Contatore visite

Il Blog di Rifondazione Comunista di Assisi


mercoledì 6 marzo 2013

Un tetto, pane e diritti. Così Chavez ha mantenuto il patto con il popolo




di Gennaro Carotenuto

Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista. Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto, la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino “socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la cassaforte di politiche sociali generose.
È questo che la sinistra da operetta europea non ha mai perdonato a Chávez. Per la sinistra europea l’America latina è un remoto ricordo di gioventù, non un continente parte della nostra stessa storia. È troppo facile archiviare la presunta anomalia chavista, che è quella di un Continente, l’America latina dove destra e sinistra hanno più senso che mai, ed è necessario schierarsi, come un’utopia da chitarrate estive, Intillimani e hasta siempre comandante. È troppo scomodo riconoscerne la prassi politica nelle due battaglie storiche che Hugo Chávez ha incarnato: la lotta di classe, che portò Chávez, il ragazzo di umili origini che per studiare poteva fare solo il militare o il prete, a scegliere di stare dalla parte degli umili, e quella anticoloniale che ha preso forma nel processo d’integrazione del Continente.
Il consenso, la partecipazione al progetto chavista, si misura proprio nella vigenza, nelle classi medie e popolari venezuelane, di un pensiero contro-egemonico rispetto a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica. I latinoamericani hanno maturato nei decenni scorsi solidi anticorpi in merito. Chávez ha catalizzato tali anticorpi riportando in auge il ruolo della lotta di classe nella Storia, la continuità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Lo accusano di aver usato a fini di consenso la polemica contro gli Stati Uniti. C’è del vero, ma non è stato Chávez a tentare sistematicamente di rovesciare il presidente degli Stati Uniti e non è il dito di Chávez ad oscurare la luna di rapporti diseguali e ingiusti tra Nord e Sud del mondo.
Si conceda a chi scrive il ricordo dell’intervista quasi visionaria che Chávez mi concesse a fine 2004 proprio sul tema della Patria Grande. Sento ancora la forza del suo abbraccio al momento di salutarci. Con lui c’erano Lula e Néstor Kirchner, anch’egli scomparso neanche sessantenne nel momento di massima lucidità politica, dopo aver liberato l’Argentina dalla morsa dell’FMI e restaurato lo Stato di diritto in grado di processare i violatori di diritti umani. Poi vennero Evo Morales e tutti gli altri dirigenti protagonisti della primavera latinoamericana e che a Mar del Plata nel 2005 tutti insieme sconfissero il progetto criminale di George Bush che con l’ALCA voleva trasformare l’intera America latina in una maquiladora al servizio della competizione globale degli USA contro la Cina. Dire “no” agli USA: qualcosa d’impensabile.
Adesso, seppellita la pietra dello scandalo Chávez, tutti sono certi che l’anomalia rientrerà, che Nicolás Maduro non sarà all’altezza, che il partito socialista esploderà per rivalità personali e che la storia riprenderà il proprio corso come se Hugo non fosse mai esistito. Chissà; ma cento volte nell’ultimo decennio i venezuelani e i latinoamericani hanno dimostrato di ragionare con la loro testa. Hanno dimostrato di non voler tornare al modello che hanno vissuto per decenni e che oggi sta divorando il sud dell’Europa. La forza del Brasile di Dilma come potenza regionale ha percorso con successo vari esami di legittimazione. Il processo d’integrazione appare un fatto irreversibile che fa da pilastro all’impedire il ritorno del «Washington consensus». No, una semplice restaurazione non è all’ordine del giorno anche se dovesse cambiare il segno politico del governo venezuelano, cosa improbabile sul breve termine, anche per l’enorme emotività causata dalla scomparsa di un leader così popolare.
Da oggi qualunque governo venezuelano e latinoamericano si dovrà misurare con la leggenda di Chávez, il presidente invitto, quattro volte rieletto dal suo popolo, in grado di sopravvivere a golpe e complotti e che solo il cancro ha sconfitto. Di dirigenti come lui o Néstor Kirchner non ne nascono tanti e il futuro non è segnato.
Ma il suo lascito è enorme ed è un patrimonio che resta nelle mani del popolo.

