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Il Blog di Rifondazione Comunista di Assisi


martedì 2 aprile 2013

La Costituzione congelata




di Massimo Villone

Napolitano ha surgelato la crisi. Il capo dello Stato, il governo pre-voto, il parlamento neo-eletto restano ciascuno al proprio posto. Nuovi sono solo i saggi, che dovrebbero dare a tutti lumi sul che fare. È opinabile che sia la via utile e costituzionalmente corretta.
Su una cosa Napolitano ha ragione. Un governo esiste, comunque e sempre. Allo stato, è il governo Monti. Dimissionario e senza fiducia, ma con i poteri formali necessari anche per i provvedimenti d’urgenza di cui si manifestasse la necessità. E il governo è parte necessaria anche nei lavori parlamentari, quale che sia l’opinione del M5S. Basta leggere i regolamenti di Camera e Senato per saperlo.
Ma un dubbio viene: se governo senza fiducia doveva essere, perché Monti? Se il popolo sovrano avesse voluto Monti ancora in carica, l’avrebbe votato in massa. È accaduto il contrario. Per di più, Monti ha rotto il rapporto fiduciario già prima del voto, con le dimissioni. Realizzando così la stessa situazione che sarebbe seguita al diniego della fiducia per un governo di nuova formazione, oggi. Perché allora opporre a Bersani l’ostacolo – di fatto insuperabile – di un sostegno parlamentare certo, per poi giungere a un governo per cui era ed è certa la mancanza di sostegno? Perché non puntare a un governo magari senza fiducia, ma comunque legittimato dal consenso prevalente degli italiani, come Bersani, per giungere invece a un governo parimenti senza fiducia, e in più colpito dal dissenso prevalente degli stessi italiani, come Monti?Ci si richiama al gradimento europeo e dei mercati. Ma non può essere l’unico elemento a sostegno del permanere in carica di un governo. E in specie per il costituzionalista si pongono quattro domande.
La prima: può il capo dello Stato omettere ogni iniziativa, e lasciare in carica il governo Monti, senza ulteriori formalità? A mio avviso, no. Per l’art. 94, primo comma, Cost., il governo «deve» avere la fiducia delle Camere. Ciò significa quanto meno che non si può ignorare se il governo la fiducia l’abbia o non l’abbia, né si può lasciare in carica a tempo indeterminato un governo senza fiducia. Tale è invece inevitabilmente il caso per l’attuale governo, che non ha alcun rapporto con il Parlamento espresso dal voto. Per questo, è necessaria una nuova nomina di premier e ministri, sia pure con le stesse persone. A seguire, la presentazione alle Camere e il voto di fiducia ai sensi dell’art. 94, commi 2 e 3.
La seconda domanda: laddove manchi una nuova nomina, può il governo così congelato in carica evitare un passaggio in Parlamento con voto sulla fiducia? Non può. Per gli stessi motivi di cui al punto precedente, il venire in essere di nuove Camere rende inevitabile la verifica del rapporto con il governo. Nella nostra forma di governo l’esistenza o inesistenza del rapporto fiduciario non si presume. Si certifica per il sì o per il no, con il voto sulla fiducia. L’ipotesi di un governo che rimanga in carica senza sapere se mai si giungerà a quel voto non è compatibile con l’art. 94.
La terza domanda: qual è la posizione dei saggi nei lavori parlamentari? Nei regolamenti delle Camere, gli unici soggetti legittimati alla presenza e alla iniziativa sono i parlamentari e il governo. Salvo casi specifici come la petizione, o alcune limitate ipotesi di iniziativa legislativa, gli apporti di soggetti terzi sono eventuali e a richiesta, ed entrano nel procedimento solo se fatti propri da un soggetto legittimato. Chi si renderà portatore del prodotto dei saggi? I presidenti di commissione? I parlamentari? Il governo? Chi difenderà quel prodotto nella gestione degli emendamenti, e come? Un governo che non può mettere la questione di fiducia, perché per definizione la fiducia non l’ha, e dovrà – per il parere obbligatorio – rimettersi costantemente all’Aula? Alla fine, decideranno gruppi parlamentari e partiti. Ma allora bastava partire dalle proposte che sono state avanzate nel corso degli anni. Cosa potranno inventare di nuovo i saggi?
La quarta domanda: che fine fa la responsabilità politica? Un governo già dimissionario, imbalsamato dopo la cesura elettorale, condotto dal leader meno legittimato politicamente nel voto, senza fiducia parlamentare, a chi risponde di che? E i saggi chiamati a risollevare la repubblica, a chi rispondono a loro volta? A un presidente che nel frattempo avrà terminato il suo mandato? E se il nuovo capo dello Stato volesse dei saggi più saggi, potrebbe più o meno motivatamente licenziare i primi? Se il disastro del paese dovesse confermarsi o addirittura aggravarsi chi ne assumerebbe la responsabilità, e sulle spalle di chi cadrebbe la censura per i costi sociali, politici, economici? Quali elementi utili per il nuovo turno elettorale, comunque vicino, darà l’esperienza che ora si avvia?
In qualche punto si è smarrita la via giusta. Una lettura ci dice che il pensiero unico della governabilità a ogni costo ha prevalso, come da venti anni a questa parte, e pur essendone venuti disastri indiscutibili. Non si sfugge alla sensazione che l’Italia dei governicchi fosse alla fine più governata dell’Italia di oggi.
Si parla di soluzione olandese. Il richiamo all’esperienza straniera è sempre elegante. Ma attenzione: può accadere che partendo dai tulipani si giunga ai crisantemi.

