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Il Blog di Rifondazione Comunista di Assisi


martedì 12 marzo 2013

Documento approvato dal Comitato politico nazionale del 9 e 10 marzo 2013


Il CPN del PRC esprime il proprio ringraziamento a tutti i compagni e le compagne che si sono impegnati con generosità e passione anche in questa difficilissima campagna elettorale, dimostrando che Rifondazione Comunista rimane una risorsa imprescindibile per la sinistra e la democrazia in Italia, un patrimonio umano e politico il cui valore nessuna soglia di sbarramento antidemocratica può cancellare.
Va riconosciuto il fallimento del tentativo di Rivoluzione Civile che non è riuscita a diventare il punto di riferimento per la domanda di cambiamento e la protesta di milioni di elettori. Hanno contribuito alla sconfitta elettorale sicuramente limiti soggettivi nostri e dei nostri interlocutori e alleati. In particolare il ritardo e la conseguente rapidità nel configurare lo stesso progetto ne hanno impedito una costruzione democratica e partecipata. Non va sottovalutato che la collocazione in alternativa al PD per il PRC era una scelta maturata da tempo e unanimemente condivisa all’interno, mentre per gli altri soggetti politici della lista si è trattato di uno sbocco obbligato a causa della chiusura del PD nei loro confronti. La stessa esperienza della Federazione della sinistra si era arenata sul nodo dell’alleanza con il PD. Anche un processo partecipato come quello apertosi con l’appello “Cambiare si può” è giunto troppo tardi per poter determinare un percorso condiviso di costruzione unitaria dal basso. Rivoluzione Civile, che pure avrebbe dovuto coniugare questione morale e questioni sociali ed economiche, non è riuscita a definire e a presentarsi con un profilo e un’identità forti dentro la campagna elettorale in cui sia la crisi economica che il rifiuto di una politica corrotta sono stati temi centrali.
L’esito elettorale, da cui esce vincente il movimento di Beppe Grillo, ha determinato un terremoto politico che fotografa una fortissima crisi di legittimazione dell’intero sistema dei partiti come articolatosi durante il ventennio del bipolarismo.
Il segno politico del voto è quello del rifiuto delle politiche di austerità e di bocciatura dei partiti che hanno sostenuto il governo Monti, la cui ombra ha ipotecato e pregiudicato anche la possibilità di affermazione di un centrosinistra che si è candidato a proseguire con più equità quell’impianto rigorista dettato dalla BCE. La stessa parziale tenuta di Berlusconi può essere spiegata con la paura da parte di ampi settori sociali storicamente rappresentati dal centrodestra, in particolare piccole imprese e lavoro autonomo, di diventare il bersaglio di un nuovo governo rigorista.

Il risultato di fondo che ci consegna il voto è lo scardinamento del bipolarismo che non possiamo che salutare positivamente ma senza nasconderci possibili involuzioni del quadro. Se la sconfitta dell’ipotesi di un governo Bersani-Monti costituisce un dato positivo, non possiamo escludere il profilarsi di una risposta conservatrice al terremoto in termini di blindatura ulteriore del sistema politico attraverso l’introduzione del doppio turno e del presidenzialismo. La stessa mancata vittoria del PD potrebbe produrre un ulteriore spostamento a destra dell’asse programmatico, mascherato da ringiovanimento della classe dirigente. Dentro questo quadro va rilanciata la nostra battaglia per il proporzionale e l’urgenza di risposte a un’emergenza sociale senza precedenti.
L’incalzare e l’approfondirsi della crisi e il malcontento suscitato dalle misure assunte per contrastarla, tanto inique quanto inefficaci, hanno determinato nel contesto italiano un rivolta dell’elettorato che si è espressa però non sul terreno della lotta di classe ma su quello della contrapposizione dei cittadini contro la casta.
A determinare questa dilagante percezione di massa non è stata soltanto la indubbia capacità comunicativa e “diversiva” di Grillo, ma le caratteristiche specifiche della situazione italiana a partire da una corruzione sistemica, una questione morale che i partiti non hanno voluto affrontare in termini di autoriforma, un clima di delegittimazione del Parlamento e della politica alimentato dagli stessi media dei “poteri forti”, la pervasività del lungo discorso antipolitico berlusconiano, il disarmo culturale agito dalla stessa sinistra di governo.
Ha pesato fortemente l’anomalia italiana di un mancato sviluppo del conflitto sociale di fronte al dispiegarsi di uno stillicidio di provvedimenti antipopolari.
Non può essere taciuta la responsabilità in tal senso di sindacati come Cisl e Uil che hanno coperto persino la strategia di Marchionne, ma anche la linea del gruppo dirigente della Cgil (con significative eccezioni a partire dalla Fiom) condizionata dal suo rapporto con un PD che sosteneva il governo Monti. La mancanza di ondate di movimenti di lotta paragonabili a quelle degli altri Paesi europei impone anche a noi e al resto della sinistra antiliberista una riflessione. Al tempo stesso impone la ripresa di una iniziativa del partito in sinergia con i movimenti a partire dalle prossime scadenze delle manifestazioni No Tav e No Muos.
Non va mai dimenticato che la nostra sconfitta è l’ultimo capitolo di una sconfitta più grande e storica che è quella del movimento operaio e di processi di atomizzazione sociale di lungo periodo che abbiamo da tempo analizzato e vissuto sulla nostra pelle, ma rispetto ai quali non siamo riusciti a determinare un’inversione di tendenza. Le nostre responsabilità soggettive si iscrivono dentro questo quadro.
