della lista Rivoluzione civile, il partito non ha dato nessun segnale forte all’esterno all’indomani delle elezioni. Ci sarà un congresso, ormai dopo l’estate, è stato fatto qualche seminario, ma tutto si svolge all’interno del corpo militante, per altro sempre più esiguo. I tempi con i quali i partiti nascono e scompaiono sulla scena pubblica sono sempre più rapidi. Il destino delle forze politiche si misura anche sulla capacità di stare negli eventi, di muoversi nella comunicazione, di cogliere il disagio di un elettorato stanco. Non sarebbe ora di dare un segnale di discontinuità?
Ferrero: Caro Tonino, in primo luogo quando si subisce una sconfitta a me pare necessario capire bene quali sono le sue cause. Soprattutto in una situazione in cui il gruppo dirigente aveva nella sua larga maggioranza condiviso ogni passaggio della preparazione delle elezioni. Ragionare, scavare e discutere non è quindi un esercizio inutile ma la condizione per evitare di ripetere immediatamente gli stessi errori o di porre semplicemente il tema del cambiamente senza sapere dove andare e per fare cosa. Per questo la Direzione Naizonale, nello sbandamento seguito alla sconfitta, ha detto due cose molto chiare: in primo luogo che Rifondazione Comunista non andava gettata nel cestino ma rilanciata. In secondo luogo che il progetto di costruzione della sinsitra di alterntiva – esterna al centro sinsitra – doveva porsi su un terreno di partecipazione democratica evitando di ripetere le strade verticiste della Federazione della Sinistra o di Rivoluzione Civile. In questi giorni faremo un secondo passo attraverso la proposta di una campagna di massa sull’uscita dalla crisi che vede nella proposta di un piano del lavoro per due milioni di posti e nel tema centrale della redistribuzione del reddito i punti fondamentali. Ci stiamo quindi predisponendo a riprendere in modo allargato l’iniziativa politica del partito dopo la tornata delle elezioni amministative che ha visto impegnate numerose federazioni. Ovviamente considero un handicap grave il fatto che gli organismi dirigenti di Rifondazione Comunista si siano divisi dopo il voto. Se questo non fosse avvenuto, sarebbe ovviamente stato possibile essere molto più rapidi ed efficaci nel rilancio e nella ridefinizione del progetto di Rifondazione. Purtroppo così non è stato.
Giorgio Salerno: Caro Ferrero, non ho mai sentito da lei una sola parola sull’unificazione con il PdCI. Mi pare che la sua linea sia quella di costruire una aggregazione della sinsitra di alternativa. Ed i comunisti in Italia che devono fare? sciogliersi nella sinistra di alternativa? Non sarebbe opportuno cominciare ad unire i più vcini e poi vedere di allargarsi all’esterno?
Ferrero: Io sono d’accordo che occorre cominciare ad unire i più vicini. Infatti con la Federazione della Sinistra abbiamo messo insieme Rifondazione, PdCI, Socialismo 2000, e lavoro e Solidarietà. Il problema è che questa aggregazione si è sfasciata nel luglio dello scorso anno, in vista delle elezioni perché il PdCI ha scelto di andare a trattare con il PD sulla possibilità di stare dentro il centro sinistra. Dopo una fase di unità ci siamo quindi divisi sullo stesso motivo che aveva determinato la scissione del PdCI da Rifondazione Comunista. Dopo questa generosa esperienza risulta evidente che non basta chiamarsi comunisti per essere vicini: un partito o un soggetto politico si fa sulla base di una comune analisi di fase e di un comune progetto politico. Io sono per fare l’unità con chi ritenga necesasrio aggregare  la sinistra fuori dal centro sinistra, su un proprio progetto politico autonomo e non di fare la sinistra del centro sinistra. Per questo io continuo a dire che il punto fondamentale è l’autonomia della sinistra, cioè la concreta collocazione politica, non se ci si chiama comunisti o meno. Del resto questo è quanto è avvenuto in tutto il mondo: in Europa come in America Latina, le aggregazioni non sono avvenute su base ideologica ma sulla base dei progetti e della collocazione politica. La sinistra antiliberista e anticapitalista si è aggregata in America Latina come in Europa sulla base della propria autonomia politica, comprendendo comunisti e non comunisti. Spero di essere stato chiaro: il punto fondamentale, quello che definisce chi è vicino e chi è distante, è la collocazione politica concreta nel sistema politico e nelle relazioni sociali.
Mirella Lannutti: Caro Ferrero, ti faccio una domanda che sarebbe piaciuta anche a mio marito Giancarlo: siccome sono stufa di vedere le nostre percentuali di voto tra l’1 e il 2, ti chiedo: per caso, hai in mente una strategia per risalire magari tra il 4 e il 5? Grazie
Ferrero: Sì e si basa su tre punti. In primo luogo avanzare un progetto chiaro di proposte per l’uscita dalla crisi economica e sociale in cui viviamo. Nelle prossime settimane dovremo essere in grado di avanzare una proposta concreta che ci permetta di fare battaglia politica in tutto il paese che evidenzi in modo chiaro che la strada per uscire dalla crisi c’è e che se non viene praticata è perché i poteri forti non vogliono mettere in discussione i propri privilegi. Una proposta concreta quindi basata sulla redistribuzione del reddito, del lavoro, del potere e sulla riconversione ambientale dell’economia. Non posso qui dilungarmi ma il primo punto è questo: definire chiaramente Rifondazione Comunista come il partito che pone con chiarezza una strada concreta e praticabile per uscire dalla crisi, anche superando il feticcio europeista per cui tutto quello che arriva da Bruxelles è legge. Per uscire dalla crisi è necessario disobbedire a Bruxelles e rimettere al centro la sovranità popolare, a partire da quella del popolo italiano. In secondo luogo occorre costruire un fronte sociale che sia in grado di costruire conflitto sociale efficace contro le politiche di austerità. Uno dei disastri italiani è la sostanziale assenza di conflitto a fronte di un attacco durissimo alle condizioni di vita della gente. Operare quindi in tutti i modi possibili per costruire il conflitto, la solidarietà, le pratiche di mutualismo per evitare che la gente viva nella solitudine e nell’impotenza il peggioramento delle proprie condizioni di vita. In terzo luogo lavoriamo per costruire una sinistra di alternativa che aggreghi quelle centinaia di migliaia di persone che in Italia si impegnano in mille forme diverse contro il liberismo e l’austerità. Progetto di uscita dalla crisi, costruzione del conflitto e aggregazione della sinistra sono i tre punti con cui io penso sia possibile togliere dalla minorità la nostra proposta politica.
Maria R. Calderoni: caro segretario, sento dire da più parti, inclusi i nostri organismi dirigenti, che è necessario costruire un nuovo soggetto a sinistra, un soggetto ovviamente più bello e più forte che pria. Chiedo: con o senza Prc? E, nel caso, chi che cosa come dove quando? Grazie ciao
Ferrero: Cara Maria Rosa, io penso che un soggetto della sinistra antiliberista e anticapitalista debba essere costruito da tutti e tutte coloro che si riconoscono in un progetto di alternativa, compresi quindi i compagni e le compagne di Rifondazione. L’auspicabile nascita di questo soggetto attraverso un percorso democratico non mette in discussione l’esistenza di Rifondazione Comunista. In molti paesi è avvenuto questo processo: Izquierda Unida non ha sciolto il Partito Comunsita Spagnolo, il Front de Gauche non ha sciolto il Partito Comunista Francese, per non parlare delle esperienze latinoamericane. Rilanciare Rifondazione Comunista nel contesto della costruzione di una soggettività della sinistra di alternativa mi pare la cosa da fare: né isolamenti né sciogliementi o abiure.
Mario Fiorentino: Per difendersi dall’euro gli strumenti sono nazionali, che si fa?
Ferrero: si tratta di attuare una strategia di disobbedienza attiva. In primo luogo disobbedire ai trattati e forzare l’interpretazione degli stessi. Ad esempio non applicare il fiscal compact e le direttive privatizzatrici. In secondo luogo si tratta di mettere al riparo il finanziamento del debito pubblico dalla speculazione finanziaria internazionale. A questo riguardo stiamo lavorando su un progetto articolato che riguarda il ruolo attivo della Banca d’Italia, della Cassa depositi e prestiti, etc. Si tratta quindi di disobbedire attivamente mettendo per questa via in discussione il funzionamento dell’Unione europea e ponendo quindi le condizioni per una sua radicale ridefinizione o per la sua rottura nel caso in cui i potentati neoliberisti fossero indisponibili a qualsiasi modifica.