I peccati di una sinistra né radicale né popolare



di Enrico Grazzini

La sinistra radicale si mangia il fegato dall’invidia: tutto quello che non è riuscita a fare dal ’68 in poi, in 45 anni di vita, è riuscito invece a fare Beppe Grillo in solo quattro o cinque anni. Grillo ha costruito un partito-movimento radicale con 8,7 milioni di voti, è riuscito a prendere voti sia da destra, rubandoli a Berlusconi e alla Lega, che a sinistra, togliendoli a Bersani, Renzi, D’Alema, Vendola e Ingroia. Soprattutto è riuscito a raccogliere milioni di voti popolari di protesta causati da una crisi sconvolgente per la quale due famiglie su tre guadagnano meno di quanto devono spendere per vivere.
Premetto che non ho votato per Grillo e che non mi piace ubbidire agli ordini di un capo assoluto. Ritengo che sia irresponsabile e drammatico il cieco rifiuto dei neo-eletti grillini a votare un governo con un programma di svolta come quello che – finalmente, in maniera un po’ trasformista ma molto pragmatica – ha proposto Bersani. Bersani rappresenta la “vecchia politica” ma ha (o aveva visto l’esito sospeso dell’incarico) un buon programma per tentare di uscire dalla crisi profonda e per battere Berlusconi e le prospettive devastanti del governissimo Berlusconi, Renzi, Monti.
Non c’è quindi simpatia pregiudiziale per Grillo: ma la sinistra alternativa deve cominciare a riconoscere la realtà e i suoi peccati mortali. Il Movimento 5 Stelle è il primo partito della classe operaia, dei disoccupati e dei “ceti medi riflessivi”. La mia interpretazione è che il movimento grillino rappresenti il nuovo partito, ancora contraddittorio, dei “lavoratori della conoscenza”: infatti è fortissimo tra i laureati, i diplomati, gli studenti, le partite Iva e chi usa Internet. Comunque è già un partito nazionale, votato al nord, al sud e nel centro Italia del “popolo rosso”. Un capolavoro che la sinistra neppure si immagina. Grillo è un demagogo? Sì, però ci insegna molte cose che la sinistra radicale, uscita tramortita dalle elezioni, non vuole imparare. Il primo insegnamento è che molto spesso per ottenere degli obiettivi non occorre andare al governo ma bisogna fare una buona opposizione. Grillo dall’opposizione è già riuscito (indirettamente) a far eleggere come presidenti di Camera e Senato due degne persone, Laura Boldrini e Piero Grasso, che altrimenti non sarebbero mai stati eletti in quei posti. I tre punti principali del programma di Grillo, reddito di cittadinanza, finanziamenti per le piccole medie aziende, legge anti-corruzione sono chiari e condivisibili da milioni di persone, e per la prima volta il moderato partito democratico – che aveva già votato il fiscal compact e l’austerità antipopolare di Monti – ha dovuto mettere i punti programmatici di Grillo (quasi) al centro della sua agenda. Nonostante che perfino Susanna Camusso sia contro il reddito di cittadinanza. Con l’elezione dei grillini diventa finalmente probabile il blocco della Tav. Chi ha dato del fascista a Grillo oggi deve rincorrere il suo programma e i voti dei suoi parlamentari. Il M5S ottiene quello che Vendola con il suo 15% preso alle primarie e il 3% alle elezioni, neppure si sogna. Non credo che, come afferma Mario Pianta, i movimenti non abbiano saputo riconoscere i loro “giusti” referenti politici (il manifesto, 5 marzo). Penso che, come dice Vittorio Agnoletto (il manifesto 15 marzo), la sinistra che si dice alternativa non abbia saputo incontrare la radicalità, anche culturale, dei nuovi movimenti e riconoscere che nella crisi l’elettorato si polarizza. Grillo è apparso come l’unica alternativa credibile contro un ceto politico autoreferenziale, convergente e collusivo e spesso corrotto, contro l’immiserimento costante e senza linee di resistenza dei ceti medi e delle classi popolari. Grillo è un populista? Certamente! Però il movimento per l’acqua pubblica (che ha alimentato quello di Grillo) ci aveva già insegnato che per vincere bisogna sintonizzarsi sul sentimento popolare anche al di fuori del circuito politico ufficiale, anche contro le posizioni più retrive del Pd. Grillo è riuscito a gridare con forza i propri obiettivi, a manifestare l’opposizione di milioni di famiglie che non sopportano la povertà e la crisi galoppante, e la politica “responsabile” che il centrosinistra ha condotto da venti anni a questa parte tentando di inciuciarsi con la destra.
