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Il Blog di Rifondazione Comunista di Assisi


lunedì 11 marzo 2013

Una sconfitta che rinvia al 1924


di Alberto Burgio

Interrogarsi sul risultato delle elezioni politiche significa chiedersi che cosa bolle nella pancia della società italiana e quali previsioni si possano fare, secondo noi, sulle sorti della sinistra. Nessuno – tranne Bersani – nega che il Pd sia stato sconfitto. Bisogna aggiungere che è l’unica, tra le forze maggiori, ad aver perso. Se Grillo ha sbancato, anche il Pdl ha raggiunto l’obiettivo, realizzando una rimonta spettacolosa. C’è riuscito grazie alla scialuppa lanciata dal presidente della Repubblica.
Un capo dello stato così affezionato al bipolarismo (nei progetti di Napolitano Monti avrebbe dovuto sostituire Berlusconi) da congelare la crisi verticale del centrodestra con il governo tecnico. Ma il Pdl tiene ancora la scena anche perché in tutti questi anni ha mostrato di rappresentare efficacemente il proprio blocco sociale. Nonostante tutti gli scandali che poco o nulla incidono sulla condizione materiale delle persone, la maggior parte dell’elettorato di centrodestra mostra di nutrire ancora fiducia nei propri rappresentanti tradizionali. Qui veniamo subito al Pd. Di sicuro Bersani ha commesso molti errori. Ma siccome in questi giorni va di moda sostenere che le cose sarebbero andate meglio se al suo posto ci fosse stato Renzi, è bene chiarirsi. Forse (non lo sapremo mai) Renzi avrebbe contenuto le perdite, ma non avrebbe risolto il problema.
La sconfitta del Pd deriva invece dalla stessa logica che ha premiato il Pdl. In questi vent’anni la cosiddetta sinistra moderata ha visto costantemente ridursi il proprio peso, sino al 10 per cento del totale (tanto vale all’incirca, al netto delle astensioni, la componente post-comunista del Pd). Di fronte a questo trend la proverbiale arroganza di taluni dirigenti storici del Pd è roba da psicanalisti. Come spiegare questa emorragia cronica se non col fatto che gran parte del blocco sociale della sinistra si è visto abbandonato da chi avrebbe dovuto tutelarlo? Non è il caso di ripetere quanto andiamo scrivendo da anni a proposito della frustrazione del mondo del lavoro, dei giovani, del Mezzogiorno, sistematicamente sacrificati nel nome del mercato, del privato e, da ultimo, del risanamento. Ridotto all’osso il ragionamento, questa sembra l’unica chiave in grado di spiegare la debâcle . Purtroppo, il fatto che nessun dirigente del Pd la prenda sul serio non fa ben sperare chi si augura che la musica da quelle parti finalmente cambi.
Anche l’ exploit del M5S riposa, a ben guardare, su questa logica; Grillo ha intercettato l’enorme massa di delusioni e di risentimenti di un popolo lasciato senza voce e persino senza sogni (la plumbea retorica dell’austerità è la morte del sogno, di cui, come Berlusconi ha capito benissimo, la gente ha gran bisogno, con piena legittimità). Lo ha fatto non soltanto con l’attacco alla casta o simulando la democrazia diretta. Come mi pare suggerisse Felice Roberto Pizzuti ( il manifesto , 2 marzo) l’arma vincente (che spiega anche il flop di Monti e del terzo polo) è stato il discorso sulla crisi come figlia dell’ingiustizia di un sistema che non smette di produrre ricchezza, ma la distribuisce in modo sempre più iniquo. Le fluviali esternazioni di Grillo saranno anche caotiche (debbono esserlo, perché più che alla testa delle folle puntano alla pancia), ma lasciano emergere con forza un dato che le altre forze politiche cercano di nascondere.
La crisi non è una maledizione o una malattia misteriosa. È la conseguenza logica di una direzione del sistema economico che in tutto il mondo, in assenza di oppositori, sta scaraventando all’inferno le classi medie e il proletariato. Per chi perde (o teme di perdere) lavoro e reddito, e vede crescere intorno a sé ricchezze smisurate, non ci vuole una scienza per capire che le cose stanno così e che quelle dei sacerdoti dell’austerità sono balle. Grillo libera la rabbia di chi ha paura e al tempo stesso lo rassicura e lo galvanizza. Per questo raccoglie enormi consensi, lucrando su una sacrosanta domanda di sicurezza e giustizia sociale. Il risultato, disastroso per Rifondazione comunista e Pdci, che rimangono per la seconda volta fuori dal parlamento in forza di una legge elettorale anticostituzionale (se fosse stata in coalizione Rivoluzione civile avrebbe 26 deputati e 765mila cittadini non sarebbero stati privati del proprio diritto alla rappresentanza), è deludente anche per Sel, che incassa molti meno consensi del previsto ed elegge 37 deputati grazie a un premio di maggioranza che moltiplica oltre misura il peso dei suoi voti.
Se è vero che vince chi è credibile quando promette di rappresentare interessi e aspettative, in questo caso la credibilità non è stata compromessa tanto dalle cose dette – più o meno limpidamente, più o meno coerentemente – in campagna elettorale o fatte in questi anni di battaglie fuori dal parlamento. Il problema consiste piuttosto nella scarsa efficacia, constatata e prevista, di forze divise tra loro e per ciò stesso ininfluenti. Tanto più considerati i grandi compiti trasformativi che costituiscono la ragion d’essere di forze critiche. Nessuno, a sinistra, ha motivo di rallegrarsi per questi risultati. Anche chi si consola per essere rientrato in parlamento vede bene che i problemi esplosi nel 2008, in primo luogo la frammentazione delle forze, sono ancora tutti aperti e non meno gravi di allora. D’altra parte non tutto il male viene per nuocere.
Questo terremoto impone un bilancio degli ultimi vent’anni, che sinora si è evitato di fare. Nessuno sa quanto la nuova legislatura durerà, ma non è improbabile che si concluda presto ed è bene che sia così, perché il travaglio del sistema politico non deve fermarsi finché non si sarà rotta definitivamente la gabbia del bipolarismo che ha deformato la rappresentanza e consentito lo sterminio pianificato della sinistra. Il che non riguarda – si badi – solo la sfera politica. Anche se la storia non si ripete mai uguale a se stessa, è bene considerare che la situazione sociale oggi, in Italia e in parte dell’Europa, presenta inquietanti analogie non col 1994, ma col 1924. Sarebbe un disastro se l’enorme potenza del rancore e della collera, che Grillo mantiene ancora dentro la logica democratica, dovesse sfuggire di mano.
E non c’è modo migliore per alimentare questo rischio che negarle rappresentanza. Su come affrontare i guai della sinistra, le sue divisioni, Alfonso Gianni ( il manifesto , 28 febbraio) ha parlato di una comune ricerca ideale, altri di una costituente della sinistra. Se, al di là del lessico, questo significa affrontare finalmente la questione dell’unità della sinistra diffusa e delle sue organizzazioni sulla base del moltissimo che esse condividono (a cominciare dalla priorità dell’occupazione, del reddito, della tutela ambientale, della pace e della formazione), credo si tratti dell’unica proposta razionale, che ci si dovrebbe augurare attragga anche le componenti più avanzate del Pd. Da qui si tratta di ripartire al più presto. Nella consapevolezza che mai come oggi i tempi della politica sono stati incalzanti e tali da mettere alla prova intelligenza, coraggio e ben inteso senso di responsabilità.