martedì 11 giugno 2013

Sabato 15 raccolta firme legge "Rifiuti Zero"


I mal di pancia all’interno della maggioranza sul bilancio 2013 non possono essere derubricati in maniera sbrigativa dal sindaco Ricci né tanto meno ci si può appellare ad una generica “disciplina di maggioranza” per richiamare all’ordine quei consiglieri che, legittimamente (magari per i motivi più disparati) dissentono dalla linea dettata dagli amici di partito.
Emergono da più parti diverse problematiche che questa giunta sembra non sapere, o volere, affrontare in maniera decisa e risolutiva; e non si tratta solo del bilancio, argomento sicuramente dirimente, ma anche il PRG e ora anche la raccolta differenziata.
Ci giungono segnalazioni da Tordandrea e Petrignano sul persistere della caoticità del porta a porta.
Addirittura si vocifera di una cattiva gestione della differenziata, che verrebbero mischiati senza la minima cura, in barba alla pazienza e alla collaborazione dei cittadini che cercano di svolgere al meglio la separazione dei rifiuti.
Questi legittimi dubbi hanno portato molti cittadini a chiederci espressamente di adoperarsi affinché sia presentata in consiglio comunale una precisa interrogazione per fare chiarezza, una volta per tutte, su questo spinoso argomento: abbiamo chiesto pertanto al consigliere Marcucci, che ci rappresenta in Consiglio Comunale e che ha immediatamente condiviso l’iniziativa, di aiutarci in questo compito.
Da sfondo a questo scenario i desolanti dati della raccolta differenziata pubblicati in questi giorni dalla Regione Umbria che vedono la città di Assisi fra gli ultimi posti, con appena il 23%, fra le maggiori città umbre.
Anche per questi motivi sabato pomeriggio dalle 15,00 alle 19,00 saremo in piazza a S. Maria degli Angeli per raccogliere le firme per presentare in parlamento un disegno di legge di iniziativa popolare sui “Rifiuti zero”, un testo elaborato da varie associazioni e comitati per dare organicità alla gestione del ciclo dei rifiuti.
Invitiamo tutta la cittadinanza e tutti le associazioni e i movimenti sensibili a questo tema a partecipare.


