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Il Blog di Rifondazione Comunista di Assisi


martedì 4 giugno 2013

Napolitano, gli ex-comunisti e noi


di Dino Greco

La “fatwa” lanciata dai capitalisti e dai loro ideologhi contro il comunismo dopo la caduta del Muro ha prodotto ovunque molti danni. I peggiori dei quali nella testa dei comunisti medesimi, presto convertitisi e dediti con zelo all’abiura radicale del proprio passato, per riguadagnare, agli occhi dei vincitori, la perduta dignità politica e il diritto ad accomodarsi nei salotti del potere.
Come il poliziotto del film “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, gli ex comunisti hanno trangugiato il sale del pentimento ed hanno solennemente ripudiato non solo la falce e il martello, ma l’intera storia che ha forgiato quei simboli, gareggiando con i liberisti d’antan a chi con più lena e convinzione sostiene l’ordine di cose esistente. Ma, francamente, è giunta l’ora di metterci una pietra sopra. Costoro sono persi e da lì non potrà venire nulla di buono, tanto meno catartiche resurrezioni, perché un riflesso pavloviano impedisce loro di ripercorrere criticamente la propria storia, quella del movimento operaio, che non è stata elaborata, ma semplicemente rimossa.

Costoro sono semplicemente cooptati altrove. E vagano come le anime morte di Gogol, utili ad un gioco in cui sono altri i veri protagonisti o, se si preferisce, gli “utilizzatori finali”.

Come ognuno può tristemente constatare, non vi è più argine capace di contenere la “ruzzola” politica del Pd che ha reciso anche il più fragile ormeggio (ideale? culturale? politico?) a sinistra e procede al traino del Pdl, di questa impresentabile destra.
L’approdo prossimo venturo – dopo lo sconquasso dei diritti del lavoro, del welfare, della legge elettorale iper-maggioritaria, della sovranità popolare ceduta alla Bce e via demolendo – è la madre di tutte le “riforme” istituzionali: la trasformazione dell’Italia in una repubblica presidenziale. Tutto avviene tranquillamente, senza patemi o crisi di coscienza, con squisito afflato bipartisan.

Le risate di licio Gelli staranno raggiungendo il cielo: neppure lui avrebbe potuto immaginare che il suo “Programma di rinascita nazionale” avrebbe raccolto così entusiasti proseliti, che i gravissimi capi d’accusa per i quali fu arrestato e condannato sarebbero stati riciclati nei programmi di governo. E che gli atti che gli valsero l’accusa di eversione sarebbero stati ripuliti al punto che se una cosa oggi stupisce è che al vecchio fondatore della Loggia P2 non siano ancora stati revocati gli arresti (dorati) nella sua villa Wanda aretina.

Nel 2003, quando tante porcherie anticostituzionali dovevano ancora venire, Gelli se ne uscì con queste parole, in un’intervista a Repubblica.it: “Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la Tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa. Tutto nel ‘Piano di Rinascita’, ed è finita proprio come dicevo io”. E invece non era ancora finita. Né lo è ora.
Come nel 1815, quando le ultime tracce della rivoluzione furono divelte dalle forze reazionarie per tornare all’Ancien régime, così qui da noi si procede, con gli stivali delle sette leghe, verso la totale abrogazione della Costituzione, chiudendo finalmente i conti con il più prezioso lascito della rivoluzione democratica e antifascista.

Per ironia della sorte, mentore e mallevadore di questa “fuga nell’opposto” è Giorgio Napolitano, i cui trascorsi comunisti stridono sinistramente contro un presente che ha sepolto con un doppio strato di calce viva ogni segno di quel passato.
Il fatto è che la deriva dei democrat non restituirà il soffio della vita a chi comunista è ostinatamente rimasto e a chi ancora, nonostante tutto, lo diventa, pur in questi durissimi anni di emarginazione, non certo per fare dell’impotente testimonianza.
Ecco, questo è il punto. Ci è chiesto un di più, di creativo, di evolutivo, come Marx seppe fare per primo e raccomandò di non dimenticare, se lo scopo è quello di produrre un cambiamento reale e profondo nei rapporti sociali, evitando perciò di consegnarsi all’adorazione di feticci o di ricette preconfezionate. E’ un lavoro duro. Che costa impegno e fatica, perché non contempla scorciatoie e non si riduce alla sloganistica radicale o alla protesta, anche se urlata a pieni polmoni.