venerdì 8 marzo 2013

Il coraggio della discontinuità


di Gianluigi Pegolo

Il risultato elettorale ci consegna un paese attraversato da una crisi profonda che investe non solo la sfera economico-sociale, ma anche quella politico-istituzionale. Una crisi la cui manifestazione più evidente è l’affermarsi di pulsioni populiste, di diversa ispirazione, verso le quali s’incanala il disagio sociale. Un disagio sociale profondo e crescente che non premia la sinistra in senso lato, o perché interna a orientamenti liberisti che sono responsabili del malessere sociale, o perché afona e incapace di rappresentare una domanda di cambiamento.
In questo quadro la vicenda della lista Ingroia è esemplare. L’aver raccolto le poche forze che si erano opposte alle politiche di Monti non è stato sufficiente. A maggior ragione nel momento in cui la proposta avanzata in campagna elettorale ha esaltato i temi della legalità anziché quelli sociali. Né tanto meno ha giovato l’azzeramento delle forze di sinistra ridotte a pure ancelle, private di alcuna visibilità. Ciò che si è verificato era quindi prevedibile: da un lato, la fuga verso il Movimento cinque stelle (in particolare dell’elettorato IdV come dimostrano le analisi dei flussi), dall’altro, verso più direzioni (è il caso dell’elettorato di sinistra).
La lista, quindi, ha mancato sul punto essenziale: intercettare il consenso di una sinistra orfana di rappresentanza. Come è stato giustamente notato, più che di una rivoluzione “civile”, avremmo avuto bisogno di una rivoluzione “sociale”. Così non è stato, per l’eterogeneità delle forze messe in campo, per l’influenza della deriva populista, per la sopravvalutazione dell’efficacia della personalizzazione. Ma è anche vero che noi, come partito, in quel contesto non siamo stati in grado di condizionare il percorso, non riuscendo  a far emergere adeguatamente nella compagna elettorale proposte che dessero una risposta ai grandi temi posti dalla crisi (dalla disoccupazione, al reddito,  alle nuove povertà). Senza contare  alcune scelte subite, sicuramente devastanti, come quelle sulla composizione delle liste.
Il punto ora è che fare di fronte ad un esito così negativo, agli enormi problemi che si riverberano sull’esistenza stessa del partito e alla presenza di nuovi appuntamenti elettorali (dalle prossime amministrative, alle europee del prossimo anno, a possibili elezioni anticipate). A tale riguardo, bisogna essere consapevoli che l’errore più grande che si potrebbe fare è quello di sottovalutare la gravità della situazione, indugiare in atteggiamenti auto-assolutori, negare i nostri limiti. Perché i limiti vi sono stati. E non solo e non tanto nel modo con cui si è condotta la partita elettorale, ma soprattutto nel come ci si è arrivati, dopo anni d’inutili rincorse a progetti fallimentari, come quello della FdS, in mancanza di un impegno adeguato di radicamento sociale, e senza un’azione efficace nella costruzione di una sinistra alternativa, né subordinata né settaria.
Occorre allora il coraggio dell’auto-critica e, conseguentemente, di una scelta di “discontinuità”. Per farlo occorre attivare un percorso di discussione vera che conduca nei tempi adeguati a un congresso. Le dimissioni presentate dalla segreteria avviano tale percorso, ma vanno chiariti i tempi e i modi. E, infatti, un grande disagio percorre il partito, dove la volontà di un vero cambiamento si assomma al timore legittimo che tutto si risolva in un puro regolamento di conti. Per questo credo che il congresso non possa tenersi a breve, oltretutto vi sarebbe la difficoltà oggettiva rappresentata dalle elezioni amministrative di maggio. Inoltre, occorre un percorso che abbini il rilancio verso l’esterno (per esempio con una grande assemblea nazionale intorno al nodo del ruolo della sinistra in questa fase) con quello di un ripensamento profondo dei nostri limiti (per esempio con alcuni appuntamenti seminariali costruiti con un’ampia partecipazione), per giungere a un congresso a tesi aperte, in cui vi sia la possibilità di misurare non solo le differenze, ma anche gli elementi di convergenza.
In questo percorso vanno affrontati alcuni nodi. Il primo è quello politico. Le proposte che sono oggi in campo (dalla continuità dell’esperienza della lista Ingroia, alla costituente di un nuovo soggetto politico) sono profondamente inadeguate, per il semplice fatto che ripropongono, in un modo o nell’altro, la questione del contenitore, anziché quella dei contenuti e, peraltro, dopo esperienze fallite. Senza contare il fatto, che a sinistra prevale oggi la disgregazione e la disomogeneità, che le culture politiche oscillano fra le tentazioni dell’anti-politica e dell’assemblearismo carismatico, per non parlare del ruolo subordinato di SEL nel centro-sinistra.  Pensare, magari con disinvolte operazioni di assemblaggio, di costruire a breve un’aggregazione significativa, in grado di entrare in campo con un progetto compiuto  e con un consenso elettorale  in grado di superare gli sbarramenti elettorali già molto elevati è perlomeno azzardato.
Essenziale è lavorare per la costruzione di una sinistra di alternativa fin da ora, ma con realismo, sapendo che i tempi non saranno necessariamente brevi, che non automaticamente ciò condurrà a esiti elettorali soddisfacenti e che, pertanto, anziché puntare su aggregazioni pasticciate, occorre lavorare sui fondamenti. E cioè: la convergenza reale sui contenuti delle proposte, un disegno politico chiaro, un’agenda d’iniziative mirata alla ricostruzione di un consenso sociale. Per fare tutto ciò occorre spazzare via alcuni approcci che si sono rivelati deleteri. Una sinistra di alternativa non può partire dal presupposto grillino della rottamazione dei soggetti politici e di un presunto primato della società civile, deve rimettere al centro l’iniziativa sulla condizione sociale a partire da quella del mondo del lavoro, deve rifuggire dalle tentazioni plebiscitarie celate dietro l’appello alla partecipazione. Per tutto questo al primo posto non va posta la precipitazione della soluzione organizzativa, ma una pratica unitaria effettiva. La modalità più credibile è quella dell’”unità d’azione” che non pregiudica alcuna scelta impegnativa, ivi compresa la convergenza elettorale.
Presupposto della costruzione di una sinistra di alternativa adeguata è l’esistenza di un soggetto politico che ne costituisca il motore. Questo oggi resta, con tutti i limiti, Rifondazione Comunista. Non vi è in questo nessuna supponenza, né alcuna tentazione autoreferenziale, ma una semplice constatazione. Basti pensare a chi ha garantito il maggiore impegno nelle campagne referendarie o nella stessa recente campagna elettorale. La titubanza con cui è stato rivendicato questo nostro ruolo, magari nell’illusione che il fare un passo indietro avrebbe consentito più ampie convergenze, è stata un errore. Lo è in particolare per un corpo politico generoso che si è speso in tutti i modi, spesso senza alcun riconoscimento, e che oggi per restare unito ha anche bisogno di avere una certezza, e cioè che questo partito ha ancora un ruolo e non è in liquidazione. Per questo credo sia un grave errore farsi attrarre da prospettive di auto-scioglimento in nuovi soggetti politici, peraltro del tutto evanescenti.
Il senso di sé è essenziale se si vuole sopravvivere e svolgere un ruolo a sinistra. Di fronte a quello che è avvenuto in questo paese, la riscoperta dello “spirito di scissione”, nel senso gramsciano di consapevolezza della propria alterità, è essenziale. Sarebbe tuttavia ingenuo ritenere che ciò sia possibile omettendo il riconoscimento dei nostri limiti e senza il coraggio di una profonda autoriforma. E’ necessario allora entrare nel merito di questi limiti che sono tanti, ma che in particolare attengono: alla scarsa capacità, non tanto di sostenere i movimenti, quanto di radicarsi in essi, a partire dalla presenza del tutto insoddisfacente nel sindacato; alla debolezza della cultura politica e all’esiguità degli strumenti formativi e informativi a disposizione dei nostri iscritti; a modalità organizzative inadeguate, di fronte alla rivoluzione dei sistemi comunicativi; all’assenza di un’autonomia finanziaria sempre più indispensabile.
Un’autoriforma è inoltre la condizione per attrarre nuove forze. E’ il tema evocato da molti, anche da quanti hanno insistito in questi anni sul tema dell’unità dei comunisti. E’ un nodo destinato a riproporsi e al quale occorre dare una risposta. Credo che Rifondazione debba essere un soggetto inclusivo e non porre limiti all’adesione di quanti credono nella necessità di una forza comunista. Credo, tuttavia, che l’esperienza negativa della FdS qualcosa ci abbia insegnato e cioè che dietro comuni riferimenti ideologici si celano spesso divergenze politiche rilevanti. La questione resta pertanto quella di sempre: i contenuti devono essere alla base dell’unità. Apertura quindi, ma anche rigore sulle scelte. Rispetto alle quali la questione essenziale è la vocazione “trasformativa” e non “adattativa” di un partito comunista, il suo ancoraggio alla concretezza della condizione sociale, prima che alla tattica delle alleanze.
L’autoriforma del partito, il suo adeguamento, resta un nodo fondamentale ma esso ha un baricentro e questo sta nella ricostruzione di una comunità solidale oltre che politicamente omogenea. Al primo posto resta cioè la questione della costruzione di un partito unito, in cui sia percepibile la solidarietà, in cui la dialettica politica sia trasparente e non strumentale, in cui vi sia rispetto e inclusione delle minoranze, in cui la selezione dei gruppi dirigenti avvenga sulla base prima di tutto del merito e delle capacità. Per questo non è più rinviabile il tema del superamento di una modalità di funzionamento che si regge al centro su un sistema decisionale pattizio e alla periferia sulla balcanizzazione. Lo scioglimento delle correnti e la costruzione di una democrazia fondata sull’ampio consenso nelle decisioni, restano forse la principale sfida che va oggi affrontata.