giovedì 6 giugno 2013

Il nemico che serve a Grillo




di Marco Sferini 


Non c’è bisogno di ripeterlo, ma tant’è lo ripetiamo tutti: Beppe Grillo sa come muoversi davanti alle telecamere. Ufficialmente non ne vuole nemmeno una ai suoi comizi, tranne quella che lo proietta nella rete di Internet e lo fa vedere “urbi et orbi” e che è sempre sul palco sorretta da un suo sostenitore.
Eppure Grillo, che lamenta di essere censurato e di veder maltrattato il movimento 5 Stelle, è il convitato di pietra – neppure tanto di pietra… – di ogni programma di intrattenimento politico, di ogni “talk show”. Lo è sempre, e lo è perché rifiuta di partecipare a questi momenti di confronto, secondo la strategia comunicativa di Casaleggio e della sua agenzia.
Ma allora perché, essendo uno dei più gettonati leader politici in tv, si percuote il petto e si lancia nella nenia della persecuzione giornalistica? Perché tutto questo vittimismo?
Credo che la risposta sia molto semplice: perché anche questo fa apparire eroico sia lui che il suo movimento. Senza individuare un qualunque nemico, un avversario irriducibile, come potrebbe mai suonare la grancassa dell’ “avanti miei prodi”, verso una rivoluzione italiana tanto promessa e tanto impossibilitata a concretizzarsi secondo lo schematismo e l’immobilismo grillino?
Ogni fenomeno insufficiente a sé stesso ha bisogno sempre, per mostrarsi, dimostrarsi e avanzare, di un nemico cui poter fare riferimento e al quale gridare nei momenti di difficoltà.
Dopo la cocente sconfitta delle elezioni amministrative, dove il movimento 5 Stelle ha più che dimezzato i voti a Roma e perso oltre tre quarti dei consensi nelle più grandi realtà che andavano al voto, è naturale intanto la minimizzazione del comico genovese che fa la distinzione – peraltro opportuna – tra piano locale e piano nazionale; ed è poi altrettanto naturale l’accusa di essere stato oscurato nella proposta del suo programma politico da televisioni, Internet, radio, mass media in generale.
La seconda è una bugia grande quanto il mare oceano; la prima è un’osservazione, come dicevo, opportuna che però deve tenere conto della particolarità del voto dato al movimento 5 Stelle.
Non siamo davanti ad un consenso “rigido”, ad un consenso – per usare le parole di un tempo – “ideologico”: lo stesso movimento e lo stesso comico si definiscono né di destra, né di centro, né di sinistra. Una novità dunque che, se si trattasse di fare un paragone, sarebbe simile a qualcosa di angelico, asessuato, privo quindi delle caratteristiche umanamente conosciute: qui, politicamente conosciute.
Questa pretesa di verginità politica è la prima presunzione confutabile del movimento: non è vero che non è di destra, né di sinistra o centro. E’ un movimento assolutamente classificabile ogni volta che si esprime.
Se una deputata in aula sostiene che a determinati giornalisti “bisognerebbe dare l’olio di ricino”, in quel momento è legittimo sostenere che sta parlando con un linguaggio quanto meno aggressivo, muscolare, anche storicamente poco opportuno al contesto parlamentare repubblicano, quindi offensivo e di destra? Non perché tutto quello che proviene da destra sia offensivo: ma di certo molte cose sono offensive per l’uguaglianza dei diritti sociali e civili.
Quando Grillo in persona, fingendosi faceto, si rivolge ai giornalisti e ne fa un elenco verbale e – sempre minimizzando per poter replicare o confutare le “cattive” e “maliziose” interpretazioni – dice che prima o poi farà i conti con Giovanni Floris, Corrado Formigli e i loro programmi, possiamo dire con assoluta liceità che fa un attacco immorale, incostituzionale, quindi una prova di forza anche solo verbale contro un elemento cardine della libertà democratica: l’espressione delle idee e il diritto di cronaca?
La strategia è lontana mentre la tattica la si vede fin troppo bene: “Ci prenderemo il Paese ad ottobre” dice il capocomico.
Probabilmente ha ragione nel calcolare gli effetti disastrosi di una crisi economica che il liberismo sta spingendo sempre più in avanti e contro le categorie sociali più deboli del Paese. Del resto anche la CGIL ha dimostrato numeri alla mano che occore una sessantina di anni per tornare a degli standard di minima decenza nei trattamenti del lavoro, nelle percentuali produttive e di rispetto dei salari che si avevano negli anni ’70 e ’80.