Negli ultimi cinque anni abbiamo difeso con dignità e orgoglio Rifondazione Comunista. Il progetto intorno al quale ci siamo impegnati contemplava il rilancio del partito e la costruzione dell’unità della sinistra d’alternativa. Non possiamo non constatare che nessuno di questi obiettivi è stato conseguito. Il quadro di difficoltà dentro il quale abbiamo sviluppato la nostra iniziativa politica non ci esime certo da una riflessione senza reticenze sui nostri limiti, errori, insufficienze.
Si rende indispensabile aprire una fase di riflessione e confronto per ridefinire il ruolo di Rifondazione Comunista, con la consapevolezza che siamo di fronte alla chiusura del ciclo di Rifondazione per come l’abbiamo conosciuta e che sia ineludibile la necessità di rimetterci in discussione.
Ripensare il ruolo del Prc non implica rinunciare al progetto della Rifondazione Comunista ma cercare di individuare le strade per rilanciarlo sul piano dell’elaborazione teorica e programmatica, della pratica sociale, del radicamento, dell’organizzazione, della relazione con tutto ciò che si muove al di fuori di noi.
La sconfitta di Rifondazione e del complesso della sinistra radicale, che dentro la più grave crisi del capitalismo non sono riuscite in Italia a diventare punto di riferimento dell’ampio malcontento e del disagio sociale, costringe tutte le culture politiche e le esperienze organizzate a mettersi profondamente in discussione e ad attivare un processo di ricomposizione che non può essere riproposto in forme pattizie che non coinvolgono anzi accentuano l’ostilità e la diffidenza assai diffuse nei confronti dei partiti.
La profondità della sconfitta, nonostante la gestione unitaria del partito e una ampia condivisione della linea, impone un percorso di confronto ed elaborazione collettiva fondato sull’ascolto reciproco e sul coinvolgimento dell’intero corpo del partito a partire dal livello territoriale.
La riflessione che vogliamo collettiva non va ristretta entro le forme congressuali e della logica delle mozioni, ma sviluppata attraverso seminari tematici, assemblee territoriali, l’utilizzo di internet, coinvolgendo gli iscritti e con l’apertura al contributo di compagni della sinistra e dei movimenti. Sviluppare l’orizzontalità e partire dai contenuti sono due aspetti fondamentali per rendere fecondo e non rituale il percorso.
Lo stesso risultato del voto non smentisce l’asse della nostra battaglia politica di questi anni e neanche la collocazione difficile che abbiamo scelto nelle ultime elezioni. Milioni di elettori hanno scelto una proposta politica di rottura netta con il bipolarismo e che non si presentava come moderata. Al di fuori e contro il bipolarismo lo spazio si è allargato enormemente ma non è stata Rivoluzione Civile a occuparlo.
Rifondazione Comunista rimane e resta valida l’esigenza di costruire una sinistra antiliberista unita e autonoma dal centro-sinistra, alternativa rispetto a questo sistema politico.
Rifondazione Comunista da tempo è cosciente della sua non autosufficienza e quindi della vitale necessità della ricomposizione della sinistra di alternativa come in tutta Europa.
I successi recenti delle formazioni aderenti al Partito della Sinistra Europea ci dicono che è possibile uscire dalla marginalità senza rinunciare alla radicalità, alla coerenza sui contenuti e a una posizione di alternativa e di indipendenza rispetto a partiti di centrosinistra che hanno fatto proprie le politiche neoliberiste. Si tratta ora di compiere un salto di qualità dando impulso ad un percorso nuovo e unitario di rilancio e rinnovamento dell’intera sinistra di alternativa.
L’esperienza di questi anni e degli ultimi mesi ci induce a ritenere non riproponibili pratiche ‘pattizie’ e quindi a rilanciare la centralità della democrazia e del principio “una testa un voto” come metodo indispensabile per la costruzione di una nuova soggettività politica unitaria della sinistra e dei movimenti sociali antiliberisti, ambientalisti, contro la guerra.
L’apertura della discussione a tutti i livelli sull’esito elettorale, sulle prospettive del partito, sulla necessità di un suo rinnovamento (in primo luogo delle pratiche, delle modalità di intervento e dei gruppi dirigenti, anche sul piano generazionale) e sul futuro della sinistra non deve bloccare l’operatività del partito e l’iniziativa politica, a partire dalle prossime elezioni amministrative e da una forte partecipazione alle prossime scadenze di mobilitazione.
Al fine di coniugare il più ampio dibattito e il proseguimento dell’attività del partito il CPN individua i seguenti impegni:
- Partecipazione alle manifestazioni No ponte il 16 marzo, il 16 marzo a Firenze manifestazione antimafia, la mobilitazione No Tav il 23 marzo e quella No Muos il 30 marzo.
- Convocazione attivi di circolo e di federazione
- Convocazione dell’assemblea nazionale dei segretari di circolo e di federazione
- Convocazione periodica della riunione dei segretari regionali e di federazione
- Convocazione della conferenza programmatica entro il mese di luglio
- Convocazione del congresso straordinario nazionale entro novembre.
- Elezione della commissione politica per la stesura del documento congressuale e avviamento del percorso di approfondimento e dibattito anche attraverso seminari tematici nazionali e territoriali,
- La segreteria nazionale rimane in carica per garantire il proseguimento dell’iniziativa politica del partito e della gestione amministrativa fino al congresso.