giovedì 7 marzo 2013

Il sogno di Chavez



di Gianni Minà

Qualunque sia la valutazione politica che la storia darà a Hugo Chávez, presidente del Venezuela appena scomparso, non c’è dubbio, se si è in buona fede, che il suo rapido passaggio in questo mondo non sia stato un evento banale. Per questo credo stia suscitando una commozione collettiva in tutta l’America Latina, anche in quelle nazioni meno abituate ad approvare le strategie di cambiamento di questo seguace di Bolivar che sognava un continente affratellato.
Mentre scrivo sono già arrivati a Caracas i presidenti di Argentina, Bolivia e Uruguay e pare stia per arrivare perfino Juan Manuel Santos (il presidente della Colombia succeduto all’inquietante Uribe) che, nel rispetto dell’utopia proprio della «Patria Grande», aveva deciso di imbastire un nuovo rapporto con Chávez. Non c’è dubbio che questa realtà quasi rivoluzionaria abbia potuto mettersi in marcia perché in pochi anni si è evoluto il ruolo del Venezuela e si è affermata, nel continente, una politica di hermanidad spinta dal colonnello dal basco rosso, certo di poter affermare i suoi sogni di unità latinoamericana.
Paradossalmente, però, è questo il sentimento che proprio non riescono a capire molti media europei. Non solo perché nazioni latinoamericane come l’Argentina, la Bolivia e l’Ecuador hanno deciso di recuperare, nazionalizzandole, alcune delle proprie ricchezze saccheggiate nel tempo dal “democratico” mondo occidentale; ma perché, per la prima volta nei secoli più recenti è con i paesi dell’America Latina che bisogna fare i conti e, a sorpresa, non con gli Stati Uniti o con le nazioni un tempo colonizzatrici.
Questa situazione però, secondo alcuni analisti europei e del nord del mondo, risulta scandalosa e inaccettabile. Perché, oltretutto, mette in crisi le certezze delle agenzie di rating, della finanza speculativa, di tutti coloro insomma convinti che il mondo è sempre andato così e non può cambiare.
Eppure basterebbe considerare che cosa, in questi anni, ha fatto il Venezuela, oltre ad affrontare e vincere salvo in un caso, 15 consultazioni elettorali o referendum. Se non è democrazia questa, non sappiamo che altro valore dargli.
Quando Chávez ha ereditato il governo del Paese dal presunto socialista Carlos Andrés Péres, c’erano cinque milioni di esseri umani che vivevano nelle villas miserias dove i bambini non andavano a scuola perché i padri non erano nemmeno registrati all’anagrafe. Insomma, cinque milioni di “inesistenti”, in una nazione di 24 milioni di abitanti seduta su uno dei giacimenti petroliferi più importanti al mondo. Era il “Venezuela Saudita”, dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi e di un pugno di multinazionali e dove Carlos Andrés Péres, un giorno, dette perfino l’ordine di sparare su un corteo di cittadini esausti proprio per le politiche del Fondo monetario, massacrando più di mille persone. Ora, nel Venezuela bolivariano del «caudillo populista», gli indigenti sono meno della metà di allora, 49,21% invece del 70%.
Ma all’opposizione non è bastato: «Con quale criterio Chávez continuava a usare le entrate del petrolio in opere sociali invece di investire sul petrolio stesso?».
Non si tratta di rispettare una logica economica, ma di far prevalere un diritto morale. Chi ha stabilito, per esempio, che l’economia neoliberale, anche quando procura disastri come in questa epoca, è la via maestra da continuare a seguire? E non è un problema di ideologia, ma di etica. Lo affermano anche personalità della cultura nordamericana come Sean Penn e Oliver Stone. Jimmy Carter, l’ex presidente degli Stati Uniti, ha inviato per esempio questo messaggio al popolo venezuelano: «(…) il presidente Chávez sarà ricordato per la sua audace ricerca di indipendenza per i paesi latinoamericani, per le sue formidabili capacità comunicative e per il rapporto che stabiliva con chi lo seguiva, tanto nel suo Paese, come all’estero. A questi trasmetteva loro speranza e fiducia nelle proprie capacità. Nei 14 anni del suo governo, Chávez si è unito con altri leader dell’America Latina e dei Caraibi per creare nuove fonti di integrazione e ha ridotto della metà la povertà nel suo Paese».
Così, quando leggo queste dichiarazioni di stima del più etico fra gli ultimi Presidenti degli Stati Uniti, mi domando quale sia il concetto di democrazia dei nostri media. Ho visto che non si sono nemmeno dati la pena, dopo aver sostenuto che non c’è libertà di stampa in Venezuela, di informare – come hanno fatto Ignacio Ramonet di Le Monde diplomatique e il politico francese Jean-Luc Mélenchon – che dei 111 canali televisivi esistenti in Venezuela, solo 13 sono di proprietà dello Stato e con audience di solo il 5,4%. Purtroppo, i nostri intrepidi cronisti si rifanno, per raccontare l’America Latina, quasi esclusivamente al mitico quotidiano spagnolo El Pais, che, proprio l’altra settimana, con assoluto disprezzo delle regole del nostro mestiere, aveva pubblicato in prima pagina (evidentemente augurandoselo) una foto di Chávez intubato e morente risultata però falsa. Il prestigioso quotidiano spagnolo aveva dovuto chiedere scusa pubblicamente e ritirare all’alba tutte le copie già stampate e distribuite.
La verità è che in poco più di dieci anni, l’America Latina è stata capace di dotarsi, per l’intuizione di uomini politici come Lula o lo stesso Chávez, di strumenti capaci di farla competere con realtà come la stessa Comunità Europea. Basti pensare al Mercosur e al Banco del Sur (lanciato nel 2007 con una capitalizzazione di 7 bilioni di dollari da 7 membri: Venezuela, Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Uruguay e Paraguay) una scommessa che ha reso più autonoma e indipendente gran parte dell’America Latina. Ma la prova tangibile dei meriti di Chávez e della sua politica, pur fra errori e qualche esagerazione, è forse TeleSur, la televisione satellitare del continente che, l’altra notte, in una diretta no-stop, ha mostrato un dolore collettivo non solo di un Paese, il Venezuela, ma di quella che Ernesto Che Guevara definiva «nuestra Grande America».
«Io non sono io – ha detto una volta Hugo Chávez parlando dei suoi sogni – ma un popolo unito».

...e se avessimo votato col proporzionale?


di Giovanni Bronzino

L’incertezza politica in cui versa l’Italia dopo le ultime elezioni politiche è stata da più parti addebitata al fatto che per la terza volta si è votato con le regole del cosiddetto porcellum. Nonostante per anni i partiti si fossero dichiarati quasi unanimamente d’accordi sulla necessità di una nuova legge elettorale, non si è mai riusciti a trovare un accordo che soddisfacesse tutti. Anche perché da anni il vizio d’origine è che le leggi elettorali non devono essere neutre, ma costruite su misura delle esigenze di questo o quel partito.
In verità stavolta il porcellum c’entra poco. La legge elettorale di Calderoli non ha comunque smentito la sua impressionante capacità di deformare il parlamento e la volontà del popolo sovrano secondo un bislacco sistema di sbarramenti plurimi, ma ad aver destabilizzato la relativa quiete della seconda Repubblica è stato semplicemente il fatto che il MoVimento 5 Stelle abbia preso il 25,55% dei voti validi.
Ipotizziamo che la ripartizione dei seggi alla Camera dei Deputati fosse avvenuta con la vecchia legge elettorale (ex art. 77 del DPR 361/1957) in vigore fino al 1993: un democratico proporzionale con attribuzione dei resti più alti col metodo del collegio unico nazionale e lasciando immutata la quota estero e l’uninominale della Valle d’Aosta, avremmo avuto questa situazione:

Si può notare che ci saremmo ritrovati con 5 liste extraparlamentari in meno (Rivoluzione Civile, Fare, La Destra, Grande Sud-Mpa e Die Freiheitlichen), e quindi oltre un milione e mezzo di cittadini avrebbero avuto una loro legittima rappresentanza in Aula, ma ai fini della cosiddetta governabilità sarebbe cambiato poco.
Le sinistre (Pd, Sel, Rc, Cd, Svp) avrebbero avuto 209 seggi contro i 190 delle destre (Pdl, Ln, Fd’I, Fare, La Dx, Gs-Mpa, Die Freih.) e i 66 del centro (Sc, Udc). Fatichiamo a collocare i 4 deputati Vallée d’Aoste, Maie e Usei, anche se dovrebbero essere di centro.
A fare pertanto la differenza anche con questa legge elettorale sarebbero i 161 grillini. Tuttavia la prassi del proporzionale imporrebbe in questo caso al M5s l’onere e l’onore di dover formare un governo e quindi ai grillini di doversi cercare in aula gli almeno 155 deputati necessari per formare una maggioranza. Non è una cosa da poco. Poiché il porcellum ha dato una maggioranza d’ufficio alla coalizione di Bersani, tocca a quest’ultimo rincorrere  Grillo e Casaleggio e rimanere in attesa di un sì o un no come in certi film i gladiatori sconfitti guardavano alla mano dell’imperatore per capire se avrebbero visto la luce del giorno dopo. Con un proporzionale onesto invece chi gode della massima popolarità nell’elettorato avrebbe dovuto farsi subito carico di tutto il peso dell’essere il partito più votato del paese.