Sono molti i punti fondamentali di disaccordo con Grillo: lui vuole la democrazia diretta, e questo è giusto – a mio parere è anche indispensabile la democrazia economica come in Germania, dove i rappresentanti eletti dai lavoratori hanno la metà dei posti nei Cda delle aziende -: ma la democrazia diretta non può scassare la democrazia rappresentativa. La decrescita non è la soluzione: la sinistra dovrebbe essere a favore di uno sviluppo sostenibile, equo e solidale, per i beni comuni non privatizzati. La politica deve essere spesata in maniera trasparente dai cittadini e dallo stato, non dalle aziende private. E’ vero che in generale i partiti sono degenerati dopo il tramonto delle ideologie liberali, socialiste e comuniste, e sono diventati delle macchine elettorali e di occupazione delle istituzioni: tuttavia rimangono una forma indispensabile di organizzazione della politica. Non possono essere tutti buttati via. Tra il Pd e il Pdl non c’è solo una elle di differenza. Speriamo che anche il M5S diventi un partito democratico e che sappia assumersi la responsabilità di governare. Se non accadrà milioni di elettori abbandoneranno Grillo, e l’Italia rischierà di andare allo sbando. Tuttavia continuo a pensare che la sinistra abbia molto da imparare dal comico-politico.
Il problema della politica italiana è che tutti corrono nel precipizio della destra. Vendola segue Bersani, Bersani appoggia Monti, Monti vorrebbe allearsi con i berlusconiani senza Berlusconi, e Berlusconi vuole solo salvarsi dai suoi processi ed è pronto a scassare la democrazia cambiando la Costituzione. In questa corsa verso destra, la sinistra alternativa è quasi sparita. Vendola si è subordinato al Pd e attualmente offre solo prova di testimonianza; grazie al Porcellum ha alcuni deputati e senatori, ma cosa farà se Renzi diventerà il candidato premier del centrosinistra? Ingroia (il più vicino a Grillo) ha tentato di consolidare la sinistra radicale, ma il suo tentativo era manifestamente improvvisato e calato bruscamente dall’alto. Al di là delle retoriche di Vendola, e delle brutte liste elettorali di Ingroia, alle elezioni nessun partito della sinistra radicale è stato credibile. Grillo ci dà la sveglia. La realtà è che il centrosinistra ad ogni elezione perde milioni di elettori ma la sinistra alternativa continua a essere culturalmente e politicamente subordinata all’ex partito comunista.
Il Pd è certamente un partito popolare con il quale fare alleanze, ma senza subordinazioni: ha scelto di abbracciare una sorta di “liberismo temperato” e non partecipa neppure al gruppo socialista europeo perché è collocato più a destra. Se andasse a sinistra probabilmente si spaccherebbe. Occorre riconoscere che in Italia non c’è neppure un partito socialista, riformista e radicale. E che Veltroni e Bersani non hanno mai sconfitto Berlusconi, ma entrambi sono riusciti a fare il deserto alla loro sinistra. E così Grillo ha stravinto. In Grecia Syriza ha conquistato il 26% dei voti ed è il secondo partito; in Germania la Linke ha preso l’11% dei voti alle elezioni federali; in Francia il Fronte di Sinistra di Jean-Luc Mélenchon ha preso alle ultime presidenziali l’11% dei voti. In Italia Beppe Grillo ha il 26% e la sinistra radicale qualche punto percentuale. Questi dati non ci dicono nulla?
Ci attendono sfide enormi: c’è da eleggere il nuovo presidente della repubblica; c’è da contrastare il fiscal compact che porterebbe il paese alla bancarotta; c’è da contrastare il possibile accordo su un sistema elettorale ultra-maggioritario accompagnato probabilmente da un presidenzialismo anti-democratico fatto apposta per schiacciare le minoranze. La disoccupazione e la povertà cresceranno. L’elettorato si polarizzerà. La sinistra radicale dovrebbe finalmente dimostrare di avere una classe dirigente unitaria e all’altezza della situazione. Per ora questa classe dirigente non c’è. La sinistra è disunita, in parte troppo istituzionale e compromissiva, in parte troppo “sindacalista” e ideologica. I dirigenti sembrano prime donne pronte ad amplificare le differenze e non i motivi di possibile unità. Dimostrano di essere purtroppo molto lontani dal popolo che vorrebbero rappresentare. Speriamo che la storia non sia finita.