Documento presentato dalla maggioranza della Commissione votata dal Cpn per il documento finale
La votazione del dispositivo finale è avvenuta per parti separate, gli ultimi tre punti sono stati approvati a maggioranza.

lunedì 11 marzo 2013

Si è chiuso un ciclo, mica la storia


intervento di Paolo Ferrero

«Abbiamo da elaborare un lutto collettivo», esordisce Paolo Ferrero e non sarebbe potuto essere più esplicito aprendo i lavori del comitato politico nazionale del partito che guida dal 2008 e che, cinque anni dopo deve confrontarsi con un'altra sconfitta pesantissima. Qundici giorni dopo la conta magra alle urne la segreteria si presenta dimissionaria come primo segno di discontinuità al primo parlamentino di Rifondazione che oggi tirerà le fila di una prima tornata di discussione trasmessa in streaming sul sito del quotidiano Liberazione.
Ferrero rammenta il duro lavoro dopo la scissione di Sel per riaffermare la presenza di una sinistra di alternativa in grado di incarnare le ragioni dell'antiliberismo e dell'anticapitalismo. «Siamo stati presenti nelle lotte - spiega - abbiamo sviluppato pratiche mutualistiche come quelle del partito sociale. Le elezioni erano un elemento di validazione di quel lavoro politico. Questa conferma non c'è stata. Dopo il tempo della delusione, però, si deve aprire il tempo della riflessione per poter riaprire l'azione in una relazione fortissima col tessuto militante, la principale risorsa che abbiamo». Il punto d'arrivo, dirà in conclusione, sarà un congresso di cui tutti sentono il bisogno ma che per Ferrero va indetto subito ma andrà svolto solo dopo una fase di ascolto, una discussione organizzata, farlo ora sarebbe lacerante. Prima di allora si dovrà ragionare sulla crisi della politica e della rappresentanza, sull'Europa, sulla crisi delle identità sociali, su come costruire una soggettività di massa consapevole. «Serve un tempo in cui ci possiamo interrogare su tutto questo»
Primo tra tutti c'è il problema di costruire la relazione tra gli organismi dirigenti e il tessuto militante. Senza quel tessuto di circoli e di relazioni militanti non ci sarebbe stata campagna elettorale, ne ha dovuto prendere atto anche la cabina di regia di Rivoluzione civile. Per Ferrero, «la nostra presenza in questi anni non è stata residuale, siamo una comunità animata da passione durevole ma dobbiamo tradurre l'indignazione in cambiamento efficace». Avvertendo la platea dal rischio di un eccesso di relativizzazione della sconfitta, il segretario situa il tonfo elettorale alla fine di tre cicli: primo, il ciclo del movimento operaio del dopoguerra, in questo momento non esiste nessun conflitto sociale vero. La connivenza o l'assenza delle organizzazioni sindacali c'entra con la disperazione delle persone, «manca una risposta di classe ad un attacco di classe». Secondo: è finita la seconda repubblica «e questo è un fatto positivo». Terzo: «credo che ci sia anche la chiusura del ciclo di Rifondazione comunista per come l'abbiamo conosciuta. Con questa complessità ci dobbiamo misurare». Come dire che nessuno pensi a operazioni di maquillage.
Tutta la relazione di Ferrero tenderà a prendersi il tempo necessario per fare i conti con la sconfitta. «Così in basso non c'eravamo mai arrivati - ammette - nessuna forma democratica c'è stata nella costruzione delle liste, ne hanno fatto le spese i territori e le compagne. Il meccanismo dell'assemblaggio ha prodotto esclusioni pesanti come quelle di Nicoletta Dosio e Vittorio Agnoletto. E non è emerso a sufficienza il profilo del nostro programma su come uscire dalla crisi. La costruzione di Rivoluzione civile derivava da due processi: quello di chi aveva scelto la costruzione di una lista in autonomia dal Pd e quello di chi era stato escluso dall'alleanza Pd-Sel. L'ambivalenza ha pesato molto. Tutto ciò non spiega il 2%: abbiamo raccolto solo il voto di relazione perché non siamo riusciti a spiegare il senso, siamo stati un'opzione debole tra opzioni più forti e più organizzate, la più solida opzione è quella di Grillo perché la rete è organizzazione della comunicazione, è materialità».
Si poteva fare altrimenti? «E' questo l'oggetto della discussione. La Fds, che era in crescita, si è sfasciata sul problema del rapporto col Pd. Non siamo riusciti a produrre una mediazione tra Cambiare si può e Ingroia». Il segnale del voto, secondo lui, parla di una rivolta contro il quadro politico e le politiche di austerità, hanno perso i partiti del governo Monti, ha vinto Grillo, ha perso meno Berlusconi che ha saputo smarcarsi da quel governo. «Ma non è la rivoluzione - avverte - è solo la crisi della seconda repubblica, le forme in cui si definisce il dissenso sono i materiali prodotti da vent'anni di berlusconismo, il dissenso ha usato canali in sintonia col senso comune. Tutto il disagio sociale è fatto risalire ai privilegi della Casta», continua Ferrero precisando che sarebbe sbagliata la demonizzazione del M5s. «C'entra, invece, il disastro combinato da noi al tempo del governo Prodi che ha distrutto una credibilità, c'entra la nostra incapacità di dare sviluppo coerente ai movimenti». Insomma, è importante cogliere il significato sociale del voto - molto voto operaio, di giovani che non vedono futuro, di disperazione sociale diffusa si è riversato su Grillo - e sarebbe positivo se il M5s venisse coinvolto nel governo e riuscisse a rompere l'impermeabilità ventennale della politica alle istanze sociali. Se si riattivasse quella relazione, secondo Ferrero, si romperebbe un senso di impotenza, ma «temo che non avverrà, sono tutti dentro un gioco iperpoliticista a rimpiattino, Grillo compreso. Così torneranno in campo i poteri forti pressione per nuove riforme istituzionali per governare un paese che ha detto di non voler essere governato da quelle politiche». Il primo compito del Prc dovrà essere di lavorare per «rimettere al centro le questioni sociali da subito, spiegare che il rimpiattino produce ulteriore devastazione». Rifondazione parteciperà alle imminenti manifestazioni No Ponte, No Tav e No Muos.
Che cosa fare? «Il terremoto è appena cominciato». Quella che a Ferrero pareva una «Weimar al rallentatore» sembra accelerare i fotogrammi. «Qualsiasi sia l'esito si riapre un'altra partita, si chiude un ciclo, non la storia e questo vale per tutti. E' fallita la concertazione, c'è afasia nel sindacato da parte di chi aveva puntato tutto sul governo amico. Come tutte le crisi c'è il pericolo e l'opportunità». Ferrero, dunque, chiede di ripartire dal patrimonio di militanza sedimentata, se parla di crisi non lo fa con intento liquidatorio («sarebbe devastante»), e intravede un patrimonio «fuori di noi anche se non ci ha votato o non ha votato affatto. La pesantezza della sconfitta obbliga tutti a interrogarsi, ci sono culture politiche che stanno esplodendo». Ma Rifondazione comunista deve superare i propri limiti «nella comprensione della società, nella comunicazione e nella costruzione di uno spazio pubblico. Non siamo riusciti a entrare nell'universo comunicativo, ci hanno raccontato anziché riuscirci a raccontare da noi. Adesso la ridefinizione della nostra esistenza deve essere fatta a partire dal fatto che siamo parte di un movimento più grande. Dobbiamo ragionare sul fatto che non sia possibile oggi un partito di massa. E allora come si costruisce un partito comunista non di massa ma che non sia settario? Inoltre, il processo fondativo di una sinistra d'alternativa si è sempre fatto con percorsi di aggregazione di tipo pattizio (Fds e Rc da cui, nel frattempo, si sono sfilati l'Idv e De Magistris, ndr) ma quella strada lì non funziona: il criterio dev'essere una testa un voto».