mercoledì 6 marzo 2013

Rifondazione e la sconfitta



di Alessandro Pascale
Molti dei compagni che collaborano al Becco sono legati a Rifondazione Comunista, quindi riteniamo utile pubblicare anche una riflessione scritta in prima personale plurale, senza per questo voler legare a Rifondazione tutti gli altri articoli che fanno parte della discussione che abbiamo aperto sul nostro sito.
Gli errori strutturali compiuti dal PRC
Proviamo ad ampliare lo sguardo, a esaminare con un colpo d'occhio la scia lunga dei 20 anni di Rifondazione Comunista in relazione al contesto politico economico italiano. Che cosa emerge? Emerge che essa è stata l'unica forza politica che coerentemente e senza cedimenti non ha ceduto alle lusinghe ideologiche del capitalismo liberista, ideologia che invece ha permeato nella sostanza (chi più chi meno) tutte le altre formazioni politiche italiane. Questo è stato certo un elemento di pregio e lode per il PRC, che ha potuto contare su un apparato ideologico saldo che invece è stato ripudiato con dissennatezza dalle altre anime della sinistra da Occhetto in poi.
Ma se l'intero quadro politico italiano è stato egemonizzato dal liberismo quali conseguenze se ne potevano e dovevano trarre? Principalmente due:
1) che diventava impossibile per un partito comunista allearsi con qualunque di queste forze, quantomeno finchè non fossero cambiati totalmente i rapporti di forza in modo tale da favorire la formazione di una coalizione realmente progressista in cui i comunisti fossero egemoni
2) che in questo panorama le conseguenze culturali potevano diventare solo due: o avrebbe perso di senso la classica distinzione destra/sinistra, in un contesto dove la sinistra veniva percepita in linea maggioritaria in una forza solo apparentemente socialdemocratica (PDS-DS-PD) ma in realtà nei fatti liberista; oppure si sarebbe arrivati a concludere che il bipolarismo era diventato di fatto un gioco di alternanza tra due destre, secondo la definizione data da alcuni importanti autori (Revelli, Cavallaro).

La strada scelta dal PRC a riguardo di questi due punti è sempre stata ambigua e incapace di mantenere per lungo tempo una linea decisa e coerente.
Le cose sono due: o il PRC è stato incapace di capire la portata devastante dell'influsso egemonico esercitato dal liberismo sulle forze socialdemocratiche, oppure non ha avuto il coraggio di far proprie le tesi di Revelli e Cavallaro, ricordando quanti danni queste teorie (che molti, è bene ricordarlo, bollavano come “settarie”) storicamente avessero fatto in contesti storici diversi (mi riferisco agli anni '20-30 quando si denunciavano i traditori socialdemocratici mentre i fascismi infuriavano in tutta Europa).

Da questo errore di analisi primordiale è conseguito l'altro grande problema drammatico del PRC, lo scissionismo, causato in primo luogo (si riguardi il libro di Paolo Favilli, In direzione ostinata e contraria) proprio dalle divergenze tattico-strategiche elettorali. Uno scissionismo favorito dall'aver acconsentito fin dalle origini alla creazione di aree e correnti organizzate, abbandonando quel centralismo democratico che per 40 anni aveva garantito la stabilità del PCI.

Ma lo scissionismo è stato favorito anche da una mancanza grave che ha colpito la gran parte dei comunisti e delle aree, e che rappresenta un'altra sorta di peccato originario della nostra pratica politica: l'aver posto le elezioni come obiettivo strategico invece che meramente come obiettivo tattico. Il quinquiennio 2008-2013 rappresenta da questo punto di vista la casistica più imbarazzante: per due volte, in vista delle elezioni Politiche, si decide di cedere ideologicamente e programmaticamente, mettendo da parte la propria identità, per il mero obiettivo di entrare in Parlamento. Abbiamo dimenticato che il Parlamento è un mezzo, non un fine. Il fine è l'abbattimento dello Stato borghese e il ribaltamento dei rapporti di produzione, la qual cosa non si può ottenere che attraverso un lungo processo di lotte in cui il partito riesca ad inserirsi positivamente, guadagnando così consenso sociale e crescita dell'organizzazione. Quello che abbiamo dimenticato è che un militante ben istruito, volenteroso, onesto e capace di guidare una mobilitazione vale più di 1000 voti ad una tornata elettorale.