Il livello della disoccupazione è destinato a crescere e quindi non c’è salvezza per le proposte sensate, ragionate, soppesate in base ai rapporti di forza esistenti nell’agone sociale, politico ed economico.
C’è spazio, tanto spazio, per la presunzione, per l’arroganza, per lo “stile di Grillo”: lo dicono i suoi deputati e i suoi senatori. Lui parla così. E del resto potrebbe mai parlare diversamente? Lo potete immaginare seduto tra gli altri leader politici e sindacali a discutere?
La prevaricazione del tono della sua voce è appunto tale, è unidirezionale, non ammente contraddizione o risposta. Accetta solo l’urlo della piazza che grida sempre il solito mantra: “Tutti a casa!”.
E naturalmente il nemico numero uno è chi critica o adombra incongruenze tra il dire il fare del movimento 5 Stelle. Non è permesso criticare, non è concesso stigmatizzare nulla.
Se lo fai, ti becchi Crimi per strada che ti dice: “Voi (giornalisti) avete crato un castello di carta che serve a voi stessi”, o frasi simili. La colpa non è nostra, dice Crimi, i cattivoni siete voi. Sempre e solo voi.
L’anomalia politica di questo Paese ora, dunque, contempla oltre a Berlusconi a destra e oltre a quel curioso mai riuscito esperimento di fusione di politicismo cattolico e socialdemocratico chiamato “Partito Democratico” nell’alveo del centrosinistra, anche il grillismo tra mito, leggenda e speranza che ancora una volta sarà delusa.
L’Italia guarda “Striscia la notizia” e sogna i vendicatori più o meno mascherati di Antonio Ricci dalla tv e dal palco delle piazze il nuovo messia, il nuovo conducator di un Paese alla deriva morale, alla deriva politica e anche e soprattutto ad una deriva culturale.
Non c’è salvezza politica senza salvezza sociale, e non c’è politica buona senza un livello di civismo tale da poterla produrre.
Qui si inserisce il deficitarismo della sinistra italiana che va ricostruita. Ma questo vulnus non è del tutto politico: ha radici anche in un monoculturalismo che ha fatto di noi comunisti molto spesso dei soggetti dogmatici, dei cloni di altre generazioni scomparse.
Abbiamo esercitato noi per primi, in tutti questi ultimi anni, una presunzione enorme nel dirci e considerarci la forza di rappresentanza politica dei lavoratori e sapevamo benissimo che i lavoratori e le lavoratrici ci avevano voltato le spalle nella maggioranza dei casi.
Votavano al Nord principalmente un altro soggetto populista ma molto diverso dal movimento 5 Stelle: la Lega di Bossi e Maroni. Nemici e amici oggi, ma fratelli ieri in nome degli interessi di una media borghesia che ha tentato di imporsi sul resto del Paese e ha fallito solamente perché il grande padronato non è rimasto a guardare ma si è riorganizzato prima sotto l’improvvisazione berlusconiana e democratica e oggi, ben più compiutamente, si riconosce nell’unità del governo di Enrico Letta.
Beppe Grillo non ha un programma sul lavoro: parla dell’Ilva di Taranto, di andare a presidiarla due giorni con i suoi deputati e senatori ma non propone nessuna analisi critica nei confronti dell’impresa.
Non siamo, dunque, davanti ad un movimento classista, ma interclassista che ormai rappresenta il cliché dei partiti e dei soggetti politici che il Paese è abituato a conoscere: non più partiti schierati da una parte sociale sola, ma schierati con tutte e tutti gli strati della società. Così è per il PDL, così è per il PD e così è per il movimento grillino.
La tristemente ben nota opinione che del ruolo del sindacato ha Grillo, è facile da incasellare come opportunità di far lievitare ancora di più il più che giusto malumore e la rabbia dei lavoratori nei confronti di un sistema di protezione dei diritti che troppo spesso è stato messo al servizio della controparte invece che rimanere dalla propria.
Qualcuno ha detto che, in fondo, Grillo è una “tigre di carta”, riprendendo l’espressione di Mao Tse Tung verso gli Stati Uniti d’America.
Non condivido questo giudizio: penso che sia una tigre che ancora non ha tutte le unghie affilate, ma che viene cavalcata molto bene dai suoi padroni e spinta nella direzione giusta da chi intende impossessarsi di un sistema politico per scopi tutt’altro che pubblici.
C’è un grande inganno in tutto questo. Ma noi che lo denunciamo siamo dei complottisti, dei “conservatori”. Chi non lo vede invece è – per moda, illusione o per entrambe – il virtuoso del momento.