giovedì 28 marzo 2013

La cultura della sconfitta e la mancanza del progetto




di Ugo Boghetta

In un precedente articolo (Liberazione febbraio  ) affrontavo  l’andamento delle assemblee del PRC,  Cambiare si Può, Rivoluzione Civile alla luce della psicologia dell’emergenza (la branca che studia le reazioni a eventi drammatici). Notavo che, parimenti, i nostri comportamenti potevano essere assimilati a “shock da stress post traumatico”. Dopo l’ennesimo disastro elettorale, non mi sembra che i nostri comportamenti siano cambiati. Ognuno, individuo o gruppo, si aggira più o meno suonato fra le macerie. Ci sono anche casi di spaesamento totale: ferree certezze sono sostituite da folli confusioni. Si ripetono mantra che dovrebbero tranquillizzare ma che, in realtà, nascondono una forte depressione.

Dinnanzi al dramma bisognerebbe avere in primo luogo la cultura della sconfitta: si dice che si impara di più dalle sconfitte che dalle vittorie. E ri-affrontare i propri assiomi teorici e politici; ma è difficile. Ne indico alcuni a mo’ di esempio.
La sinistra d’alternativa in genere basa azione, politica, programma, cultura  attraverso la somma e giustapposizione della “moltitudine” di temi e conflitti: lavoro, ambiente, democrazia, diritti civili. Ciò aveva un senso, almeno temporaneo, nel movimento noglobal; ma la crisi del 2008, l’incedere minaccioso degli effetti dell’euro, hanno spazzato via anche quell’apparente giustezza.
Si pensa davvero che lavoro tradizionale, più precariato, più reddito di cittadinanza sia un modo per creare l’unità del lavoro e la sua centralità? È pensabile produrre un’egemonia in questo modo? L’esempio del referendum sull’acqua è eclatante: Egemonia culturale su di un solo oggetto, nessuna in termini politici.
La risposta è ovviamente negativa, eppure, abbiamo cancellato qualsiasi riferimento ad un modello alternativo: quello che in America latina chiamano il socialismo del XXI secolo. Abbiamo rinunciato ad essere sinistra e comunisti.
I corollari di questa impostazione sono ancora più devastanti. Per alcuni il sociale, i conflitti, sono immediatamente politici e si rappresentano da soli in quanto tali. Per altri basta una coerente rappresentazione nelle istituzioni. Per altri ancora – SEL – ritorna l’autonomia del politico.  Per non dire di coloro che si sono inventati la reversibilità del PD: “tutto può succedere”.  Assistiamo così a presunte grandi diagnosi ma nessuna terapia. Le matrici storiche di questi cortocircuiti sono tante: si va dallo spontaneismo ad un certo operaismo, al comunismo imbalsamato.
Tutto ciò, per altro, non tiene conto di due cose fondamentali. Siamo nel modello capitalista peggiore: il liberismo che tutto spacca, precarizza, frammenta. La scala sociale si allunga. Il potere si nasconde. La democrazia borghese arranca. L’ideologia dominate è populista: Bossi, Berlusconi, Di Pietro, Grillo, Vendola. La stessa elezione del Papa argentino lo conferma.
La realtà che si vede è quella manipolata dal liberismo. La sommatoria dei pezzi di questa realtà non ci porta da nessuna parte: finiamo sempre per lavorare per altri, eppure fatichiamo addirittura a concepire la problematica stessa.
Per questo è necessario un progetto. Ciò richiede un ragionamento sul blocco che, o viene unificato da una proposta politica di un rinnovato classismo oppure da una forma populista. Grillo ha rappresentato dall’alto tutti i conflitti che, invece, sono stati riottosi o contrari ad unificarsi dal basso.
Di seguito prospetto alcuni questioni. I lavoratori garantiti non sono oggi così alternativi: non hanno da perdere le catene, ma un lavoro decente. Le partite IVA, sebbene abbiano verificato sulla loro pelle che la libertà che pensavano fosse una balla, non chiedono il superamento del loro status, ma garanzie. Artigianato e piccola industria sono conto-terzisti: una forma di dipendenza non meno forte di quella del lavoratore. Per costoro la penuria di credito e l’euro sono un cappio. La finanziarizzazione della vita quotidiana  ha pervaso la società fini in basso e impone un rapporto con le borse, i titoli, lo spread. Ciò spiega gli atteggiamenti contraddittori popolari  rispetto alla crisi. Per non parlare degli intellettuali, anch’essi così diversi da quelli gramsciani. Gramsci, non a caso, parlava di “blocco storico” fondato sul rapporto – specifico in una certa fase – fra struttura e sovrastruttura. Serve pertanto un’analisi di classe dei rispettivi rapporti. Cosa assai complicata da leggere oggi poiché i rapporti nel neoliberismo sono fortemente mutati e, a volte, rovesciati.  Il tema di un progetto alternativo è anche imposto dalla stessa situazione di crisi delle classi dirigenti del nostro paese e del rispettivo blocco.
Questi pochi esempi e problematiche dimostrano come un’uscita a sinistra dalla crisi sia pensabile solo con un progetto di cambiamento che, non solo, valorizzi diversamente e per un bene comune le varie risorse lavorative, cognitive, finanziarie; ma le trasformi sganciandole dalla finanza, dal mercato, dall’individualismo, dal consumismo. In questo quadro,  la questione dell’euro-Europa, un nuovo e diverso intervento pubblico, la questione banche, possono essere la condizione ed il motore del cambiamento del modello economico e dei rapporti sociali. Gramsci, ma anche Lenin. Quest’ultimo non tanto sulla forma-partito – che pure è un tema connesso – ma per un’azione politica che converga con forza sui vari punti di crisi che man mano si presentano. Questo richiede anche un altro modo di avvicinarsi alla costruzione del soggetto di questo cambiamento che, dubito, possa essere la semplice somma dei ceti politici. In questo senso servirebbe aprire una battaglia culturale e politica fra la scelta di stare in un modello americanizzante dei conflitti e della politica , l’unificazione dall’alto da parte del leader populista di turno, o la costruzione di un progetto di unificazione che preveda anche la propria trasformazione. Altrimenti continuiamo anche noi a stare, sul piano sociale e politico, in questo esterno gattopardismo del: “tutto cambi ma che nulla cambi”.