Tutto ciò non vuol dire che dobbiamo tutti riversarci in massa nelle sedi di Lotta Comunista, ma che dobbiamo capire che il modo migliore per continuare a stare fuori del Parlamento, per essere invisi alla gente, è pensare solo alle elezioni e ad eleggere dei parlamentari. Non bisogna quindi mai (tanto meno oggi, in Italia, contesto particolarissimo in cui i compromessi politici sono visti come la peste) svendere la propria identità, anima, programma, mettendo in contraddizione la proposta politica con le lotte condotte negli anni.
 L'analisi di fase attuale
Capiti gli errori del passato cerchiamo di capire il presente. In primo luogo le elezioni Politiche segnano una serie di novità clamorose: il definitivo crollo del bipolarismo, con la ribellione di fasce maggioritarie dell'elettorato all'idea di dover accettare passivamente l'austerity imposta dall'Europa liberista.
Quel che ne deriva è però un quadro estremamente instabile sotto ogni punto di vista: politico, sociale ed economico, con la possibilità che si apra lo spazio anche per il ritorno di nuovi (vecchi) paradigmi culturali. Tale oggi è la permeabilità ideologica e la richiesta di radicalità di milioni di italiani.
In questo quadro c'è l'incognita del M5S: esempio di rivoluzione o di reazione/conservazione? Il dibattito in corso si è acceso sulle tesi contrapposte di Franco Berardi e Wu-Ming.
Chi scrive ha più volte denunciato il rischio derivante dal M5S e in particolare dalle personalità di Beppe Grillo/Casaleggio. Oggi è più difficile capire che cosa succederà dentro e fuori dal M5S. La mancanza di una cultura politica comune e la difficoltà di gestire un successo così improvviso e inaspettato, oltre all'impreparazione politica e ideologica della gran parte degli eletti rappresentano fattori di incognita notevoli. Quel che però sarà probabilmente decisivo è capire come si svilupperà la dinamica di potere all'interno del M5S: chi comanderà e deciderà la linea? Saranno i capi Grillo-Casaleggio, leader mai scelti democraticamente, oppure sarà il gruppo degli eletti, seguendo la propria ragione e al limite i suggerimenti del web?
In ogni caso si aprono voragini per i comunisti, se sapranno entrare nelle modalità adeguate in questi processi. Il M5S potrà deludere o stravincere, ma sia nell'uno che nell'altro caso ci sarà bisogno di qualcuno che proponga la radicalità sul tema economico-sociale, con la stessa verve usata da Grillo per il tema legalitario-istituzionale (la casta e i partiti...). 
Negli anni il popolo è caduto vittima di diversi populismi-leaderismi (Berlusconi, Bossi, Di Pietro, Monti, Grillo) ma nessuno di questi ha mai offerto sul piatto una proposta antiliberista, che rappresenta il vero nucleo per la risoluzione dei problemi.
Inoltre sappiamo che la crisi capitalistica in Occidente è lungi dall'essere risolta. Nulla è stato fatto per mettere sotto controllo il settore finanziario-bancario (ne è dimostrazione il caso MPS), l'UE non sembra poter autoriformarsi come dovrebbe, e mentre la disoccupazione e la povertà aumentano è probabile su termini medio-brevi l'esplosione di nuove bolle finanziarie che devasteranno ulteriormente il già fragilissimo tessuto economico. Il malcoltento e le finora moderate proteste di piazza rischiano di accendersi arrivando a livelli di esasperazioni allarmanti. 
I compiti dei marxisti
Parlo non a caso di “marxisti” e non meramente di “sinistra” o “comunisti”, per marcare una differenza importante: coloro che partono dalla conoscenza critica di Marx-Lenin-Gramsci e che oggi guardano sconsolati al panorama italiano si dovrebbero chiedere: che fare? Finora abbiamo sbagliato completamente analisi di fase, prospettive e soluzioni proposte. Siamo stati incapaci di capire le esigenze e le volontà di coloro che intendiamo rappresentare, difendere e guidare alla riscossa. Siamo inoltre coscienti che la situazione non potrà far altro che peggiorare ulteriormente, e vediamo come al momento praticamente non esista un organizzazione capace di affrontare le prossime devastanti crisi sociali e (forse) istituzionali del Paese.
Vale la pena, in un simile contesto, portare avanti il progetto Rivoluzione Civile, ossia il tentativo di concentrare l'azione di costruzione di una sinistra antiliberista all'interno della quale tentare di esercitare un'azione egemonica comunista? Siamo cioè certi che un progetto meno identitario e più allargato sia più attrattivo nel momento in cui perda gran parte della radicalità programmatica necessaria, necessitando inoltre di molto tempo per plasmare una cultura politica comune?
La domanda alternativa è: se siamo allo “stato zero” e tutto è da ricostruire, perchè dedicarsi a Rivoluzione Civile, progetto dai caratteri ambigui fin dalle origini e ormai già screditato, piuttosto che alla ricreazione di un valido partito comunista? Un partito che sappia affrontare, ricordando le pratiche della sua storia, anche eventuali derive autoritarie, di cui non si può del tutto escludere la possibilità per il prossimo futuro.