mercoledì 5 giugno 2013

Perché stavolta tocca a Istanbul



di Benjamin Petrini 

Le manifestazioni iniziate nei giorni scorsi nella zona europea di Istanbul, diventate poi rivolte anti-governative estese a tutto il paese, hanno una matrice sociale, politica ed economica più ampia della difesa di un piccolo parco cittadino nel cuore di Istanbul. Proprio il divieto della tradizionale manifestazione per i diritti dei lavoratori lo scorso primo maggio in piazza Taksim a Istanbul ha inaugurato la serie di episodi di violenza e repressione che si sono ripetuti nel corso delle ultime settimane, fino all’inizio degli scontri lo scorso sabato.
Adiacenti a piazza Taksim – simbolo del kemalismo e ritrovo storico del laicismo turco – i giardini del Gezi Park occupano una circoscritta e rarissima area verde. Il piano governativo di trasformare la piazza in un centro commerciale, con annessa moschea, rappresenta solo l’ultimo sfregio. La protesta si inserisce in un crescente clima di contestazione verso il governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, impegnato – a detta di numerose associazioni in difesa del patrimonio culturale di Istanbul – in una sistematica quanto frettolosa distruzione o rimozione dell’eredità storica, culturale ed architettonica della città.
A passi rapidissimi, la modernizzazione di Istanbul coinvolge un ammodernamento delle infrastrutture di trasporto, e la diffusione di complessi abitativi di lusso, centri commerciali e moschee – a supporto del binomio religione-business, vero cavallo di battaglia del Partito governativo Giustizia e Sviluppo (Akp). Tra gli altri, in cantiere vi sono la costruzione di un nuovo aeroporto (il terzo), un ponte sullo stretto del Bosforo (anch’esso, il terzo), e la quasi-fantascientifica proposta di aprire un canale occidentale per incrementare il flusso commerciale tra il Mar Nero ed il Mediterraneo. Sullo sfondo, la forte candidatura di Istanbul ad ospitare i giochi Olimpici del 2020.
La brutale repressione poliziesca e la concomitante paralisi degli organi di informazione turchi hanno offerto su un piatto d’argento la scintilla per la presente rivolta popolare: la difesa del Gezi Park diventa questione di dignità politica e morale per la cittadinanza laica di Istanbul, e di riflesso, dell’intera Turchia, e riceve solidarietà internazionale attraverso il rapido passaparola dei social network. Di qui l’ampia varietà che compone il panorama sociale delle rivolte: dagli studenti ai lavoratori precari, dai disoccupati ai piccoli imprenditori per passare attraverso associazioni di categoria, gruppi ultras che avversano la polizia, anarchici e quasi l’intero spettro dei partiti di opposizione (nazionalisti, sinistra laica, comunisti, partiti curdi).
Sul banco degli imputati siedono le politiche e la gestione del potere da parte del Akp – al governo dal 2002 e investito di un ampio mandato popolare alle ultime consultazioni del 2011 – ma da più parti accusato di crescente autoritarismo. Le critiche evidenziano pratiche di governo che esaltano l’efficienza ai danni del dialogo: in una società storicamente polarizzata come quella turca questo crea nuove tensioni e sospetti mai sopiti.
Se i successi della Turchia in campo economico nell’ultimo decennio sono innegabili, lo stesso non può dirsi circa le modalità e la gestione di tale boom economico – così come in politica estera per la criticata gestione della crisi siriana o del riavvicinamento con Israele. Secondo l’Economist intelligence unit (Eiu), nel periodo 2002-2011 la Turchia ha registrato una crescita economica media del 5,4%; il reddito medio pro-capite è addirittura triplicato da quasi 3mila dollari nel 2001 ai quasi 10mila nel 2011, attestando il paese al quindicesimo posto tra le potenze economiche mondiali e ponendolo al riparo dalla crisi economica che investe numerosi paesi europei. Ciò nonostante, diversi fattori minacciano la stabilità e la stessa legittimità di tale crescita, e sono alla base delle odierne proteste.
In primo luogo, vi è una parte della società turca che non accetta la marginalizzazione. Si tratta qui dell’acceso contrasto tra le tradizionali élite economiche ed una nuova classe imprenditoriale affiliata al Akp – come spiega Vali Nasr, autore di Forces of Fortune. Cresciute grazie a piccole e medie imprese, le nuove élite si raccolgono intorno ad organismi come la Musiad, una delle più grandi associazioni di imprenditori sponsorizzata dal AKP. A questo si aggiunge la mancanza di dialogo, comunicazione e partecipazione sulle politiche di sviluppo economico da parte del governo. Totalmente incapace di avviare un dialogo con le parti sociali e la società civile, il governo dimostra una crescente intolleranza (attraverso l’uso di pratiche repressive da parte delle forze di polizia) verso qualsiasi forma di dissenso e di protesta, a cominciare dalla libertà di stampa e dai diritti dei lavoratori.