Una sconfitta che rinvia al 1924


di Alberto Burgio

Interrogarsi sul risultato delle elezioni politiche significa chiedersi che cosa bolle nella pancia della società italiana e quali previsioni si possano fare, secondo noi, sulle sorti della sinistra. Nessuno – tranne Bersani – nega che il Pd sia stato sconfitto. Bisogna aggiungere che è l’unica, tra le forze maggiori, ad aver perso. Se Grillo ha sbancato, anche il Pdl ha raggiunto l’obiettivo, realizzando una rimonta spettacolosa. C’è riuscito grazie alla scialuppa lanciata dal presidente della Repubblica.
Un capo dello stato così affezionato al bipolarismo (nei progetti di Napolitano Monti avrebbe dovuto sostituire Berlusconi) da congelare la crisi verticale del centrodestra con il governo tecnico. Ma il Pdl tiene ancora la scena anche perché in tutti questi anni ha mostrato di rappresentare efficacemente il proprio blocco sociale. Nonostante tutti gli scandali che poco o nulla incidono sulla condizione materiale delle persone, la maggior parte dell’elettorato di centrodestra mostra di nutrire ancora fiducia nei propri rappresentanti tradizionali. Qui veniamo subito al Pd. Di sicuro Bersani ha commesso molti errori. Ma siccome in questi giorni va di moda sostenere che le cose sarebbero andate meglio se al suo posto ci fosse stato Renzi, è bene chiarirsi. Forse (non lo sapremo mai) Renzi avrebbe contenuto le perdite, ma non avrebbe risolto il problema.
La sconfitta del Pd deriva invece dalla stessa logica che ha premiato il Pdl. In questi vent’anni la cosiddetta sinistra moderata ha visto costantemente ridursi il proprio peso, sino al 10 per cento del totale (tanto vale all’incirca, al netto delle astensioni, la componente post-comunista del Pd). Di fronte a questo trend la proverbiale arroganza di taluni dirigenti storici del Pd è roba da psicanalisti. Come spiegare questa emorragia cronica se non col fatto che gran parte del blocco sociale della sinistra si è visto abbandonato da chi avrebbe dovuto tutelarlo? Non è il caso di ripetere quanto andiamo scrivendo da anni a proposito della frustrazione del mondo del lavoro, dei giovani, del Mezzogiorno, sistematicamente sacrificati nel nome del mercato, del privato e, da ultimo, del risanamento. Ridotto all’osso il ragionamento, questa sembra l’unica chiave in grado di spiegare la debâcle . Purtroppo, il fatto che nessun dirigente del Pd la prenda sul serio non fa ben sperare chi si augura che la musica da quelle parti finalmente cambi.
Anche l’ exploit del M5S riposa, a ben guardare, su questa logica; Grillo ha intercettato l’enorme massa di delusioni e di risentimenti di un popolo lasciato senza voce e persino senza sogni (la plumbea retorica dell’austerità è la morte del sogno, di cui, come Berlusconi ha capito benissimo, la gente ha gran bisogno, con piena legittimità). Lo ha fatto non soltanto con l’attacco alla casta o simulando la democrazia diretta. Come mi pare suggerisse Felice Roberto Pizzuti ( il manifesto , 2 marzo) l’arma vincente (che spiega anche il flop di Monti e del terzo polo) è stato il discorso sulla crisi come figlia dell’ingiustizia di un sistema che non smette di produrre ricchezza, ma la distribuisce in modo sempre più iniquo. Le fluviali esternazioni di Grillo saranno anche caotiche (debbono esserlo, perché più che alla testa delle folle puntano alla pancia), ma lasciano emergere con forza un dato che le altre forze politiche cercano di nascondere.
La crisi non è una maledizione o una malattia misteriosa. È la conseguenza logica di una direzione del sistema economico che in tutto il mondo, in assenza di oppositori, sta scaraventando all’inferno le classi medie e il proletariato. Per chi perde (o teme di perdere) lavoro e reddito, e vede crescere intorno a sé ricchezze smisurate, non ci vuole una scienza per capire che le cose stanno così e che quelle dei sacerdoti dell’austerità sono balle. Grillo libera la rabbia di chi ha paura e al tempo stesso lo rassicura e lo galvanizza. Per questo raccoglie enormi consensi, lucrando su una sacrosanta domanda di sicurezza e giustizia sociale. Il risultato, disastroso per Rifondazione comunista e Pdci, che rimangono per la seconda volta fuori dal parlamento in forza di una legge elettorale anticostituzionale (se fosse stata in coalizione Rivoluzione civile avrebbe 26 deputati e 765mila cittadini non sarebbero stati privati del proprio diritto alla rappresentanza), è deludente anche per Sel, che incassa molti meno consensi del previsto ed elegge 37 deputati grazie a un premio di maggioranza che moltiplica oltre misura il peso dei suoi voti.
Se è vero che vince chi è credibile quando promette di rappresentare interessi e aspettative, in questo caso la credibilità non è stata compromessa tanto dalle cose dette – più o meno limpidamente, più o meno coerentemente – in campagna elettorale o fatte in questi anni di battaglie fuori dal parlamento. Il problema consiste piuttosto nella scarsa efficacia, constatata e prevista, di forze divise tra loro e per ciò stesso ininfluenti. Tanto più considerati i grandi compiti trasformativi che costituiscono la ragion d’essere di forze critiche. Nessuno, a sinistra, ha motivo di rallegrarsi per questi risultati. Anche chi si consola per essere rientrato in parlamento vede bene che i problemi esplosi nel 2008, in primo luogo la frammentazione delle forze, sono ancora tutti aperti e non meno gravi di allora. D’altra parte non tutto il male viene per nuocere.
Questo terremoto impone un bilancio degli ultimi vent’anni, che sinora si è evitato di fare. Nessuno sa quanto la nuova legislatura durerà, ma non è improbabile che si concluda presto ed è bene che sia così, perché il travaglio del sistema politico non deve fermarsi finché non si sarà rotta definitivamente la gabbia del bipolarismo che ha deformato la rappresentanza e consentito lo sterminio pianificato della sinistra. Il che non riguarda – si badi – solo la sfera politica. Anche se la storia non si ripete mai uguale a se stessa, è bene considerare che la situazione sociale oggi, in Italia e in parte dell’Europa, presenta inquietanti analogie non col 1994, ma col 1924. Sarebbe un disastro se l’enorme potenza del rancore e della collera, che Grillo mantiene ancora dentro la logica democratica, dovesse sfuggire di mano.
E non c’è modo migliore per alimentare questo rischio che negarle rappresentanza. Su come affrontare i guai della sinistra, le sue divisioni, Alfonso Gianni ( il manifesto , 28 febbraio) ha parlato di una comune ricerca ideale, altri di una costituente della sinistra. Se, al di là del lessico, questo significa affrontare finalmente la questione dell’unità della sinistra diffusa e delle sue organizzazioni sulla base del moltissimo che esse condividono (a cominciare dalla priorità dell’occupazione, del reddito, della tutela ambientale, della pace e della formazione), credo si tratti dell’unica proposta razionale, che ci si dovrebbe augurare attragga anche le componenti più avanzate del Pd. Da qui si tratta di ripartire al più presto. Nella consapevolezza che mai come oggi i tempi della politica sono stati incalzanti e tali da mettere alla prova intelligenza, coraggio e ben inteso senso di responsabilità.