Sin qui – pare evidente – non siamo stati all’altezza del compito. Ma la costruzione di una sinistra non velleitaria esige che si sappia elaborare un paradigma trasformativo, talmente robusto da poter combattere, ad armi pari, contro il capitale, la battaglia per l’egemonia. E che le lotte sociali, da frammentarie e scollegate che sono, trovino in quel progetto il terreno unificante. Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Ma lì è la sfida. Cercare, trovare il bandolo della matassa è il compito che attende i comunisti. Altrimenti, malgrado gli immani disastri provocati, saranno ancora i padroni di sempre, coadiuvati dal loro inesausto esercito di maitre a penser, a guidare la danza.

Rilanciare la Rifondazione Comunista



«La risposta di questo attivo è che ci sono i termini per proseguire come Rifondazione. E il congresso che si farà sarà sul “come”, non sul “se”».
Dopo trentatrè interventi, Paolo Ferrero, conclude l’attivo dei segretari di circolo del Prc dell’Italia centrale nella sala romana di Via Dancalia, al quartiere Africano, sede dell’associazione Articolo Tre. «Il rilancio avverrà in una forma non settaria ma, se non ci fosse, Rifondazione andrebbe reinventata».
In sala oltre centocinquanta militanti venuti da Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Molise e, ovviamente, Lazio. Parecchi i giovani segretari, una trentina le donne. Un dibattito fitto che ha composto un puzzle di contesti diversi nei quali operano quotidianamente circoli di dimensioni differenti e con diversi livelli di radicamento, di città e paesi in cui la crisi dà luogo a reazioni diverse del quadro politico.
Era la prima volta, dalla fondazione del partito, che i segretari di circolo venivano convocati in plenaria – sebbene in cinque assemblee distinte per macroregioni (contemporaneamente a Milano c’erano 250 persone, a Napoli 80 mentre in Sicilia e Sardegna analoghi attivi si sono tenuti un paio di settimane fa). Dalle difficoltà di costruzione del partito e dell’unità della sinistra fino al rapporto col sindacato e con i movimenti sociali, dall’analisi variegata degli esiti delle elezioni amministrative fino alle aspettative per il congresso e alle modalità di azione sui territori passando per una generale richiesta di ascolto al partito nazionale. «Che la sintesi venga dopo e non piova dall’alto», è stato detto in uno degli interventi (ciascuno dei quali è disponibile sul canale del Prc su livestream).
La relazione introduttiva è stata svolta proprio dal segretario nazionale di Rifondazione che ha spiegato come i risultati migliori delle amministrative sono stati registrati quando il Prc s’è presentato lontano dal Pd ma non da solo. Con Sel come a Imperia e Ancona, con liste di cittadinanza come a Pisa e Siena ma non nel «furibondo isolamento» di Vicenza e Brescia. Sull’esperienza romana, dove Prc e Pdci erano in coalizione con i Pirati e la Repubblica Romana di Sandro Medici ha pesato in maniera determinante l’oscuramento mediatico che, nelle città di provincia, si riesce ad aggirare con migliore fortuna.
Il caso di Marano (60mila abitanti nel napoletano) dove Rifondazione va al ballottaggio o il caso di Lodi dove la candidata del Prc è la più votata del consiglio comunale dimostrano, secondo Ferrero, che «la partita non è finita».