Revelli e la sua pessima caricatura politica

di Ezio Locatelli Prc Torino

Poiché tutta una serie di compagni/e mi hanno chiesto di dire qualcosa a proposito dell’articolo di Marco Revelli apparso domenica su “il Manifesto” a commento della bella manifestazione notav in Val di Susa lo faccio in poche battute. Innanzitutto cosa dice l’articolo in questione? Tra le altre cose:“…l’assenza di bandiere a cinque stelle parla di una notevole intelligenza politica dei cosiddetti “grillini” i quali evidentemente hanno capito che un movimento…non lo si rappresenta…marchiandolo con i propri simboli…al contrario degli estremi residui delle formazioni veterocomuniste, fastidiosamente chiusi nelle loro bandiere come una corazza medievale, testimonianza di una testarda volontà di non capire”. La polemica, in tutta evidenza, è rivolta contro Rifondazione Comunista presente in forze con le proprie bandiere unitamente a quelle notav. Credo che in questa polemica Revelli abbia esso stesso capito poco. Intanto se si ha un’idea plurale delle culture politiche e di movimento bisognerebbe avere rispetto dei colori e delle appartenenze soprattutto quando queste afferiscono a medesimi obiettivi di lotta e di movimento. E poi non si può far finta di non vedere che i cosiddetti “grillini” non hanno bisogno di bandiere, la loro rappresentazione è ampiamente garantita da un sistema d’informazione a senso unico. Così non è certo per Rifondazione Comunista (per favore lasciamo stare il termine sprezzante di “vetero”) peraltro da sempre presente e attiva nella lotta contro il Tav e rispettosa dell’autonomia del movimento. Io penso che la democrazia oggi si difenda o si riconquista anche rigettando espressioni d’intolleranza culturale per le diversità. Quella di Revelli mi sembra essere stata una pessima caricatura politica. 

lunedì 25 marzo 2013

In tantissimi alla manifestazione contro la Tav!



di Fabio Sebastiani
“Non faccio mai numeri, ma sono rimasto impressionato, e’ la manifestazione piu’ grande che abbia mai visto”. Almeno 80 mila persone hanno partecipato ieri alla grande marcia da Susa a Bussoleno contro la Tav. Alberto Perino, uno dei leader dei No Tav, che ieri mattina ha  accompagnato la delegazione di parlamentari nell’ispezione del cantiere, proprio non ce la fa a nascondere l’entusiasmo. “Considerando che da fuori saranno venute circa 5.000 persone e che in valle ne abitano circa 60mila – aggiunge – si capisce quanto grande e’ stata la partecipazione dei valsusini. Per la prima volta ho visto persone che non avevano mai sfilato prima e che nemmeno mi sarei aspettato”, ha concluso Perino.
“La situazione e’ cambiata – ha sottolineato Lele Rizzo, uno dei portavoce del Movimento No Tav – un terzo dei parlamentari che oggi siedono in Parlamento sono No Tav, e’ chiaro che le nostre ragioni sono condivise, quel cantiere e’ uno spreco di denaro, sta a noi portare avanti il progetto di liberare la valle, quel cantiere puo’ essere smontato sta a noi farlo “. Una riflessione condivisa da un altro dei leader del Movimento, Alberto Perino che dopo aver ribadito la straordinarieta’ della manifestazione, ha aggiunto “quest’opera va bloccata, ma sara’ possibile farlo solo se dietro di noi ci sara’ la gente, siamo la speranza per l’Italia e Al corteo, quasi interamente sotto la pioggia, hanno partecipato tante delegazioni da tutta Italia dove sono in atto lotte contro le grandi opere ed anche contro le installazioni militari, come No Muos o No Dal Molin. Proprio questi hanno srotolato uno striscione in invitano tutti a partecipare alla mobilitazione in programma il 4 maggio.
Anche dall’Europa arrivano segnali di incoraggiamento. Alcuni deputati europei invitano alla partecipazione alla manifestazione ‘Difendi il tuo futuro’, “al fine di dare una risposta ai bisogni reali delle persone che li vivono e una prospettiva sostenibile per il trasporto alpino”. I deputati denunciano anche la crescente evidenza di conflitti d’interesse intorno al progetto del tunnel e la militarizzazione persistente di tutta la Val di Susa”. La petizione è stata firmata da Jose Bove’, vice-presidente della Commissione Agricoltura PE, Isabelle Durant, Vice Presidente del parlamento Europeo, Michael Cramer, capogruppo commissione trasporti Verdi europei, Eva Lichtenberger, MPE, Heide Ruhle, MPE, Raul Romeva, MPE, Bart Staes, vicepreseidnete commissione controllo di bilancio del PE e Karim Zeribi, commissione trasporti Europe Ecologie Les verts. ”L’opposizione alla nuova linea e il tunnel transfrontaliero e’ rilevante e organizzata da anni in Italia, e piu’ di recente in Francia, dove vi e’ una crescente consapevolezza della necessita’ di soprassedere al progetto del tunnel di base dopo la pubblicazione delle gravi obiezioni sollevate dalla Corte dei conti Francese – continua la nota -.A livello europeo, la nostra proposta e’ semplicemente di togliere il tunnel della Valsusa dalla lista dei progetti che dovrebbero essere finanziati con fondi comunitari; e’ per noi infatti chiara la mancanza di priorita’ e l’insostenibilita’ del progetto”.
Hanno aderito alla manifestazione contro la Tav anche Rivoluzione civile e Rifondazione comunista. Il movimento fondato da Antonio Ingroia “risponde alla chiamata nazionale dei NoTav che vogliono chiudere una volta per tutte la questione sull’Alta velocità in Val di Susa e opporsi alla realizzazione della contestata linea. I rivoluzionari civili sfileranno con le nostre bandiere, con l’auspicio che il movimento No Tav si slarghi sempre di più senza opposizioni e preclusioni nei confronti di nessuno, nè dei parlamentari di Movimento 5 Stelle e neppure degli esponenti del Pd, che hanno apertamente preso posizione”. Per Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista “siamo in Val di Susa, dalla parte della popolazione valsusina, per ribadire ancora una volta – dice – il ‘no’ che diciamo dall’inizio degli anni ’90 a quest’opera inutile e dannosa per l’ambiente e il territorio, a quest’enorme e vergognoso spreco di denaro pubblico”.