Quel che pare certo è che serva una nuova radicalità e un'accentuazione della preparazione politica e culturale dei militanti: se è realmente a rischio la democrazia e se la società italiana è ormai così instabile da assegnare diversi milioni di voti ad una serie di populisti padroni dei propri partiti, occorre ragionare sulla possibilità di dare stabilità al partito attraverso un'organizzazione di quadri piuttosto che di massa. Un partito di quadri che in caso di bisogno sia preparato ad affrontare nel modo adeguato le crisi più catastrofiche che potrebbero arrivare a mettere in discussione l'assetto costituzionale della nostra Repubblica.
Ma anche nel caso in cui il quadro non sia così drammatico e sia ancora possibile tentare un alternativo radicamento di massa bisognerà d'ora in poi porre l'accento su una piena conoscenza della teoria che contraddistingue il marxismo (materialismo storico e dialettico), degli assetti moderni e contemporanei dell'economia capitalistica e della società occidentale, oltre che un approfondimento delle pratiche di Resistenza storicamente adottate dal movimento operaio nelle epoche di crisi.
Rifondazione Comunista può bastare per tutto questo? Impossibile dare una risposta, ma una cosa è certa: mi sembra impossibile pensare che un partito comunista, anticapitalista o di sinistra (qualunque strada si scelga) possa sorgere ed avere successo senza l'appoggio e il consenso dell'attuale base di Rifondazione Comunista, la cui esperienza e le cui energie umane, culturali e sociali sono indispensabili e cruciali per qualsiasi progetto di ricostruzione.
La differenza tra una setta e un partito è molto sottile, e sta tutta nel numero e nella capacità attrattiva che è in grado di avere l'organizzazione: puoi avere anche la linea giustissima ed essere coerente per dieci anni, ma se ti seguono 1000 militanti in tutta Italia verrai guardato con compassione e disprezzo e non attirerai quasi nessuno. Se però ti seguono in 100000 verrai guardato con timore e rispetto, stimolando l'interesse e la curiosità per la tua proposta politica.
Quale organizzazione per il futuro?
L'appello che mi sento di fare è questo: tutte le organizzazioni comuniste presenti (PRC, PdCI, PCL, SC, ma volesse partecipare anche la base di SEL ben venga...), convochino i propri congressi e decidano di sciogliersi per riunirsi in una nuova costituente comunista da svolgere assieme a tutti i compagni rimasti per anni fuori dai ranghi. Una costituente da cui esca un'organizzazione puramente di classe, priva di compromessi e dal profilo nettamente alternativo a questo PD (che peraltro si sposterà verosimilmente ancora più a destra con il probabile avvento di Renzi), con una dirigenza completamente rinnovata per marcare la necessaria discontinuità dalle macerie del passato.Un'organizzazione comunista o quanto meno nettamente anticapitalista, che recuperi il simbolo, una teoria, un programma e una prassi che siano tali, che cerchi di riaggregare tutti i compagni comunisti sparsi sul territorio e faccia da sponda per le lotte che continueranno implacabili per i prossimi anni.
Un'organizzazione in cui il correntismo non esista, garantendo piena democraticità interna ma assoluta omogeneizzazione all'esterno: si ritorni quindi al centralismo democratico, si aboliscano le liste bloccate e si torni ai primi anni del Prc quando i delegati ai congressi e i gruppi dirigenti a tutti i livelli si eleggevano con le liste aperte maggiorate (di numero) e le preferenze che la base o la platea congressuale poteva dare liberamente.
Ci si apra però anche alle nuove possibilità offerte dal web e alle nuove esigenze di riforma del partito: si pensi alla possibilità di svolgere sondaggi consultivi tra i propri iscritti sul web per avere un quadro più aggiornato delle istanze e degli umori della base; si introduca la pratica dei referendum tra gli iscritti per le decisioni tattico-strategiche più importanti e per le quali sia possibile decidere per tempo.
E soprattutto: abituiamoci a fare politica senza soldi. Prendiamo in considerazione misure drastiche che ci ridiano piena credibilità (stipendi di dirigenti ed eletti ad ogni livello legati allo stipendio medio di un operaio specializzato, come si faceva una volta...). Accettiamo il fatto che bisogna tornare all'autofinanziamento e che, se questo non dovesse bastare, sarà necessario chiudere alcune sedi e cominciare a riunirci al ristorante, al bar o a casa dei vari militanti. Non respingiamo aprioristicamente le istanze del “partito sociale”, le cui pratiche, se dirette a rafforzare il partito, potrebbero essere importantissime sia in un'ottica sociale che economica.
Forse sto sognando e delirando, ma di una cosa sono abbastanza certo: ormai nella fase in cui siamo non ci rimane niente da difendere. Tanto vale provare a ricostruire quel partito comunista di cui la prossima epoca storica avrà indispensabile bisogno. Bisogna pensare al domani, non all'oggi. L'oggi è morto.