La domanda fatidica è stata posta con nettezza: «Rifondazione è morta? Ci sono le condizioni per ripartire?». Ripartire dal Prc è necessario ma non sufficiente – ha detto ancora – necessario per favorire le aggregazioni, insufficiente se si sceglie l’isolamento. Ma il senso di necessità «non è abbastanza forte nel partito», ha avvertito ricordando che, di gran lunga, Rifondazione ha una capacità militante anche più consistente di chi ha più voti. «Disperderlo sarebbe criminale».
La crisi è sempre più pesante e boccia l’ipotesi di uno sbocco politico da cercare condizionando da sinistra il Pd. Sel ha scelto questa strada entrando nel Pse, il partito europeo che ha costruito i trattati del liberismo. Il tema su cui insiste è quello dell’autonomia e dell’alternatività al centrosinistra ma senza «estremismo parolaio». L’unità della sinistra, dunque, non può che essere concepita «fuori dal centrosinistra»: «Non basta dire “a sinistra del Pd», specifica Ferrero quando mette al corrente l’assemblea che Rifondazione è indisponibile a forme pattizie di agglutinamento come è stata Rivoluzione civile. L’unico criterio possibile di unità partecipata è quello di “una testa un voto” per costruire una sinistra autonoma che si ponga l’obiettivo di un’uscita dalla crisi.
La questione dell’attualità del comunismo viene collocata dentro la crisi, senza alcun cedimento a torsioni nostalgiche: «Noi siamo “ancora” comunisti, non siamo un partito tutto chiacchiere e distintivo – spiega Ferrero – siamo comunisti perché il Capitale non dà risposte ai problemi dell’umanità».
Ma il partito deve cambiare il suo modo di funzionare in relazione ai settori sociali colpiti dalla crisi, deve lavorare sui linguaggi e stabilire modalità efficaci di comunicazione e connessione interna. «Bisogna pensare a come si sta dentro la rete che oggi è la principale forma di organizzazione», dice in un passaggio che chiama in causa anche Liberazione e allude a un lavoro più ampio di presenza sul web per parlare dentro e fuori il partito. Tutto ciò sarà tema di uno specifico seminario prima di arrivare al congresso.
Il futuro prossimo, a sentire Ferrero, vedrà il partito «valorizzare le esperienze unitarie», ad esempio con un appuntamento nazionale convocato dai candidati sindaci della Rete delle città solidali. Rifondazione «lavora per abbattere i muri, prova a dialogare con tutti, costruisce relazioni, cerca garanti per un percorso unitario efficace».
Tra le indicazioni finali c’è l’idea di impegnare il partito in una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare su un piano del lavoro (due milioni di posti da finanziare con la patrimoniale e la lotta all’evasione fiscale) e per una modifica alla Costituzione che consenta il referendum sui trattati europei. La Rifondazione che verrà dovrà provare, infatti, a «scassare Maastricht e un’Europa irriformabile per linee interne di trattativa» e mostrerà, federazione per federazione, elementi di lavoro concreti. Pensa, il segretario, alla costruzione del conflitto, a forme di contrattazione sociale – il blocco degli sfratti – e forme di mutualismo. Il citato successo di Lodi avviene in una città dove agiscono da anni una quindicina di Gap, gruppi di acquisto popolare.