martedì 4 giugno 2013

Napolitano, gli ex-comunisti e noi


di Dino Greco

La “fatwa” lanciata dai capitalisti e dai loro ideologhi contro il comunismo dopo la caduta del Muro ha prodotto ovunque molti danni. I peggiori dei quali nella testa dei comunisti medesimi, presto convertitisi e dediti con zelo all’abiura radicale del proprio passato, per riguadagnare, agli occhi dei vincitori, la perduta dignità politica e il diritto ad accomodarsi nei salotti del potere.
Come il poliziotto del film “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, gli ex comunisti hanno trangugiato il sale del pentimento ed hanno solennemente ripudiato non solo la falce e il martello, ma l’intera storia che ha forgiato quei simboli, gareggiando con i liberisti d’antan a chi con più lena e convinzione sostiene l’ordine di cose esistente. Ma, francamente, è giunta l’ora di metterci una pietra sopra. Costoro sono persi e da lì non potrà venire nulla di buono, tanto meno catartiche resurrezioni, perché un riflesso pavloviano impedisce loro di ripercorrere criticamente la propria storia, quella del movimento operaio, che non è stata elaborata, ma semplicemente rimossa.

Costoro sono semplicemente cooptati altrove. E vagano come le anime morte di Gogol, utili ad un gioco in cui sono altri i veri protagonisti o, se si preferisce, gli “utilizzatori finali”.

Come ognuno può tristemente constatare, non vi è più argine capace di contenere la “ruzzola” politica del Pd che ha reciso anche il più fragile ormeggio (ideale? culturale? politico?) a sinistra e procede al traino del Pdl, di questa impresentabile destra.
L’approdo prossimo venturo – dopo lo sconquasso dei diritti del lavoro, del welfare, della legge elettorale iper-maggioritaria, della sovranità popolare ceduta alla Bce e via demolendo – è la madre di tutte le “riforme” istituzionali: la trasformazione dell’Italia in una repubblica presidenziale. Tutto avviene tranquillamente, senza patemi o crisi di coscienza, con squisito afflato bipartisan.

Le risate di licio Gelli staranno raggiungendo il cielo: neppure lui avrebbe potuto immaginare che il suo “Programma di rinascita nazionale” avrebbe raccolto così entusiasti proseliti, che i gravissimi capi d’accusa per i quali fu arrestato e condannato sarebbero stati riciclati nei programmi di governo. E che gli atti che gli valsero l’accusa di eversione sarebbero stati ripuliti al punto che se una cosa oggi stupisce è che al vecchio fondatore della Loggia P2 non siano ancora stati revocati gli arresti (dorati) nella sua villa Wanda aretina.

Nel 2003, quando tante porcherie anticostituzionali dovevano ancora venire, Gelli se ne uscì con queste parole, in un’intervista a Repubblica.it: “Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la Tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa. Tutto nel ‘Piano di Rinascita’, ed è finita proprio come dicevo io”. E invece non era ancora finita. Né lo è ora.
Come nel 1815, quando le ultime tracce della rivoluzione furono divelte dalle forze reazionarie per tornare all’Ancien régime, così qui da noi si procede, con gli stivali delle sette leghe, verso la totale abrogazione della Costituzione, chiudendo finalmente i conti con il più prezioso lascito della rivoluzione democratica e antifascista.

Per ironia della sorte, mentore e mallevadore di questa “fuga nell’opposto” è Giorgio Napolitano, i cui trascorsi comunisti stridono sinistramente contro un presente che ha sepolto con un doppio strato di calce viva ogni segno di quel passato.
Il fatto è che la deriva dei democrat non restituirà il soffio della vita a chi comunista è ostinatamente rimasto e a chi ancora, nonostante tutto, lo diventa, pur in questi durissimi anni di emarginazione, non certo per fare dell’impotente testimonianza.
Ecco, questo è il punto. Ci è chiesto un di più, di creativo, di evolutivo, come Marx seppe fare per primo e raccomandò di non dimenticare, se lo scopo è quello di produrre un cambiamento reale e profondo nei rapporti sociali, evitando perciò di consegnarsi all’adorazione di feticci o di ricette preconfezionate. E’ un lavoro duro. Che costa impegno e fatica, perché non contempla scorciatoie e non si riduce alla sloganistica radicale o alla protesta, anche se urlata a pieni polmoni.