giovedì 21 marzo 2013

La sinistra si pesa sulla bilancia del lavoro




di Alberto Burgio

Capire che cosa è accaduto nel nostro campo per dare radici alla ricostruzione dopo lo tsunami Diritti,rappresentanza formazione, welfare: punti per un bilancio sugli errori dell’ultimo ventennio del paese

Alla fine le Camere hanno eletto i propri presidenti, ma sullo sfondo campeggiano altri enigmi. Chi siederà a palazzo Chigi? Chi, soprattutto, al Quirinale, di qui al 2020? Si brancola nel buio. E proprio per ciò che attiene alla presidenza della Repubblica il «passo indietro» di Monti in Senato lascia intravedere scenari inquietanti. Nel frattempo si affoga.
Disoccupazione, povertà, sfiducia. Una moria inarrestabile di imprese industriali, artigiane e commerciali. Il debito pubblico alle stelle. Prima o poi il paese uscirà da quest’incubo, ma intanto siamo in un dannato pasticcio del quale non si vede la fine. In tutto questo è inevitabile chiedersi come saremo messi quando – presto o tardi – questa legislatura finirà. Il voto di febbraio è stato, si dice, un terremoto: speriamo non si intenda, con ciò, che possiamo star tranquilli. Non è detto che il peggio sia alle nostre spalle. È probabile, invece, che siamo appena all’inizio di una fase di grandi sconvolgimenti e che il paese rischia di brutto se non si avrà il coraggio e la lucidità di introdurre profondi cambiamenti. Cominciando proprio dal sistema politico e dalla sua drammatica crisi di rappresentatività, che è poi la vera causa dello tsunami grillino.
Forse bisognerebbe, innanzi tutto, cercare di capire perché ci ritroviamo in queste condizioni, e per questo occorrerebbe ripercorrere un po’ di storia. Qui cominciano le difficoltà, posto che ogni periodizzazione contiene un pezzo della tesi che si intende dimostrare. Ma in questo caso qualche criterio obiettivo c’è.
Tutti concordano sul fatto che gli ultimi vent’anni hanno costituito una fase a sé stante. All’inizio degli anni Novanta il sistema politico italiano fu sconvolto da Tangentopoli, dalla Bolognina e da un’ondata di riforme istituzionali che lo trasformarono. Cominciò l’era del maggioritario e dell’iper-leaderismo mentre scomparivano tutte le forze politiche, Dc e Pci in testa, che avevano scritto la Costituzione e, sin lì, la storia repubblicana. Non per caso si parlò di una «seconda Repubblica». Tutti convengono anche sul fatto che qualcosa di molto rilevante è accaduto col voto di febbraio. Non solo il bipolarismo è andato in pezzi. Non solo i maggiori partiti sono in crisi. Comunque la si pensi sul M5S, non c’è dubbio che la sua irruzione ha messo a soqquadro il sistema, rendendo inderogabili innovazioni radicali.
Se questo è vero, ecco una prima, parziale risposta. Siccome bisogna cercare di capire perché siamo ridotti così, per questo motivo è necessario fare finalmente un bilancio dell’ultimo ventennio. Da troppo tempo chi fa politica sembra pensare che riflettere sia una perdita di tempo, roba da intellettuali perdigiorno. È vero il contrario. O si è in grado di collocare la propria azione in un quadro di senso, il che implica una visione pertinente della storia nella quale si è coinvolti. Oppure ci si riduce fatalmente a esecutori passivi e inconsapevoli.
Ma – ecco il punto – un bilancio da quale punto di vista? A questo riguardo è infatti inevitabile rinunciare a prospettive condivise. Raramente in politica si vince o si perde tutti insieme: bisogna decidere da che parte stare. Scelte che per qualcuno sono errori, rappresentano per l’avversario mosse azzeccate. Ciò che per gli uni segna un progresso, per gli altri equivale a un arretramento. Qui le platee necessariamente si separano. Credo che noi, a sinistra, un bilancio non potremmo farlo se non dal punto di vista del lavoro dipendente pubblico e privato, stabile e precario, comprendendo in esso i pensionati e quanti – milioni di giovani e donne, a partire dal Mezzogiorno – stentano a trovare un’occupazione. Perché? Per la ragione, semplice e fortissima, che nulla di buono può accadere per la e alla sinistra italiana – comunque la si intenda – che contrasti allo spirito del primo articolo della Costituzione repubblicana.
Da qui deve ripartire la ricerca – quanto possibile spregiudicata e unitaria – se la sinistra (quel che ne resta) vuole evitare una disfatta di proporzioni davvero colossali, rispetto alla quale il voto di febbraio sarebbe poca cosa. D’altra parte, fare questo bilancio non sembra un compito improbo. Neanche in questo caso è difficile fissare pochi, dirimenti criteri-base. Ci si confronti sui diritti inalienabili del lavoro e sul grado minimo della sua sicurezza (precarietà, povertà, infortuni). Ci si pronunci sul tema della formazione, se la si ritenga un diritto per tutti sino all’università, contro la tendenza in atto a reintrodurre la selezione censitaria. Si prenda posizione sulle riforme istituzionali, in particolare sulla tensione tra governabilità (obiettivo mancato delle riforme degli anni Novanta) e rappresentatività. Si ponga infine sul tappeto la questione della politica economica: del welfare (contro la privatizzazione dei servizi), della politica industriale e del ruolo del pubblico nel credito, dell’autonomia del paese dagli interessi dei grandi capitali transnazionali, del ruolo del mercato in una democrazia. Uscendo da un’ambiguità che ha impedito in tutti questi anni qualsiasi serio confronto e alimentato diffidenza e pulsioni distruttive: ci si pronunci francamente sul piano dei giudizi di valore (si dica come si valutano i singoli processi in atto, se rappresentano progressi o involuzioni) prima di sancirne la presunta incoercibilità.
Insomma, si apra, per dir così, una grande costituente del lavoro. Non dovrebbe essere così difficile, mentre sarebbe con ogni probabilità l’unico modo per mettere a valore la sconfitta subita alle elezioni, trasformandola in un’opportunità. Forse, da una parte, si scoprirebbe che il disastro della sinistra italiana è cominciato proprio quando sul lavoro si è smesso di pensarla allo stesso modo (per approdare alle teorie dell’equivicinanza). E, dall’altra, ci si renderebbe conto che si è meno divisi di quanto si creda, tra forze politiche (partiti che oggi sono dentro e fuori il parlamento) e tra forze sociali (sindacati, movimenti, associazioni, sinistra diffusa e intellettualità). Si apra una discussione affinché anche in Italia nasca una sinistra del lavoro, che erediti in primo luogo l’esperienza del Pci, forse prematuramente archiviata insieme alla «prima» repubblica.