venerdì 8 marzo 2013

Il coraggio della discontinuità


di Gianluigi Pegolo

Il risultato elettorale ci consegna un paese attraversato da una crisi profonda che investe non solo la sfera economico-sociale, ma anche quella politico-istituzionale. Una crisi la cui manifestazione più evidente è l’affermarsi di pulsioni populiste, di diversa ispirazione, verso le quali s’incanala il disagio sociale. Un disagio sociale profondo e crescente che non premia la sinistra in senso lato, o perché interna a orientamenti liberisti che sono responsabili del malessere sociale, o perché afona e incapace di rappresentare una domanda di cambiamento.
In questo quadro la vicenda della lista Ingroia è esemplare. L’aver raccolto le poche forze che si erano opposte alle politiche di Monti non è stato sufficiente. A maggior ragione nel momento in cui la proposta avanzata in campagna elettorale ha esaltato i temi della legalità anziché quelli sociali. Né tanto meno ha giovato l’azzeramento delle forze di sinistra ridotte a pure ancelle, private di alcuna visibilità. Ciò che si è verificato era quindi prevedibile: da un lato, la fuga verso il Movimento cinque stelle (in particolare dell’elettorato IdV come dimostrano le analisi dei flussi), dall’altro, verso più direzioni (è il caso dell’elettorato di sinistra).
La lista, quindi, ha mancato sul punto essenziale: intercettare il consenso di una sinistra orfana di rappresentanza. Come è stato giustamente notato, più che di una rivoluzione “civile”, avremmo avuto bisogno di una rivoluzione “sociale”. Così non è stato, per l’eterogeneità delle forze messe in campo, per l’influenza della deriva populista, per la sopravvalutazione dell’efficacia della personalizzazione. Ma è anche vero che noi, come partito, in quel contesto non siamo stati in grado di condizionare il percorso, non riuscendo  a far emergere adeguatamente nella compagna elettorale proposte che dessero una risposta ai grandi temi posti dalla crisi (dalla disoccupazione, al reddito,  alle nuove povertà). Senza contare  alcune scelte subite, sicuramente devastanti, come quelle sulla composizione delle liste.
Il punto ora è che fare di fronte ad un esito così negativo, agli enormi problemi che si riverberano sull’esistenza stessa del partito e alla presenza di nuovi appuntamenti elettorali (dalle prossime amministrative, alle europee del prossimo anno, a possibili elezioni anticipate). A tale riguardo, bisogna essere consapevoli che l’errore più grande che si potrebbe fare è quello di sottovalutare la gravità della situazione, indugiare in atteggiamenti auto-assolutori, negare i nostri limiti. Perché i limiti vi sono stati. E non solo e non tanto nel modo con cui si è condotta la partita elettorale, ma soprattutto nel come ci si è arrivati, dopo anni d’inutili rincorse a progetti fallimentari, come quello della FdS, in mancanza di un impegno adeguato di radicamento sociale, e senza un’azione efficace nella costruzione di una sinistra alternativa, né subordinata né settaria.
Occorre allora il coraggio dell’auto-critica e, conseguentemente, di una scelta di “discontinuità”. Per farlo occorre attivare un percorso di discussione vera che conduca nei tempi adeguati a un congresso. Le dimissioni presentate dalla segreteria avviano tale percorso, ma vanno chiariti i tempi e i modi. E, infatti, un grande disagio percorre il partito, dove la volontà di un vero cambiamento si assomma al timore legittimo che tutto si risolva in un puro regolamento di conti. Per questo credo che il congresso non possa tenersi a breve, oltretutto vi sarebbe la difficoltà oggettiva rappresentata dalle elezioni amministrative di maggio. Inoltre, occorre un percorso che abbini il rilancio verso l’esterno (per esempio con una grande assemblea nazionale intorno al nodo del ruolo della sinistra in questa fase) con quello di un ripensamento profondo dei nostri limiti (per esempio con alcuni appuntamenti seminariali costruiti con un’ampia partecipazione), per giungere a un congresso a tesi aperte, in cui vi sia la possibilità di misurare non solo le differenze, ma anche gli elementi di convergenza.
In questo percorso vanno affrontati alcuni nodi. Il primo è quello politico. Le proposte che sono oggi in campo (dalla continuità dell’esperienza della lista Ingroia, alla costituente di un nuovo soggetto politico) sono profondamente inadeguate, per il semplice fatto che ripropongono, in un modo o nell’altro, la questione del contenitore, anziché quella dei contenuti e, peraltro, dopo esperienze fallite. Senza contare il fatto, che a sinistra prevale oggi la disgregazione e la disomogeneità, che le culture politiche oscillano fra le tentazioni dell’anti-politica e dell’assemblearismo carismatico, per non parlare del ruolo subordinato di SEL nel centro-sinistra.  Pensare, magari con disinvolte operazioni di assemblaggio, di costruire a breve un’aggregazione significativa, in grado di entrare in campo con un progetto compiuto  e con un consenso elettorale  in grado di superare gli sbarramenti elettorali già molto elevati è perlomeno azzardato.
Essenziale è lavorare per la costruzione di una sinistra di alternativa fin da ora, ma con realismo, sapendo che i tempi non saranno necessariamente brevi, che non automaticamente ciò condurrà a esiti elettorali soddisfacenti e che, pertanto, anziché puntare su aggregazioni pasticciate, occorre lavorare sui fondamenti. E cioè: la convergenza reale sui contenuti delle proposte, un disegno politico chiaro, un’agenda d’iniziative mirata alla ricostruzione di un consenso sociale. Per fare tutto ciò occorre spazzare via alcuni approcci che si sono rivelati deleteri. Una sinistra di alternativa non può partire dal presupposto grillino della rottamazione dei soggetti politici e di un presunto primato della società civile, deve rimettere al centro l’iniziativa sulla condizione sociale a partire da quella del mondo del lavoro, deve rifuggire dalle tentazioni plebiscitarie celate dietro l’appello alla partecipazione. Per tutto questo al primo posto non va posta la precipitazione della soluzione organizzativa, ma una pratica unitaria effettiva. La modalità più credibile è quella dell’”unità d’azione” che non pregiudica alcuna scelta impegnativa, ivi compresa la convergenza elettorale.
Presupposto della costruzione di una sinistra di alternativa adeguata è l’esistenza di un soggetto politico che ne costituisca il motore. Questo oggi resta, con tutti i limiti, Rifondazione Comunista. Non vi è in questo nessuna supponenza, né alcuna tentazione autoreferenziale, ma una semplice constatazione. Basti pensare a chi ha garantito il maggiore impegno nelle campagne referendarie o nella stessa recente campagna elettorale. La titubanza con cui è stato rivendicato questo nostro ruolo, magari nell’illusione che il fare un passo indietro avrebbe consentito più ampie convergenze, è stata un errore. Lo è in particolare per un corpo politico generoso che si è speso in tutti i modi, spesso senza alcun riconoscimento, e che oggi per restare unito ha anche bisogno di avere una certezza, e cioè che questo partito ha ancora un ruolo e non è in liquidazione. Per questo credo sia un grave errore farsi attrarre da prospettive di auto-scioglimento in nuovi soggetti politici, peraltro del tutto evanescenti.
Il senso di sé è essenziale se si vuole sopravvivere e svolgere un ruolo a sinistra. Di fronte a quello che è avvenuto in questo paese, la riscoperta dello “spirito di scissione”, nel senso gramsciano di consapevolezza della propria alterità, è essenziale. Sarebbe tuttavia ingenuo ritenere che ciò sia possibile omettendo il riconoscimento dei nostri limiti e senza il coraggio di una profonda autoriforma. E’ necessario allora entrare nel merito di questi limiti che sono tanti, ma che in particolare attengono: alla scarsa capacità, non tanto di sostenere i movimenti, quanto di radicarsi in essi, a partire dalla presenza del tutto insoddisfacente nel sindacato; alla debolezza della cultura politica e all’esiguità degli strumenti formativi e informativi a disposizione dei nostri iscritti; a modalità organizzative inadeguate, di fronte alla rivoluzione dei sistemi comunicativi; all’assenza di un’autonomia finanziaria sempre più indispensabile.
Un’autoriforma è inoltre la condizione per attrarre nuove forze. E’ il tema evocato da molti, anche da quanti hanno insistito in questi anni sul tema dell’unità dei comunisti. E’ un nodo destinato a riproporsi e al quale occorre dare una risposta. Credo che Rifondazione debba essere un soggetto inclusivo e non porre limiti all’adesione di quanti credono nella necessità di una forza comunista. Credo, tuttavia, che l’esperienza negativa della FdS qualcosa ci abbia insegnato e cioè che dietro comuni riferimenti ideologici si celano spesso divergenze politiche rilevanti. La questione resta pertanto quella di sempre: i contenuti devono essere alla base dell’unità. Apertura quindi, ma anche rigore sulle scelte. Rispetto alle quali la questione essenziale è la vocazione “trasformativa” e non “adattativa” di un partito comunista, il suo ancoraggio alla concretezza della condizione sociale, prima che alla tattica delle alleanze.
L’autoriforma del partito, il suo adeguamento, resta un nodo fondamentale ma esso ha un baricentro e questo sta nella ricostruzione di una comunità solidale oltre che politicamente omogenea. Al primo posto resta cioè la questione della costruzione di un partito unito, in cui sia percepibile la solidarietà, in cui la dialettica politica sia trasparente e non strumentale, in cui vi sia rispetto e inclusione delle minoranze, in cui la selezione dei gruppi dirigenti avvenga sulla base prima di tutto del merito e delle capacità. Per questo non è più rinviabile il tema del superamento di una modalità di funzionamento che si regge al centro su un sistema decisionale pattizio e alla periferia sulla balcanizzazione. Lo scioglimento delle correnti e la costruzione di una democrazia fondata sull’ampio consenso nelle decisioni, restano forse la principale sfida che va oggi affrontata.