venerdì 31 maggio 2013

Rifondazione riparte



Sabato 1 giugno si svolgeranno le Assemblee delle/dei segretarie/i di circolo di Rifondazione Comunista. Per favorire la partecipazione, rispondendo anche alla necessità di ridurre gli spostamenti e i costi conseguenti, le Assemblee si articoleranno territorialmente: a Milano per il Nord, a Roma per il Centro, a Napoli per il Sud.
Ciò segue analoghe iniziative svolte il 19 maggio in Sicilia e in Sardegna. Queste assemblee si inseriscono nel percorso congressuale straordinario, deciso dal Comitato politico nazionale, che si concluderà entro l’anno e che si sta articolando con i seminari tematici promossi dalla Commissione politica già insediata, con gli attivi regionali, le assemblee e le riunioni degli organismi di circolo e di federazione che si sono svolte all’indomani delle elezioni politiche.
Le assemblee delle/dei segretarie/i di circolo sono importanti sia come momento di “ascolto” del Partito, dei dirigenti, dei militanti, delle realtà di base che rappresentano il punto di forza di Rifondazione, sia come momento di confronto e orientamento sulla proposta di rilancio di Rifondazione e della ricostruzione di una sinistra alternativa anche nel nostro Paese.
Sinistra alternativa che, come dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, può articolarsi mettendo in rete le esperienze territoriali, in modo unitario e partecipato, capace di avanzare proposte in grado di rispondere anzitutto alla crisi sociale che interessa il nostro Paese e l’Europa.
Su questo è bene che emerga un piano di lavoro, di iniziative precise che consentano al Prc ed alle forze della sinistra di misurarsi con proposte concrete e la costruzione di consenso, condivisione, messa in campo di forze.
Queste assemblee sono state precedute dall’avvio di una “Inchiesta sul Partito” che tende a ricostruire con maggior dettaglio la presenza e la qualità dell’azione diffusa del Prc.
E’ utile precisare a chi si rivolgono queste Assemblee, cioè quali sono le articolazioni del Prc:
dal congresso del dicembre 2011 emerge una articolazione in 1.415 circoli (605 al Nord, 440 al Centro, 254 al Sud, 59 in Sicilia e 57 in Sardegna sulla base delle suddivisioni regionali precedentemente indicate per lo svolgimento delle Assemblee)
gli iscritti al 31/12/2012 sono 31.901 (per ulteriori dati è possibile visitare il sito www.rifondazione.it).
Rifondazione da sola, lo abbiamo sempre detto, non è certo forza sufficiente, ma questi dati segnalano un importante radicamento che si traduce nella presenza attiva del Prc in tutte le lotte.
Mettere a valore la risorsa delle/dei nostri militanti è il primo modo concreto per cambiare noi stessi e contribuire alla ricostruzione di una sinistra che abbia nei comunisti un punto di forza.

giovedì 30 maggio 2013

Contano i voti, non solo le percentuali


di Alfonso Gianni 

È passato diverso tempo da quando mi iscrissi al Partito comunista italiano. Per la verità dovrei dire alla Federazione giovanile, ma allora non vi era molta differenza, essendo il grado di autonomia di quest’ultima dal partito praticamente inesistente. Era l’ottobre del 1964. Il segretario del Pci era venuto meno nell’agosto di quell’anno, quindi quel tesseramento prese il nome di “leva Togliatti”.

Tra le prime cose che in sezione mi insegnarono ne ricordo in particolare tre: attacchinare i manifesti, possibilmente senza farsi beccare dalla volante (allora la polizia aveva tempo da perdere), cosa che naturalmente mi successe alla seconda uscita con il secchio di colla in mano; leggere i testi “minori” di Marx (ad esempio “Salario, prezzo e profitto”) per poterli poi spiegare in apposite riunioni a chi non poteva essere avvezzo agli studi; a contare i voti di ogni tipo e grado di elezione, non limitandosi alle percentuali, per percepire esattamente pensieri e umori dell’elettorato e relative linee di tendenza.
Nessuno insegna e fa più queste cose. E si vede. Una piccola parte della crisi della politica, dei partiti e della sinistra in particolare deriva anche da questo, oltre che da fenomeni epocali. Ed è proprio sulla terza questione che conviene soffermarsi all’indomani di un’importante tornata elettorale amministrativa.
Già le elezioni politiche si erano concluse con un sorpasso in discesa e di esigua misura del centrosinistra sul centrodestra, cioè con il contemporaneo arretramento di entrambi e con un bel 25% di elettorato risucchiato dall’astensione. Sono passati pochi mesi e la cosa si ripete ancora peggiorata. Eppure non sembrerebbe, stando alle dichiarazioni trionfanti in particolare degli esponenti del centrosinistra. Il pericolo grillino appare momentaneamente ridimensionato, ma la disaffezione alle urne sale alle stelle.
Prendiamo il test più significativo, quello di Roma, dove almeno si è manifestato un largo distacco tra Marino e Alemanno e dove purtroppo Sandro Medici, schierato alla sinistra di Marino, non ha raggiunto il quorum per entrare in consiglio comunale. Dunque parrebbe un tripudio per il centrosinistra. Ma non lo è se i voti si contano per davvero.
In un quadro generale in cui l’astensione ha toccato vette inimmaginabili fino a poco tempo fa, il Partito democratico prende 267.605 voti, perdendone ben 253.118, quasi la metà. Nel 2008, infatti, aveva raggiunto 520.723 voti, pur perdendo poi nel ballottaggio. Se si guarda ai voti di lista si vede che la somma dei voti ottenuti da tutte le organizzazioni che hanno sostenuto Marino non raggiunge la cifra dei voti del solo Partito democratico nel 2008: infatti si ferma a 433.714, quasi 90 mila voti in meno.
Il confronto viene fatto ovviamente fra elezioni tra loro omogenee. Ma anche se si volesse mischiare carote con patate, considerando nello stesso arco di tempo, elezioni di diverso livello, la linea discendente del centrosinistra risulterebbe confermata.