Sin qui – pare evidente – non siamo stati all’altezza del compito. Ma la costruzione di una sinistra non velleitaria esige che si sappia elaborare un paradigma trasformativo, talmente robusto da poter combattere, ad armi pari, contro il capitale, la battaglia per l’egemonia. E che le lotte sociali, da frammentarie e scollegate che sono, trovino in quel progetto il terreno unificante. Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Ma lì è la sfida. Cercare, trovare il bandolo della matassa è il compito che attende i comunisti. Altrimenti, malgrado gli immani disastri provocati, saranno ancora i padroni di sempre, coadiuvati dal loro inesausto esercito di maitre a penser, a guidare la danza.

Rilanciare la Rifondazione Comunista



«La risposta di questo attivo è che ci sono i termini per proseguire come Rifondazione. E il congresso che si farà sarà sul “come”, non sul “se”».
Dopo trentatrè interventi, Paolo Ferrero, conclude l’attivo dei segretari di circolo del Prc dell’Italia centrale nella sala romana di Via Dancalia, al quartiere Africano, sede dell’associazione Articolo Tre. «Il rilancio avverrà in una forma non settaria ma, se non ci fosse, Rifondazione andrebbe reinventata».
In sala oltre centocinquanta militanti venuti da Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise e, ovviamente, Lazio. Parecchi i giovani segretari, una trentina le donne. Un dibattito fitto che ha composto un puzzle di contesti diversi nei quali operano quotidianamente circoli di dimensioni differenti e con diversi livelli di radicamento, di città e paesi in cui la crisi dà luogo a reazioni diverse del quadro politico.
Era la prima volta, dalla fondazione del partito, che i segretari di circolo venivano convocati in plenaria – sebbene in cinque assemblee distinte per macroregioni (contemporaneamente a Milano c’erano 250 persone, a Napoli 80 mentre in Sicilia e Sardegna analoghi attivi si sono tenuti un paio di settimane fa). Dalle difficoltà di costruzione del partito e dell’unità della sinistra fino al rapporto col sindacato e con i movimenti sociali, dall’analisi variegata degli esiti delle elezioni amministrative fino alle aspettative per il congresso e alle modalità di azione sui territori passando per una generale richiesta di ascolto al partito nazionale. «Che la sintesi venga dopo e non piova dall’alto», è stato detto in uno degli interventi (ciascuno dei quali è disponibile sul canale del Prc su livestream).
La relazione introduttiva è stata svolta proprio dal segretario nazionale di Rifondazione che ha spiegato come i risultati migliori delle amministrative sono stati registrati quando il Prc s’è presentato lontano dal Pd ma non da solo. Con Sel come a Imperia e Ancona, con liste di cittadinanza come a Pisa e Siena ma non nel «furibondo isolamento» di Vicenza e Brescia. Sull’esperienza romana, dove Prc e Pdci erano in coalizione con i Pirati e la Repubblica Romana di Sandro Medici ha pesato in maniera determinante l’oscuramento mediatico che, nelle città di provincia, si riesce ad aggirare con migliore fortuna.
Il caso di Marano (60mila abitanti nel napoletano) dove Rifondazione va al ballottaggio o il caso di Lodi dove la candidata del Prc è la più votata del consiglio comunale dimostrano, secondo Ferrero, che «la partita non è finita».
La domanda fatidica è stata posta con nettezza: «Rifondazione è morta? Ci sono le condizioni per ripartire?». Ripartire dal Prc è necessario ma non sufficiente – ha detto ancora – necessario per favorire le aggregazioni, insufficiente se si sceglie l’isolamento. Ma il senso di necessità «non è abbastanza forte nel partito», ha avvertito ricordando che, di gran lunga, Rifondazione ha una capacità militante anche più consistente di chi ha più voti. «Disperderlo sarebbe criminale».
La crisi è sempre più pesante e boccia l’ipotesi di uno sbocco politico da cercare condizionando da sinistra il Pd. Sel ha scelto questa strada entrando nel Pse, il partito europeo che ha costruito i trattati del liberismo. Il tema su cui insiste è quello dell’autonomia e dell’alternatività al centrosinistra ma senza «estremismo parolaio». L’unità della sinistra, dunque, non può che essere concepita «fuori dal centrosinistra»: «Non basta dire “a sinistra del Pd», specifica Ferrero quando mette al corrente l’assemblea che Rifondazione è indisponibile a forme pattizie di agglutinamento come è stata Rivoluzione civile. L’unico criterio possibile di unità partecipata è quello di “una testa un voto” per costruire una sinistra autonoma che si ponga l’obiettivo di un’uscita dalla crisi.
La questione dell’attualità del comunismo viene collocata dentro la crisi, senza alcun cedimento a torsioni nostalgiche: «Noi siamo “ancora” comunisti, non siamo un partito tutto chiacchiere e distintivo – spiega Ferrero – siamo comunisti perché il Capitale non dà risposte ai problemi dell’umanità».
Ma il partito deve cambiare il suo modo di funzionare in relazione ai settori sociali colpiti dalla crisi, deve lavorare sui linguaggi e stabilire modalità efficaci di comunicazione e connessione interna. «Bisogna pensare a come si sta dentro la rete che oggi è la principale forma di organizzazione», dice in un passaggio che chiama in causa anche Liberazione e allude a un lavoro più ampio di presenza sul web per parlare dentro e fuori il partito. Tutto ciò sarà tema di uno specifico seminario prima di arrivare al congresso.
Il futuro prossimo, a sentire Ferrero, vedrà il partito «valorizzare le esperienze unitarie», ad esempio con un appuntamento nazionale convocato dai candidati sindaci della Rete delle città solidali. Rifondazione «lavora per abbattere i muri, prova a dialogare con tutti, costruisce relazioni, cerca garanti per un percorso unitario efficace».
Tra le indicazioni finali c’è l’idea di impegnare il partito in una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare su un piano del lavoro (due milioni di posti da finanziare con la patrimoniale e la lotta all’evasione fiscale) e per una modifica alla Costituzione che consenta il referendum sui trattati europei. La Rifondazione che verrà dovrà provare, infatti, a «scassare Maastricht e un’Europa irriformabile per linee interne di trattativa» e mostrerà, federazione per federazione, elementi di lavoro concreti. Pensa, il segretario, alla costruzione del conflitto, a forme di contrattazione sociale – il blocco degli sfratti – e forme di mutualismo. Il citato successo di Lodi avviene in una città dove agiscono da anni una quindicina di Gap, gruppi di acquisto popolare.