Un tetto, pane e diritti. Così Chavez ha mantenuto il patto con il popolo




di Gennaro Carotenuto

Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista. Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto, la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino “socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la cassaforte di politiche sociali generose.
È questo che la sinistra da operetta europea non ha mai perdonato a Chávez. Per la sinistra europea l’America latina è un remoto ricordo di gioventù, non un continente parte della nostra stessa storia. È troppo facile archiviare la presunta anomalia chavista, che è quella di un Continente, l’America latina dove destra e sinistra hanno più senso che mai, ed è necessario schierarsi, come un’utopia da chitarrate estive, Intillimani e hasta siempre comandante. È troppo scomodo riconoscerne la prassi politica nelle due battaglie storiche che Hugo Chávez ha incarnato: la lotta di classe, che portò Chávez, il ragazzo di umili origini che per studiare poteva fare solo il militare o il prete, a scegliere di stare dalla parte degli umili, e quella anticoloniale che ha preso forma nel processo d’integrazione del Continente.
Il consenso, la partecipazione al progetto chavista, si misura proprio nella vigenza, nelle classi medie e popolari venezuelane, di un pensiero contro-egemonico rispetto a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica. I latinoamericani hanno maturato nei decenni scorsi solidi anticorpi in merito. Chávez ha catalizzato tali anticorpi riportando in auge il ruolo della lotta di classe nella Storia, la continuità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Lo accusano di aver usato a fini di consenso la polemica contro gli Stati Uniti. C’è del vero, ma non è stato Chávez a tentare sistematicamente di rovesciare il presidente degli Stati Uniti e non è il dito di Chávez ad oscurare la luna di rapporti diseguali e ingiusti tra Nord e Sud del mondo.
Si conceda a chi scrive il ricordo dell’intervista quasi visionaria che Chávez mi concesse a fine 2004 proprio sul tema della Patria Grande. Sento ancora la forza del suo abbraccio al momento di salutarci. Con lui c’erano Lula e Néstor Kirchner, anch’egli scomparso neanche sessantenne nel momento di massima lucidità politica, dopo aver liberato l’Argentina dalla morsa dell’FMI e restaurato lo Stato di diritto in grado di processare i violatori di diritti umani. Poi vennero Evo Morales e tutti gli altri dirigenti protagonisti della primavera latinoamericana e che a Mar del Plata nel 2005 tutti insieme sconfissero il progetto criminale di George Bush che con l’ALCA voleva trasformare l’intera America latina in una maquiladora al servizio della competizione globale degli USA contro la Cina. Dire “no” agli USA: qualcosa d’impensabile.
Adesso, seppellita la pietra dello scandalo Chávez, tutti sono certi che l’anomalia rientrerà, che Nicolás Maduro non sarà all’altezza, che il partito socialista esploderà per rivalità personali e che la storia riprenderà il proprio corso come se Hugo non fosse mai esistito. Chissà; ma cento volte nell’ultimo decennio i venezuelani e i latinoamericani hanno dimostrato di ragionare con la loro testa. Hanno dimostrato di non voler tornare al modello che hanno vissuto per decenni e che oggi sta divorando il sud dell’Europa. La forza del Brasile di Dilma come potenza regionale ha percorso con successo vari esami di legittimazione. Il processo d’integrazione appare un fatto irreversibile che fa da pilastro all’impedire il ritorno del «Washington consensus». No, una semplice restaurazione non è all’ordine del giorno anche se dovesse cambiare il segno politico del governo venezuelano, cosa improbabile sul breve termine, anche per l’enorme emotività causata dalla scomparsa di un leader così popolare.
Da oggi qualunque governo venezuelano e latinoamericano si dovrà misurare con la leggenda di Chávez, il presidente invitto, quattro volte rieletto dal suo popolo, in grado di sopravvivere a golpe e complotti e che solo il cancro ha sconfitto. Di dirigenti come lui o Néstor Kirchner non ne nascono tanti e il futuro non è segnato.
Ma il suo lascito è enorme ed è un patrimonio che resta nelle mani del popolo.

martedì 5 marzo 2013

Il tempo delle ambiguità è finito


di Fabio Nobile 
Il disastro si è compiuto. La lettura dei dati elettorali offre una, seppur schematica, fotografia del Paese. I partiti che hanno sostenuto le politiche della BCE perdono tutti, insieme ad essi finisce anche l’era del bipolarismo. Dal Pd al PdL la riduzione di consensi in termini assoluti è drastica, rispetto alle politiche del 2008: PdL -40%, Pd -28%. Nella competizione tra le forze maggiormente responsabili del sostegno a Monti, se in termini di voti assoluti il prezzo più alto lo paga Berlusconi, in termini politici a pagarlo è il Pd. Monti, dal canto suo, non riesce a veicolare verso il suo progetto politico quella parte del consenso berlusconiano che porta ad essere il PdL, ancora una volta, l’unica gamba credibile del Partito Popolare Europeo in Italia. E poi c’è Grillo. Il voto al Movimento 5 Stelle è, con ogni evidenza, un voto popolare. Lo slogan “Mandiamoli a casa”, come risposta al degrado di una politica incapace di rispondere ai morsi della crisi economica, ha colpito nel segno. Infatti, seppure nessuna forza politica sia stata in grado di parlare efficacemente della crisi in questa campagna elettorale, è la crisi l’elemento fondamentale che ne ha determinato l’esito. Per farsi un’idea basta guardare il dato grillino in termini di classe. A Roma, ad esempio, in diversi municipi della periferia Grillo arriva al 35%, al centro della città sfiora invece il 17%.