Come si faccia, quindi, a trarre da queste elezioni amministrative (anche gli altri capoluoghi confermano tendenze analoghe) la conferma di uno stato di salute vigoroso del centrosinistra e per di più sposarlo con il contemporaneo rafforzamento del governo delle larghe intese rimane un mistero politico e aritmetico. Ma più semplicemente si tratta di un’ulteriore perdita di senso della realtà da parte delle elite dirigenti.
L’unica cosa che sembra contare sono le percentuali. Tranne che nel caso del referendum bolognese sui finanziamenti alle scuole private, dove invece i perdenti, con in testa il Pd, si lamentano della scarsa partecipazione al voto, peraltro da loro stessi promossa. La ragione è semplice. Sono le percentuali a determinare comunque l’elezione dei candidati, mentre delle tendenze di lungo corso – riscontrabili solo nell’andamento dei voti effettivi – che mostrano il distacco crescente della popolazione dall’attuale offerta politica e la crisi di credibilità delle formazioni in campo, sembra non curarsi nessuno. Dio acceca chi vuole perdere.

martedì 28 maggio 2013

Una prima riflessione sul voto amministrativo




di Gianluigi Pegolo 

Il dato più clamoroso di questa tornata di elezioni amministrative è l’incremento dell’astensionismo. Il dato è in sé sorprendente: rispetto alle precedenti elezioni l’aumento è stato di quasi il 15%, anche se va un po’ ridimensionato, per l’effetto distorcente prodotto in quell’occasione dall’abbinamento con le politiche. In ogni caso, il logoramento del rapporto dei cittadini con la politica è del tutto evidente e che in questo la nascita del “governissimo” abbia agito come acceleratore è evidente. La dinamica dell’astensionismo richiederà un’analisi approfondita perché va chiarito chi ne è stato maggiormente penalizzato. Sono le forze politiche di governo, o qualcuna di queste in particolare o si è trattato di un fenomeno trasversale?
Le domande sono pertinenti, a maggior ragione nel momento in cui dal voto emerge un altro fatto eclatante e cioè il calo vistoso di consensi subìto dalle liste del Movimento 5 stelle rispetto alle politiche. Si tratta di un dato generale che tocca anche realtà dove Grillo aveva investito molto, come nel caso di Siena, ma anche altri comuni dove il movimento era diventato il primo partito. Per avere un’idea di ciò che si è verificato si tenga conto che in tutti i comuni capoluoghi di provincia dove si è votato (una quindicina) in nessun caso il Movimento 5 stelle è arrivato al ballottaggio. E’ senz’altro vero che il voto amministrativo presenta caratteri peculiari rispetto a quello politico, ma è pur vero che nelle precedenti amministrative casi come quello di Parma avevano indotto a ritenere possibile uno sfondamento nei livelli locali, che ora non si è più prodotto.
Accanto a questi fatti, va segnalato il successo del centro sinistra sul centro destra. Si tratta di un successo molto segnato dal risultato di Roma. Il vantaggio di Marino al primo turno sul sindaco uscente Alemanno è di tale ampiezza da non prestarsi a discussioni, ma questo risultato può spiegarsi sia con il giudizio negativo sull’operato del governo di centro-destra, sia col profilo autorevole del candidato del centro-sinistra. Potrebbe trattarsi, quindi, di un caso particolare se non fosse che anche in tutti gli altri comuni capoluoghi di provincia i risultati al primo turno sono migliori per il centro-sinistra. Solo un’analisi più dettagliata dei risultati consentirà di capire perché ciò si sia prodotto. Si noti, fra l’altro, che i sondaggi nazionali in quest’ultima fase davano in crescita il centro destra, ormai in vantaggio sul centro-sinistra. E se è pur vero che il centro sinistra ha sempre avuto nel locale il suo punto di forza, non era per nulla scontato che andasse a finire così. Si pensi al caso clamoroso di Siena dove il candidato sindaco del centro sinistra dopo il primo turno resta in vantaggio. A tale riguardo, si possono formulare più ipotesi, ivi compreso il rientro nel centro sinistra di una parte di consensi strappati da Grillo nelle scorse politiche, ma si tratta per l’appunto d’ipotesi che andranno verificate.