E si cerchi – le pagine del manifesto potrebbero offrire un territorio ideale – un nuovo linguaggio unitario che permetta di ricominciare insieme un cammino da troppo tempo interrotto.

mercoledì 20 marzo 2013

La democrazia 2.0 e i soldatini di piombo



di Salvatore Cannavò

Hanno ragione i senatori 5 Stelle che rivendicano il diritto a votare come credono? O Grillo che chiede a tutti di attenersi alle regole del movimento? E gli elettori devono partecipare o no? Le riunioni vanno trasmesse in streaming tutte o no?
Un po’ alla volta contraddizioni e fili complessi stanno venendo al pettine. La democrazia 2.0 promessa dal Movimento Cinque Stelle fa i conti con le strutture della democrazia istituzionale e rappresentativa e ci si tormenta. Si è fatta molta ironia sulla mancata diretta streaming della riunione dei senatori grillini riuniti a porte chiuse per discutere del voto per la presidenza del Senato. La promessa che era apparsa la più rivoluzionaria – “metteremo tutto in rete, vogliamo la trasparenza” – è stata disattesa al primo passaggio impegnativo. E “trasparenza”, paradossalmente, ha chiesto lo stesso Beppe Grillo, per lanciare il suo “altolà” ai senatori dissidenti. La rete, poi, in particolare i commenti al post di Grillo, hanno reso esplicita una discussione e una divisione trasversali. Il problema su “chi decide?”, quindi, torna a porsi e proporsi all’attenzione generale. E la discussione merita di essere affrontata se, come nel caso del M5S, si vuole fare un discorso “rivoluzionario” sul tema, ipotizzando, o vagheggiando, forme di rappresentazione diretta o, addirittura, l’estinzione della stessa rappresentanza una volta che “i cittadini” si fossero impadroniti della cosa pubblica.