venerdì 31 maggio 2013

Rifondazione riparte



Sabato 1 giugno si svolgeranno le Assemblee delle/dei segretarie/i di circolo di Rifondazione Comunista. Per favorire la partecipazione, rispondendo anche alla necessità di ridurre gli spostamenti e i costi conseguenti, le Assemblee si articoleranno territorialmente: a Milano per il Nord, a Roma per il Centro, a Napoli per il Sud.
Ciò segue analoghe iniziative svolte il 19 maggio in Sicilia e in Sardegna. Queste assemblee si inseriscono nel percorso congressuale straordinario, deciso dal Comitato politico nazionale, che si concluderà entro l’anno e che si sta articolando con i seminari tematici promossi dalla Commissione politica già insediata, con gli attivi regionali, le assemblee e le riunioni degli organismi di circolo e di federazione che si sono svolte all’indomani delle elezioni politiche.
Le assemblee delle/dei segretarie/i di circolo sono importanti sia come momento di “ascolto” del Partito, dei dirigenti, dei militanti, delle realtà di base che rappresentano il punto di forza di Rifondazione, sia come momento di confronto e orientamento sulla proposta di rilancio di Rifondazione e della ricostruzione di una sinistra alternativa anche nel nostro Paese.
Sinistra alternativa che, come dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, può articolarsi mettendo in rete le esperienze territoriali, in modo unitario e partecipato, capace di avanzare proposte in grado di rispondere anzitutto alla crisi sociale che interessa il nostro Paese e l’Europa.
Su questo è bene che emerga un piano di lavoro, di iniziative precise che consentano al Prc ed alle forze della sinistra di misurarsi con proposte concrete e la costruzione di consenso, condivisione, messa in campo di forze.
Queste assemblee sono state precedute dall’avvio di una “Inchiesta sul Partito” che tende a ricostruire con maggior dettaglio la presenza e la qualità dell’azione diffusa del Prc.
E’ utile precisare a chi si rivolgono queste Assemblee, cioè quali sono le articolazioni del Prc:
dal congresso del dicembre 2011 emerge una articolazione in 1.415 circoli (605 al Nord, 440 al Centro, 254 al Sud, 59 in Sicilia e 57 in Sardegna sulla base delle suddivisioni regionali precedentemente indicate per lo svolgimento delle Assemblee)
gli iscritti al 31/12/2012 sono 31.901 (per ulteriori dati è possibile visitare il sito www.rifondazione.it).
Rifondazione da sola, lo abbiamo sempre detto, non è certo forza sufficiente, ma questi dati segnalano un importante radicamento che si traduce nella presenza attiva del Prc in tutte le lotte.
Mettere a valore la risorsa delle/dei nostri militanti è il primo modo concreto per cambiare noi stessi e contribuire alla ricostruzione di una sinistra che abbia nei comunisti un punto di forza.