Questa dinamica complessiva costringe le forze di alternativa a una riflessione. In primis, è necessario un bilancio dei risultati ottenuti in questa consultazione elettorale. Mi limito per il momento a un esame dei comuni capoluoghi, riservandomi in un’altra occasione di intervenire sull’insieme dei comuni maggiori. Il caso più significativo è quello di Roma, dove il risultato della coalizione formatasi intorno alla candidatura di Sandro Medici è stato al disotto delle aspettative, nonostante la qualità della proposta politica e la generosità dello stesso candidato sindaco. E’ evidente che la contrapposizione fra un sindaco uscente dichiaratamente di destra e uno schieramento di centro sinistra, per di più guidato da una personalità prestigiosa, ha penalizzato in modo rilevante lo schieramento alternativo. Questo risultato influenza in modo negativo il giudizio complessivo sulle performance della sinistra di alternativa in queste elezioni, ma è necessario estendere l’analisi anche agli altri comuni capoluoghi.
La dinamica del voto utile, infatti, non ha sempre agito nello stesso modo a livello nazionale. In alcuni casi, infatti, si sono avuti risultati positivi, laddove il PRC insieme con altre forze si collocava in alternativa al PD. E’ il caso di Imperia, dove la lista SEL-PRC ottiene con il suo candidato sindaco l’11,2%, di Siena dove la coalizione di tre liste raggiunge il 10,2%, di Ancona dove la alleanza fra la  lista PRC-PDC e quella di SEL ottiene il 9,5%, di Pisa, dove la coalizione fra PRC e una lista di movimento raggiunge l’8%. Nel complesso, quindi, la possibilità di dar vita a poli autonomi di sinistra nelle elezioni amministrative in grado di ottenere risultati non marginali, trova una conferma in questo voto amministrativo, ma con alcune doverose precisazioni. La prima è che la qualità politica del polo alternativo e la sua dimensione sono essenziali ai fini del risultato. Dal voto, infatti, emerge che nel caso in cui il PRC scelga una collocazione alternativa in solitaria, cioè con la propria lista e senza un sistema minimo di alleanze, è penalizzato in alcuni casi anche duramente.
Naturalmente in queste elezioni le forze alla sinistra del PD hanno spesso partecipato ad ampie coalizioni di centro-sinistra in diverse realtà. Rispetto ai comuni capoluoghi, il PRC era presente in circa un terzo dei casi nel centro sinistra. Il vantaggio principale ottenuto nella presentazione nelle coalizioni di centro sinistra è il beneficio derivante in caso di vittoria dalla spartizione del premio di maggioranza, ma al momento mi è impossibile quantificare i risultatai ottenuti dal PRC in termini di seggi. Il giudizio sui risultati ottenuti in questi casi è inoltre reso problematico dal fatto che  il PRC era sempre presente in liste unitarie di sinistra, se si esclude il caso di Massa. In ogni caso, dal punto di vista delle percentuali ottenute dalle liste unitarie, mediamente positive, va segnalato in particolare il buon risultato delle liste unitarie di Barletta e Lodi dove si supera, in entrambi i casi, l’8%.
Questi primi elementi emergenti dall’analisi del voto attendono di essere integrati con un’analisi più puntuale (partendo dai valori assoluti, anziché da quelli percentuali) e più complessiva (investendo anche il resto dei comuni superiori), ma già ora indicano quale sia il problema politico di fronte al quale si viene a trovare la sinistra di alternativa nei governi locali. Essa non solo deve fare i conti con una maggiore articolazione politica a seguito dell’affermazione accanto ai due poli principali del Movimento 5 stelle, ma non può facilmente contare sul logoramento del centro-sinistra a seguito della sua collocazione politica nazionale. L’ambito locale rimane una realtà con peculiarità particolari e il PD conserva una forza considerevole. Una sinistra può però affermarsi. E non solo se converge in alleanze di centro sinistra, ma anche se si pone in alternativa esplicita al PD, a condizione che essa sia effettivamente rappresentativa.
Per il PRC, la scelta della costruzione dell’unità della sinistra di alternativa è una strada obbligata. Non si tratta solo di una scelta politica in sé necessaria,  dettata dalla situazione politica e sociale, ma anche di un’esigenza reale, in particolare in presenza di competizioni elettorali, ivi comprese quelle locali. I dati elettorali parlano chiaro: il potenziale elettorale delle sole liste del PRC o del PRC/PDCI non è sufficiente a garantire una rappresentanza nella maggior parte dei  governi locali. L’unità è pertanto obbligata nei casi di collocazione alternativa al centro-sinistra, ma lo è ormai in molti casi anche quando viene scelta una collocazione interna al centro sinistra. Non è un caso se spesso in questa tornata elettorale si sono costruite liste unitarie di sinistra con biciclette o sottoforma di liste civiche. La costruzione di questa sinistra può partire dalle realtà locali, ma va proiettata in una dimensione nazionale. Le esperienze unitarie che sono state attivate in queste elezioni ce ne offrono un’occasione.