giovedì 7 marzo 2013

Il sogno di Chavez



di Gianni Minà

Qualunque sia la valutazione politica che la storia darà a Hugo Chávez, presidente del Venezuela appena scomparso, non c’è dubbio, se si è in buona fede, che il suo rapido passaggio in questo mondo non sia stato un evento banale. Per questo credo stia suscitando una commozione collettiva in tutta l’America Latina, anche in quelle nazioni meno abituate ad approvare le strategie di cambiamento di questo seguace di Bolivar che sognava un continente affratellato.
Mentre scrivo sono già arrivati a Caracas i presidenti di Argentina, Bolivia e Uruguay e pare stia per arrivare perfino Juan Manuel Santos (il presidente della Colombia succeduto all’inquietante Uribe) che, nel rispetto dell’utopia proprio della «Patria Grande», aveva deciso di imbastire un nuovo rapporto con Chávez. Non c’è dubbio che questa realtà quasi rivoluzionaria abbia potuto mettersi in marcia perché in pochi anni si è evoluto il ruolo del Venezuela e si è affermata, nel continente, una politica di hermanidad spinta dal colonnello dal basco rosso, certo di poter affermare i suoi sogni di unità latinoamericana.
Paradossalmente, però, è questo il sentimento che proprio non riescono a capire molti media europei. Non solo perché nazioni latinoamericane come l’Argentina, la Bolivia e l’Ecuador hanno deciso di recuperare, nazionalizzandole, alcune delle proprie ricchezze saccheggiate nel tempo dal “democratico” mondo occidentale; ma perché, per la prima volta nei secoli più recenti è con i paesi dell’America Latina che bisogna fare i conti e, a sorpresa, non con gli Stati Uniti o con le nazioni un tempo colonizzatrici.
Questa situazione però, secondo alcuni analisti europei e del nord del mondo, risulta scandalosa e inaccettabile. Perché, oltretutto, mette in crisi le certezze delle agenzie di rating, della finanza speculativa, di tutti coloro insomma convinti che il mondo è sempre andato così e non può cambiare.
Eppure basterebbe considerare che cosa, in questi anni, ha fatto il Venezuela, oltre ad affrontare e vincere salvo in un caso, 15 consultazioni elettorali o referendum. Se non è democrazia questa, non sappiamo che altro valore dargli.
Quando Chávez ha ereditato il governo del Paese dal presunto socialista Carlos Andrés Péres, c’erano cinque milioni di esseri umani che vivevano nelle villas miserias dove i bambini non andavano a scuola perché i padri non erano nemmeno registrati all’anagrafe. Insomma, cinque milioni di “inesistenti”, in una nazione di 24 milioni di abitanti seduta su uno dei giacimenti petroliferi più importanti al mondo. Era il “Venezuela Saudita”, dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi e di un pugno di multinazionali e dove Carlos Andrés Péres, un giorno, dette perfino l’ordine di sparare su un corteo di cittadini esausti proprio per le politiche del Fondo monetario, massacrando più di mille persone. Ora, nel Venezuela bolivariano del «caudillo populista», gli indigenti sono meno della metà di allora, 49,21% invece del 70%.
Ma all’opposizione non è bastato: «Con quale criterio Chávez continuava a usare le entrate del petrolio in opere sociali invece di investire sul petrolio stesso?».
Non si tratta di rispettare una logica economica, ma di far prevalere un diritto morale. Chi ha stabilito, per esempio, che l’economia neoliberale, anche quando procura disastri come in questa epoca, è la via maestra da continuare a seguire? E non è un problema di ideologia, ma di etica. Lo affermano anche personalità della cultura nordamericana come Sean Penn e Oliver Stone. Jimmy Carter, l’ex presidente degli Stati Uniti, ha inviato per esempio questo messaggio al popolo venezuelano: «(…) il presidente Chávez sarà ricordato per la sua audace ricerca di indipendenza per i paesi latinoamericani, per le sue formidabili capacità comunicative e per il rapporto che stabiliva con chi lo seguiva, tanto nel suo Paese, come all’estero. A questi trasmetteva loro speranza e fiducia nelle proprie capacità. Nei 14 anni del suo governo, Chávez si è unito con altri leader dell’America Latina e dei Caraibi per creare nuove fonti di integrazione e ha ridotto della metà la povertà nel suo Paese».
Così, quando leggo queste dichiarazioni di stima del più etico fra gli ultimi Presidenti degli Stati Uniti, mi domando quale sia il concetto di democrazia dei nostri media. Ho visto che non si sono nemmeno dati la pena, dopo aver sostenuto che non c’è libertà di stampa in Venezuela, di informare – come hanno fatto Ignacio Ramonet di Le Monde diplomatique e il politico francese Jean-Luc Mélenchon – che dei 111 canali televisivi esistenti in Venezuela, solo 13 sono di proprietà dello Stato e con audience di solo il 5,4%. Purtroppo, i nostri intrepidi cronisti si rifanno, per raccontare l’America Latina, quasi esclusivamente al mitico quotidiano spagnolo El Pais, che, proprio l’altra settimana, con assoluto disprezzo delle regole del nostro mestiere, aveva pubblicato in prima pagina (evidentemente augurandoselo) una foto di Chávez intubato e morente risultata però falsa. Il prestigioso quotidiano spagnolo aveva dovuto chiedere scusa pubblicamente e ritirare all’alba tutte le copie già stampate e distribuite.
La verità è che in poco più di dieci anni, l’America Latina è stata capace di dotarsi, per l’intuizione di uomini politici come Lula o lo stesso Chávez, di strumenti capaci di farla competere con realtà come la stessa Comunità Europea. Basti pensare al Mercosur e al Banco del Sur (lanciato nel 2007 con una capitalizzazione di 7 bilioni di dollari da 7 membri: Venezuela, Argentina, Bolivia, Brasile, Ecuador, Uruguay e Paraguay) una scommessa che ha reso più autonoma e indipendente gran parte dell’America Latina. Ma la prova tangibile dei meriti di Chávez e della sua politica, pur fra errori e qualche esagerazione, è forse TeleSur, la televisione satellitare del continente che, l’altra notte, in una diretta no-stop, ha mostrato un dolore collettivo non solo di un Paese, il Venezuela, ma di quella che Ernesto Che Guevara definiva «nuestra Grande America».
«Io non sono io – ha detto una volta Hugo Chávez parlando dei suoi sogni – ma un popolo unito».

...e se avessimo votato col proporzionale?


di Giovanni Bronzino

L’incertezza politica in cui versa l’Italia dopo le ultime elezioni politiche è stata da più parti addebitata al fatto che per la terza volta si è votato con le regole del cosiddetto porcellum. Nonostante per anni i partiti si fossero dichiarati quasi unanimamente d’accordi sulla necessità di una nuova legge elettorale, non si è mai riusciti a trovare un accordo che soddisfacesse tutti. Anche perché da anni il vizio d’origine è che le leggi elettorali non devono essere neutre, ma costruite su misura delle esigenze di questo o quel partito.
In verità stavolta il porcellum c’entra poco. La legge elettorale di Calderoli non ha comunque smentito la sua impressionante capacità di deformare il parlamento e la volontà del popolo sovrano secondo un bislacco sistema di sbarramenti plurimi, ma ad aver destabilizzato la relativa quiete della seconda Repubblica è stato semplicemente il fatto che il MoVimento 5 Stelle abbia preso il 25,55% dei voti validi.
Ipotizziamo che la ripartizione dei seggi alla Camera dei Deputati fosse avvenuta con la vecchia legge elettorale (ex art. 77 del DPR 361/1957) in vigore fino al 1993: un democratico proporzionale con attribuzione dei resti più alti col metodo del collegio unico nazionale e lasciando immutata la quota estero e l’uninominale della Valle d’Aosta, avremmo avuto questa situazione:

Si può notare che ci saremmo ritrovati con 5 liste extraparlamentari in meno (Rivoluzione Civile, Fare, La Destra, Grande Sud-Mpa e Die Freiheitlichen), e quindi oltre un milione e mezzo di cittadini avrebbero avuto una loro legittima rappresentanza in Aula, ma ai fini della cosiddetta governabilità sarebbe cambiato poco.
Le sinistre (Pd, Sel, Rc, Cd, Svp) avrebbero avuto 209 seggi contro i 190 delle destre (Pdl, Ln, Fd’I, Fare, La Dx, Gs-Mpa, Die Freih.) e i 66 del centro (Sc, Udc). Fatichiamo a collocare i 4 deputati Vallée d’Aoste, Maie e Usei, anche se dovrebbero essere di centro.
A fare pertanto la differenza anche con questa legge elettorale sarebbero i 161 grillini. Tuttavia la prassi del proporzionale imporrebbe in questo caso al M5s l’onere e l’onore di dover formare un governo e quindi ai grillini di doversi cercare in aula gli almeno 155 deputati necessari per formare una maggioranza. Non è una cosa da poco. Poiché il porcellum ha dato una maggioranza d’ufficio alla coalizione di Bersani, tocca a quest’ultimo rincorrere  Grillo e Casaleggio e rimanere in attesa di un sì o un no come in certi film i gladiatori sconfitti guardavano alla mano dell’imperatore per capire se avrebbero visto la luce del giorno dopo. Con un proporzionale onesto invece chi gode della massima popolarità nell’elettorato avrebbe dovuto farsi subito carico di tutto il peso dell’essere il partito più votato del paese.