Il problema è che, come spesso capita quando si parla di democrazia, si sorvola sulla stretta connessione che esiste tra forma e contenuto. La forma della rappresentanza parlamentare è fatta apposta per edulcorare quel complesso di relazioni sociali e di conflitti che la sottendono, che ne sono alla radice storica e che, però, sono stati messi fuori dalla porta in nome di un equilibrio statuale-sociale. La democrazia italiana, in parte quella occidentale, è in crisi da almeno venti anni, dalla stagione di “mani pulite” e quindi dalla crisi della cosiddetta Prima Repubblica. In realtà, in Italia, è in crisi dagli anni 70, da quando l’irruzione dei movimenti di massa, del conflitto operaio, della lotta studentesca, della radicalizzazione politica, ha impattato contro un sistema “democratico” che si è blindato condannandosi, da lì in poi, alla deriva istituzionale. Ci provarono Moro e Berlinguer a farsi carico dell’impasse con una soluzione che, però, andava in senso contrario alla domanda che saliva dalla società. E non è un caso che, dopo la stagione fallimentare del “compromesso storico” e del “governo delle astensioni”, la crisi del Pci si sia intrecciata con quella strisciante, e allora non visibile, di Dc e Psi tanto che l’allora leader socialista, Bettino Craxi, iniziò a parlare della necessità della “grande riforma” costituzionale vagheggiando un sistema presidenziale. Il sistema che, guardando a Stati Uniti e Francia, appariva il più adatto a garantire la “governance” di una società spaccata, attraversata da conflitti profondi e in cui la crisi economica degli anni 70 – allora la più grave del dopoguerra, sostanzialmente mai risolta – rompeva con la crescita inclusiva del dopoguerra e iniziava a generare la precarietà e l’impoverimento dei salariati che oggi è esploso con più vigore.
Quesat crisi è stata resa ancora più plateale del ventennio berlusconiano con la sua pretesa di rappresentare la stabilizzazione moderata e capitalistica dell’Italia nella globalizzazione – ricordiamo ancora il senso di Genova 2001? – senza però riuscirci mai e, anzi, incarnando costantemente l’anomalia di sistema, impedendo attivamente, anche in questi giorni, un approdo per lo meno transitorio della “governance”.
In questa crisi si è introdotto l’esperimento grillino in cui la rabbia “anti-casta”, dovuta soprattutto all’attuale condizione sociale, costituisce l’aspetto preponderante ma in cui si possono rintracciare altri due elementi importanti: la “speranza” di dare una scossa, strattonando i progressisti in senso “democratico-ugualitario”; l’idea, gestita dal settore più militante, di fondare una nuova democrazia. Nella “narrazione” di Grillo questo elemento occupa un posto decisivo così come nell’ideologia costruita da Gianroberto Casaleggio.
La contraddizione più evidente di questa impostazione è che non si può realizzare una prospettiva di “democrazia assoluta” – ammettendo che l’utilizzo della rete ne rappresenti il viatico – sovrapponendola alla democrazia rappresentativa. Su questo punto si comprende la radicalità della posizione di Grillo: non ci si può mai mescolare con gli altri, non si vota assieme, non si cumulano le due visioni di rappresentanza. Quindi, la tesi, è stato un errore partecipare all’elezione del presidente del Senato. Ma che ci stai a fare in Senato se non voti mai? Se non partecipi alle scelte? In fondo il Cinque Stelle ha chiesto una delega per rappresentare alcune istanze e queste si intrecciano alle scelte degli altri soggetti politici. Nel momento stesso in cui si è scelto di rappresentare e di farsi rappresentanti si è scelto di partecipare al gioco e la purezza assoluta è stata minata alla radice. Grillo è vittima di questa contraddizione che non potrà esorcizzare facilmente. Ieri è stata la volta di Piero Grasso, domani sarà quella dell’elezione del Presidente della Repubblica, poi di una qualche misura gradita, etc. In ogni passaggio la partecipazione al gioco comporterà una valorizzazione del grado di democrazia rappresentata e il deputato o il senatore dovrà rappresentare le scelte che ritiene di incarnare. Lo potrà fare a maggioranza con il proprio gruppo parlamentare ma, al di là dell’articolo 67 e del mandato imperativo, agirà comunque in relazione al proprio mondo, alla propria coscienza, ai propri convincimenti.
L’idea di fondo di Grillo, a quanto si capisce dall’esterno, è che comunque dovrà farlo in maniera rigida, votando solo le indicazioni del movimento di appartenenza e della “rete”. Ma, allora, in questo caso, chi decide? In che modo? Con quali garanzie? Beppe Grillo ha tutto il diritto di chiedere ai suoi parlamentari di sottoporsi alle scelte della base, ma questa base deve manifestarsi, organizzarsi, partecipare. Anche per mostrare la propria qualità sociale che al momento sfugge. Se i senatori si fossero riuniti pubblicamente, mostrando le proprie diverse inclinazioni e sottoponendo a una votazione più ampia, avrebbero introdotto un elemento di novità nei sistemi di rappresentazione democratica. Ma una votazione più ampia va organizzata, individuando la platea dei votanti: gli iscritti al M5S? E perché no gli elettori? Con un quorum o senza? Con quale grado di informazione collettiva? Più si ampliano le procedure, più si introducono varianti e più i problemi da risolvere aumentano. E questo perché la democrazia non può essere ridotta a una “formalità”, al modo in cui si vota, a un voto puntuale. E’ un processo politico e sociale, un esercizio di partecipazione sociale, è conflitto, scontro anche duro. Se esistesse davvero, vivrebbe al di là dell’interruttore acceso dal leader di turno, marcerebbe sulle proprie gambe. Come ha fatto in alcuni, pochissimi, momenti storici (tra l’altro finiti male): con la Comune di Parigi o con le varie esperienze di consigli operai (o di contadini e soldati come nel ’17 in Russia). Non è facile prevedere come possa darsi oggi un processo di democrazia diretta, probabilmente la Rete sarebbe essenziale viste le sue qualità tecniche. Potrebbe prevedere una fase di relazione dialettica con le istituzioni di rappresentanza delegata ma senza una dialettica conflittuale alla fine soccomberebbe. Soprattutto, non avrebbe vita lunga se non fosse incarnata su figure sociali, su soggetti riconoscibili, attori di una realtà che è lungi dall’essere pacificata e in cui non tutti o tutte sono uguali.
Questo è il punto debole del ragionamento grillino, anche quando avanza una provocazione utile. A mancare del tutto è una dimensione di partecipazione, una realtà sociale organizzata, l’irruzione soggettiva. Nella sua rappresentazione manca il conflitto e manca l’autorità dei soggetti sociali, condizione che rende assoluto il suo protagonismo e la sua leadership. Nessuna democrazia mimata al computer può surrogare questa dimensione, decisiva per innescare un meccanismo di trasformazione e fondamentale per dare significato alle scelte più radicali. Essenziale, soprattutto, per innescare un processo in cui, alla fine, a soccombere sia l’attuale democrazia rappresentata per affermare una democrazia superiore. Senza questa partecipazione, sociale e diretta, i personaggi di questa rappresentazione rimarranno soldatini di piombo gettati nella corrente, spiriti liberi fluttuanti nell’aria.