lunedì 27 maggio 2013

Proporzionale puro, se non ora quando?



di Massimo Villone

Tanto tuonò che piovve. Quagliariello ha consegnato alle camere il pensiero del governo sulle riforme. Ma non è andato oltre una uggiosa pioggerellina autunnale. Apre con la necessità di riformare le istituzioni, e assembla a tal fine i luoghi comuni che da più di vent’anni infestano il pensiero degli aspiranti padri della patria. In particolare, due. Il primo è l’affermazione che si rivede solo la seconda parte, mentre non si tocca la prima parte della Costituzione. In realtà, è già stata ampiamente – se pure indirettamente – picconata. Basta pensare alla riforma dell’articolo 81, con l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, che ha come effetto collaterale quello di comprimere le risorse disponibili per la realizzazione dei diritti «a prestazione» di cui alla prima parte. O si pensa, ad esempio, che un problema come quello degli esodati sia costituzionalmente irrilevante? Ancora, la riforma del Titolo V, Parte II, incide pesantemente sulla Parte Prima, dando copertura costituzionale a livelli elevati di diseguaglianze territoriali. E poi, come si può seriamente dire che la Parte Prima non si tocca quando una percentuale alta e crescente della popolazione è già, o sta scivolando, sotto la soglia di povertà?

Il secondo luogo comune è che bisogna rafforzare governabilità e stabilità, con riforme della Costituzione, dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale. L’obiettivo di fondo è che nessuno disturbi il manovratore.
Diciamo subito che il governo è debole davvero. Ma per motivi che nulla hanno a che fare con il rapporto tra esecutivo e legislativo. Sono motivi strutturali, che vanno dal rapporto con l’Europa, al trasferimento alle regioni di poteri e risorse molto consistenti, all’istituzione di numerose autorità indipendenti, alle privatizzazioni e liberalizzazioni. Tutto ciò ha tolto all’esecutivo materia e strumenti di governo, indebolendone la capacità di formulare e attuare un indirizzo politico. Bisogna correggere tutto questo? Sì, per quanto possibile. Ma cosa c’entra il rapporto con le camere? Proprio nulla.
Eppure, il pensiero unico punta su questo. Con risultati talora persino divertenti. Ad esempio, che differenza c’è tra il porre la questione di fiducia per stroncare gli emendamenti e l’avere regolamenti parlamentari che in vario modo limitino in radice l’emendabilità della proposta del governo? Nessuna. Il risultato è esattamente lo stesso. Alla fine, rimane in campo solo l’esecutivo. Perché una via dovrebbe considerarsi conforme ai canoni della democrazia e l’altra no?
Qui viene la madre di tutte le soluzioni: agire sulla legge elettorale, per avere maggioranze coese e allineate dietro l’uomo al comando, e lasciando i politicamente diversi fuori della porta delle istituzioni. Nessuno sembra voler davvero imparare da Grillo. Gli si può contestare la linea politica, o la gestione incostituzionale della democrazia interna. Ma Grillo certamente dimostra che non c’è premio di maggioranza o sistema costrittivo che possa fermare la novità che avanza, quando ciò che esiste non dà risposta. Quanti Grillo vogliamo creare? Non dimentichiamo la lezione della storia. La più grande prova che le istituzioni repubblicane hanno dato è la lotta al terrorismo. La forza delle istituzioni fu la loro rappresentatività. Sarebbe stato meglio se un premio di maggioranza avesse allora ridotto la forza del Pci, aprendo la strada a governi monocolore Dc?