mercoledì 6 marzo 2013

Rifondazione e la sconfitta



di Alessandro Pascale
Molti dei compagni che collaborano al Becco sono legati a Rifondazione Comunista, quindi riteniamo utile pubblicare anche una riflessione scritta in prima personale plurale, senza per questo voler legare a Rifondazione tutti gli altri articoli che fanno parte della discussione che abbiamo aperto sul nostro sito.
Gli errori strutturali compiuti dal PRC
Proviamo ad ampliare lo sguardo, a esaminare con un colpo d'occhio la scia lunga dei 20 anni di Rifondazione Comunista in relazione al contesto politico economico italiano. Che cosa emerge? Emerge che essa è stata l'unica forza politica che coerentemente e senza cedimenti non ha ceduto alle lusinghe ideologiche del capitalismo liberista, ideologia che invece ha permeato nella sostanza (chi più chi meno) tutte le altre formazioni politiche italiane. Questo è stato certo un elemento di pregio e lode per il PRC, che ha potuto contare su un apparato ideologico saldo che invece è stato ripudiato con dissennatezza dalle altre anime della sinistra da Occhetto in poi.
Ma se l'intero quadro politico italiano è stato egemonizzato dal liberismo quali conseguenze se ne potevano e dovevano trarre? Principalmente due:
1) che diventava impossibile per un partito comunista allearsi con qualunque di queste forze, quantomeno finchè non fossero cambiati totalmente i rapporti di forza in modo tale da favorire la formazione di una coalizione realmente progressista in cui i comunisti fossero egemoni
2) che in questo panorama le conseguenze culturali potevano diventare solo due: o avrebbe perso di senso la classica distinzione destra/sinistra, in un contesto dove la sinistra veniva percepita in linea maggioritaria in una forza solo apparentemente socialdemocratica (PDS-DS-PD) ma in realtà nei fatti liberista; oppure si sarebbe arrivati a concludere che il bipolarismo era diventato di fatto un gioco di alternanza tra due destre, secondo la definizione data da alcuni importanti autori (Revelli, Cavallaro).

La strada scelta dal PRC a riguardo di questi due punti è sempre stata ambigua e incapace di mantenere per lungo tempo una linea decisa e coerente.
Le cose sono due: o il PRC è stato incapace di capire la portata devastante dell'influsso egemonico esercitato dal liberismo sulle forze socialdemocratiche, oppure non ha avuto il coraggio di far proprie le tesi di Revelli e Cavallaro, ricordando quanti danni queste teorie (che molti, è bene ricordarlo, bollavano come “settarie”) storicamente avessero fatto in contesti storici diversi (mi riferisco agli anni '20-30 quando si denunciavano i traditori socialdemocratici mentre i fascismi infuriavano in tutta Europa).

Da questo errore di analisi primordiale è conseguito l'altro grande problema drammatico del PRC, lo scissionismo, causato in primo luogo (si riguardi il libro di Paolo Favilli, In direzione ostinata e contraria) proprio dalle divergenze tattico-strategiche elettorali. Uno scissionismo favorito dall'aver acconsentito fin dalle origini alla creazione di aree e correnti organizzate, abbandonando quel centralismo democratico che per 40 anni aveva garantito la stabilità del PCI.

Ma lo scissionismo è stato favorito anche da una mancanza grave che ha colpito la gran parte dei comunisti e delle aree, e che rappresenta un'altra sorta di peccato originario della nostra pratica politica: l'aver posto le elezioni come obiettivo strategico invece che meramente come obiettivo tattico. Il quinquiennio 2008-2013 rappresenta da questo punto di vista la casistica più imbarazzante: per due volte, in vista delle elezioni Politiche, si decide di cedere ideologicamente e programmaticamente, mettendo da parte la propria identità, per il mero obiettivo di entrare in Parlamento. Abbiamo dimenticato che il Parlamento è un mezzo, non un fine. Il fine è l'abbattimento dello Stato borghese e il ribaltamento dei rapporti di produzione, la qual cosa non si può ottenere che attraverso un lungo processo di lotte in cui il partito riesca ad inserirsi positivamente, guadagnando così consenso sociale e crescita dell'organizzazione. Quello che abbiamo dimenticato è che un militante ben istruito, volenteroso, onesto e capace di guidare una mobilitazione vale più di 1000 voti ad una tornata elettorale.