La nostra sconfitta è tutta qui. Queste elezioni evidenziano plasticamente la cancellazione, nella percezione di massa, della sinistra quale espressione del cambiamento. Viene dunque rovesciato il senso dell’anomalia italiana. Dal Paese con il più grande Partito comunista dell’occidente e con la sinistra più forte in Europa e nel mondo capitalista, a quello in cui la situazione è, senza ombra di dubbio, la più arretrata. Il dato elettorale nella sua crudezza è dunque molto limpido.
Un primo elemento, in questo quadro, è l’ormai conclamata cristallizzazione politico-organizzativa delle organizzazioni di classe: talmente autoreferenziali da essere prive di una qualche forma di connessione reale, distanti anni luce dalla propria ragion d’essere sociale. Ad essere stati rimossi sono la sconfitta del movimento operaio degli anni ’80 e quella storica della fine del socialismo reale. E con essi l’incapacità di costruire una nuova sintesi reale tra i comunisti, la sinistra e la realtà sociale di riferimento. Solo con questa chiave interpretativa è possibile leggere gli errori drammatici compiuti nella vicenda degli ultimi cinque anni che ci hanno portato all’ennesima sconfitta. L’autoreferenzialità è il frutto più avvelenato di tali ritardi.
Il passaggio della crisi economica dalla fase latente a quella conclamata nel 2007 ha coinciso con la prima sconfitta della Sinistra Arcobaleno. Da quel momento l’ossessione del ritorno in Parlamento ha fatto perdere di vista la necessità di ricostruire l’essenza progettuale su cui poggiare il lavoro politico. Hanno prevalso logiche politiciste e lo scontro autoreferenziale dei gruppi dirigenti: troppo concentrati a salvare se stessi e ben poco inclini ad un lavoro di ricostruzione di ogni connessione politico-sociale che restituisse fiducia e credibilità alle organizzazioni politiche tra le masse. Non si è stati in grado quindi di rendere percepibile un progetto di cambiamento, il cui fulcro non poteva che essere l’opposizione politica e sociale alle politiche d’austerità. In poche parole si è ritenuto più utile e necessario salvare l’esistente. Da ultimo il corteo del 12 maggio 2012 della Federazione della Sinistra, con 40mila militanti comunisti in piazza, non è stato utilizzato come volano per indicare la potenzialità moltiplicativa di quella generosa iniziativa. Ci si è fermati, inseguendo scorciatoie e rinunciando ad esprimere ogni benché minima capacità di direzione, sul piano politico, ad un malessere che ormai dilagava contro Monti, il suo governo e le forze che lo sostenevano.
Sappiamo poi come è andata a finire: dopo mille peripezie è nata Rivoluzione Civile, il cui profilo politico ha finito però per coincidere con quello del candidato premier. Ad essere percepito è stato dunque il profilo legalitario della coalizione elettorale, a discapito quindi dei temi reali che attanagliano i lavoratori di questo Paese.
Se la rendita della nostra storia può dirsi completamente esaurita, il primo obiettivo oggi deve essere quello di ricostruire un percorso di accumulazione delle forze. Il tema del “che fare” deve quindi trovare risposte immediate ma dal respiro strategico. In primo luogo è necessario partire dalla sostanza. In Italia, come sta avvenendo in tutta Europa, è indispensabile costruire una riaggregazione dei comunisti e della sinistra che sia in grado, senza estremismi e opportunismi, di riorganizzare le forze ponendosi come punto di riferimento per un’alternativa politica, economica e sociale al quadro esistente. Quello spazio è occupato oggi è in gran parte coperto da Grillo. Ma la crisi si aggraverà, vi è dunque il rischio che quell’humus culturale, che esprime modalità e contenuti spesso contraddittori, possa potenzialmente fungere da base di consenso di una futura svolta reazionaria. Oggi il compito dei comunisti e della sinistra è quindi ricostruire gli argini per resistere alla deriva reazionaria che incombe e rilanciare una vera prospettiva di cambiamento contro l’Europa delle banche, dell’austerity e contro il ceto politico che ne esprime gli interessi. Da questo punto di vista chi tra di noi propone l’organicità al centrosinistra accetta la fine dell’autonomia della sinistra di classe. Ovvero accetta l’inesistenza in Italia di una forza che si ponga quale espressione politica autonoma della classe lavoratrice del XXI secolo. In questo modo si propone soltanto un escamotage per far sopravvivere un ceto politico. Chi di converso sostiene di fare l’occhiolino a Grillo non ha chiara la portata del disastro in cui siamo immersi e quanto il recupero del gap che ci separa dal Movimento 5 Stelle passi per la definizione di profilo politico netto e non per un inseguimento codista. Il populismo grillino, infatti, potrebbe causare, già nel breve periodo, contraddizioni importanti nel quadro politico che si è definito. In queste si possono trovare spazi di nuova agibilità per la sinistra. Senza insediamento reale e prospettiva definita, purtuttavia, non si va lontano.
Se è vero che il rinnovamento non può che partire dall’esistente, i gruppi dirigenti di PdCI e PRC è bene che si rendano disponibili a dar vita ad un progetto politico costituente di un nuovo Partito comunista, con rinnovati gruppi dirigenti, aperto ad una relazione organizzata con la variegata realtà della sinistra di alternativa. In questo senso va letta la questione Rivoluzione Civile. Proporre di  andare avanti o smontare tutto è un no sense. Sul terreno della chiarezza della prospettiva a sinistra le parti che restano in R.C. devono mettersi a disposizione di un percorso più ampio attorno ad un orientamento strategico chiaro. Va evitata una seconda FdS fintamente aperta all’esterno, come va evitata un aggregazione meramente elettorale che alla prima difficoltà si sfascia. Il tempo delle ambiguità è finito.