Quagliariello parla di complessità, velocità di decisione, modernizzazione. Poniamo invece un assioma: in un sistema democratico l’unico rasoio di Occam è la rappresentatività. Quanto più il cambiamento è rapido e profondo, tanto più c’è bisogno di condivisione. E allora bisogna aprire il sistema politico alla novità, facilitare la strada per le new entries, ridurre al minimo ostacoli e paletti. Non ridurre forzosamente la complessità, piuttosto rifondare la politica per poterla governare: questa la risposta. Se mai c’è stato un momento giusto per tornare al proporzionale poco o nulla corretto, è questo. Ed è la strada migliore – con la misura di un consenso effettivo e non nei soli numeri parlamentari – per forgiare una nuova classe dirigente. Quella che abbiamo è arrivata, con ogni evidenza, al capolinea.
Su una cosa si può essere d’accordo con il ministro: bisogna guardarsi dal conservatorismo costituzionale e dall’accanimento modellistico. Giusto. Sempre che ci guardiamo anche dalla stupidità del pensiero unico.

giovedì 23 maggio 2013

Assisi ricordi Don Gallo




di Franco Cesario 

Un altro pezzo importante della nostra storia purtroppo se ne va.
Don Gallo, il prete da marciapiede, come amava definirsi, il faro costante degli ultimi e degli emarginati, ha deciso inopinatamente di abbandonarci.
Senza la sua presenza sarà ancora più duro lottare e battersi contro le ingiustizie della società per chi, come noi, fa dell’antifascismo e della tolleranza la sua ragion di vita.
Confidiamo però che la sua tenacia, la sua simpatia (universalmente riconosciuta) e la sua enorme carica umana continuino ad essere da modello e da insegnamento per le giovani generazioni e non.
Don Gallo ci ha insegnato, infatti, cosa sia l’amore per il prossimo guardando costantemente all’integrazione come opportunità e non come pericolo.
Don Andrea conciliava la passione per le idee di progresso con l’amore nei confronti di Dio;  spesso veniva ripreso e bacchettato dalle alte gerarchie ecclesiastiche, a volte perchè costituiva un pungolo costante contro la corruzione dei costumi altre per il suo essere “angelicamente anarchico”.
Nessuno potrà negare, però (a meno che non voglia fare ammissione di faziosità) la sua grandezza spirituale, la sua enorme passione per la vita e il suo positivo ascendente sui tanti credenti che anche grazie al suo esempio si sono sentiti più liberi di essere contemporaneamente cattolici e comunisti.
Per tutte queste ragioni ci piacerebbe che anche da Assisi, città della pace, e dalle sue Istituzioni, amministrazione comunale e sacro convento, provenisse il legittimo tributo per l’opera donata al mondo da questo Giusto, come sempre viene fatto, lodevolmente, per tutte quelle personalità nazionali ed internazionali che, in questi anni, sono venute a mancare.
Proponiamo inoltre in questa sede che si prenda in seria considerazione la possibilità di intitolare a Don Andrea Gallo un via o una strada del comune di Assisi; a questo scopo a breve proporremo una mozione al consiglio comunale affinché anche il grande prete di Genova possa avere il suo spazio nella città del santo poverello.