Tutto ciò non vuol dire che dobbiamo tutti riversarci in massa nelle sedi di Lotta Comunista, ma che dobbiamo capire che il modo migliore per continuare a stare fuori del Parlamento, per essere invisi alla gente, è pensare solo alle elezioni e ad eleggere dei parlamentari. Non bisogna quindi mai (tanto meno oggi, in Italia, contesto particolarissimo in cui i compromessi politici sono visti come la peste) svendere la propria identità, anima, programma, mettendo in contraddizione la proposta politica con le lotte condotte negli anni.
 L'analisi di fase attuale
Capiti gli errori del passato cerchiamo di capire il presente. In primo luogo le elezioni Politiche segnano una serie di novità clamorose: il definitivo crollo del bipolarismo, con la ribellione di fasce maggioritarie dell'elettorato all'idea di dover accettare passivamente l'austerity imposta dall'Europa liberista.
Quel che ne deriva è però un quadro estremamente instabile sotto ogni punto di vista: politico, sociale ed economico, con la possibilità che si apra lo spazio anche per il ritorno di nuovi (vecchi) paradigmi culturali. Tale oggi è la permeabilità ideologica e la richiesta di radicalità di milioni di italiani.
In questo quadro c'è l'incognita del M5S: esempio di rivoluzione o di reazione/conservazione? Il dibattito in corso si è acceso sulle tesi contrapposte di Franco Berardi e Wu-Ming.
Chi scrive ha più volte denunciato il rischio derivante dal M5S e in particolare dalle personalità di Beppe Grillo/Casaleggio. Oggi è più difficile capire che cosa succederà dentro e fuori dal M5S. La mancanza di una cultura politica comune e la difficoltà di gestire un successo così improvviso e inaspettato, oltre all'impreparazione politica e ideologica della gran parte degli eletti rappresentano fattori di incognita notevoli. Quel che però sarà probabilmente decisivo è capire come si svilupperà la dinamica di potere all'interno del M5S: chi comanderà e deciderà la linea? Saranno i capi Grillo-Casaleggio, leader mai scelti democraticamente, oppure sarà il gruppo degli eletti, seguendo la propria ragione e al limite i suggerimenti del web?
In ogni caso si aprono voragini per i comunisti, se sapranno entrare nelle modalità adeguate in questi processi. Il M5S potrà deludere o stravincere, ma sia nell'uno che nell'altro caso ci sarà bisogno di qualcuno che proponga la radicalità sul tema economico-sociale, con la stessa verve usata da Grillo per il tema legalitario-istituzionale (la casta e i partiti...). 
Negli anni il popolo è caduto vittima di diversi populismi-leaderismi (Berlusconi, Bossi, Di Pietro, Monti, Grillo) ma nessuno di questi ha mai offerto sul piatto una proposta antiliberista, che rappresenta il vero nucleo per la risoluzione dei problemi.
Inoltre sappiamo che la crisi capitalistica in Occidente è lungi dall'essere risolta. Nulla è stato fatto per mettere sotto controllo il settore finanziario-bancario (ne è dimostrazione il caso MPS), l'UE non sembra poter autoriformarsi come dovrebbe, e mentre la disoccupazione e la povertà aumentano è probabile su termini medio-brevi l'esplosione di nuove bolle finanziarie che devasteranno ulteriormente il già fragilissimo tessuto economico. Il malcoltento e le finora moderate proteste di piazza rischiano di accendersi arrivando a livelli di esasperazioni allarmanti. 
I compiti dei marxisti
Parlo non a caso di “marxisti” e non meramente di “sinistra” o “comunisti”, per marcare una differenza importante: coloro che partono dalla conoscenza critica di Marx-Lenin-Gramsci e che oggi guardano sconsolati al panorama italiano si dovrebbero chiedere: che fare? Finora abbiamo sbagliato completamente analisi di fase, prospettive e soluzioni proposte. Siamo stati incapaci di capire le esigenze e le volontà di coloro che intendiamo rappresentare, difendere e guidare alla riscossa. Siamo inoltre coscienti che la situazione non potrà far altro che peggiorare ulteriormente, e vediamo come al momento praticamente non esista un organizzazione capace di affrontare le prossime devastanti crisi sociali e (forse) istituzionali del Paese.
Vale la pena, in un simile contesto, portare avanti il progetto Rivoluzione Civile, ossia il tentativo di concentrare l'azione di costruzione di una sinistra antiliberista all'interno della quale tentare di esercitare un'azione egemonica comunista? Siamo cioè certi che un progetto meno identitario e più allargato sia più attrattivo nel momento in cui perda gran parte della radicalità programmatica necessaria, necessitando inoltre di molto tempo per plasmare una cultura politica comune?
La domanda alternativa è: se siamo allo “stato zero” e tutto è da ricostruire, perchè dedicarsi a Rivoluzione Civile, progetto dai caratteri ambigui fin dalle origini e ormai già screditato, piuttosto che alla ricreazione di un valido partito comunista? Un partito che sappia affrontare, ricordando le pratiche della sua storia, anche eventuali derive autoritarie, di cui non si può del tutto escludere la possibilità per il prossimo futuro.
Quel che pare certo è che serva una nuova radicalità e un'accentuazione della preparazione politica e culturale dei militanti: se è realmente a rischio la democrazia e se la società italiana è ormai così instabile da assegnare diversi milioni di voti ad una serie di populisti padroni dei propri partiti, occorre ragionare sulla possibilità di dare stabilità al partito attraverso un'organizzazione di quadri piuttosto che di massa. Un partito di quadri che in caso di bisogno sia preparato ad affrontare nel modo adeguato le crisi più catastrofiche che potrebbero arrivare a mettere in discussione l'assetto costituzionale della nostra Repubblica.
Ma anche nel caso in cui il quadro non sia così drammatico e sia ancora possibile tentare un alternativo radicamento di massa bisognerà d'ora in poi porre l'accento su una piena conoscenza della teoria che contraddistingue il marxismo (materialismo storico e dialettico), degli assetti moderni e contemporanei dell'economia capitalistica e della società occidentale, oltre che un approfondimento delle pratiche di Resistenza storicamente adottate dal movimento operaio nelle epoche di crisi.
Rifondazione Comunista può bastare per tutto questo? Impossibile dare una risposta, ma una cosa è certa: mi sembra impossibile pensare che un partito comunista, anticapitalista o di sinistra (qualunque strada si scelga) possa sorgere ed avere successo senza l'appoggio e il consenso dell'attuale base di Rifondazione Comunista, la cui esperienza e le cui energie umane, culturali e sociali sono indispensabili e cruciali per qualsiasi progetto di ricostruzione.
La differenza tra una setta e un partito è molto sottile, e sta tutta nel numero e nella capacità attrattiva che è in grado di avere l'organizzazione: puoi avere anche la linea giustissima ed essere coerente per dieci anni, ma se ti seguono 1000 militanti in tutta Italia verrai guardato con compassione e disprezzo e non attirerai quasi nessuno. Se però ti seguono in 100000 verrai guardato con timore e rispetto, stimolando l'interesse e la curiosità per la tua proposta politica.
Quale organizzazione per il futuro?
L'appello che mi sento di fare è questo: tutte le organizzazioni comuniste presenti (PRC, PdCI, PCL, SC, ma volesse partecipare anche la base di SEL ben venga...), convochino i propri congressi e decidano di sciogliersi per riunirsi in una nuova costituente comunista da svolgere assieme a tutti i compagni rimasti per anni fuori dai ranghi. Una costituente da cui esca un'organizzazione puramente di classe, priva di compromessi e dal profilo nettamente alternativo a questo PD (che peraltro si sposterà verosimilmente ancora più a destra con il probabile avvento di Renzi), con una dirigenza completamente rinnovata per marcare la necessaria discontinuità dalle macerie del passato.Un'organizzazione comunista o quanto meno nettamente anticapitalista, che recuperi il simbolo, una teoria, un programma e una prassi che siano tali, che cerchi di riaggregare tutti i compagni comunisti sparsi sul territorio e faccia da sponda per le lotte che continueranno implacabili per i prossimi anni.
Un'organizzazione in cui il correntismo non esista, garantendo piena democraticità interna ma assoluta omogeneizzazione all'esterno: si ritorni quindi al centralismo democratico, si aboliscano le liste bloccate e si torni ai primi anni del Prc quando i delegati ai congressi e i gruppi dirigenti a tutti i livelli si eleggevano con le liste aperte maggiorate (di numero) e le preferenze che la base o la platea congressuale poteva dare liberamente.
Ci si apra però anche alle nuove possibilità offerte dal web e alle nuove esigenze di riforma del partito: si pensi alla possibilità di svolgere sondaggi consultivi tra i propri iscritti sul web per avere un quadro più aggiornato delle istanze e degli umori della base; si introduca la pratica dei referendum tra gli iscritti per le decisioni tattico-strategiche più importanti e per le quali sia possibile decidere per tempo.
E soprattutto: abituiamoci a fare politica senza soldi. Prendiamo in considerazione misure drastiche che ci ridiano piena credibilità (stipendi di dirigenti ed eletti ad ogni livello legati allo stipendio medio di un operaio specializzato, come si faceva una volta...). Accettiamo il fatto che bisogna tornare all'autofinanziamento e che, se questo non dovesse bastare, sarà necessario chiudere alcune sedi e cominciare a riunirci al ristorante, al bar o a casa dei vari militanti. Non respingiamo aprioristicamente le istanze del “partito sociale”, le cui pratiche, se dirette a rafforzare il partito, potrebbero essere importantissime sia in un'ottica sociale che economica.
Forse sto sognando e delirando, ma di una cosa sono abbastanza certo: ormai nella fase in cui siamo non ci rimane niente da difendere. Tanto vale provare a ricostruire quel partito comunista di cui la prossima epoca storica avrà indispensabile bisogno. Bisogna pensare al domani, non all'oggi. L'oggi è morto.