martedì 5 marzo 2013

Il tempo delle ambiguità è finito


di Fabio Nobile 
Il disastro si è compiuto. La lettura dei dati elettorali offre una, seppur schematica, fotografia del Paese. I partiti che hanno sostenuto le politiche della BCE perdono tutti, insieme ad essi finisce anche l’era del bipolarismo. Dal Pd al PdL la riduzione di consensi in termini assoluti è drastica, rispetto alle politiche del 2008: PdL -40%, Pd -28%. Nella competizione tra le forze maggiormente responsabili del sostegno a Monti, se in termini di voti assoluti il prezzo più alto lo paga Berlusconi, in termini politici a pagarlo è il Pd. Monti, dal canto suo, non riesce a veicolare verso il suo progetto politico quella parte del consenso berlusconiano che porta ad essere il PdL, ancora una volta, l’unica gamba credibile del Partito Popolare Europeo in Italia. E poi c’è Grillo. Il voto al Movimento 5 Stelle è, con ogni evidenza, un voto popolare. Lo slogan “Mandiamoli a casa”, come risposta al degrado di una politica incapace di rispondere ai morsi della crisi economica, ha colpito nel segno. Infatti, seppure nessuna forza politica sia stata in grado di parlare efficacemente della crisi in questa campagna elettorale, è la crisi l’elemento fondamentale che ne ha determinato l’esito. Per farsi un’idea basta guardare il dato grillino in termini di classe. A Roma, ad esempio, in diversi municipi della periferia Grillo arriva al 35%, al centro della città sfiora invece il 17%.

La nostra sconfitta è tutta qui. Queste elezioni evidenziano plasticamente la cancellazione, nella percezione di massa, della sinistra quale espressione del cambiamento. Viene dunque rovesciato il senso dell’anomalia italiana. Dal Paese con il più grande Partito comunista dell’occidente e con la sinistra più forte in Europa e nel mondo capitalista, a quello in cui la situazione è, senza ombra di dubbio, la più arretrata. Il dato elettorale nella sua crudezza è dunque molto limpido.
Un primo elemento, in questo quadro, è l’ormai conclamata cristallizzazione politico-organizzativa delle organizzazioni di classe: talmente autoreferenziali da essere prive di una qualche forma di connessione reale, distanti anni luce dalla propria ragion d’essere sociale. Ad essere stati rimossi sono la sconfitta del movimento operaio degli anni ’80 e quella storica della fine del socialismo reale. E con essi l’incapacità di costruire una nuova sintesi reale tra i comunisti, la sinistra e la realtà sociale di riferimento. Solo con questa chiave interpretativa è possibile leggere gli errori drammatici compiuti nella vicenda degli ultimi cinque anni che ci hanno portato all’ennesima sconfitta. L’autoreferenzialità è il frutto più avvelenato di tali ritardi.
Il passaggio della crisi economica dalla fase latente a quella conclamata nel 2007 ha coinciso con la prima sconfitta della Sinistra Arcobaleno. Da quel momento l’ossessione del ritorno in Parlamento ha fatto perdere di vista la necessità di ricostruire l’essenza progettuale su cui poggiare il lavoro politico. Hanno prevalso logiche politiciste e lo scontro autoreferenziale dei gruppi dirigenti: troppo concentrati a salvare se stessi e ben poco inclini ad un lavoro di ricostruzione di ogni connessione politico-sociale che restituisse fiducia e credibilità alle organizzazioni politiche tra le masse. Non si è stati in grado quindi di rendere percepibile un progetto di cambiamento, il cui fulcro non poteva che essere l’opposizione politica e sociale alle politiche d’austerità. In poche parole si è ritenuto più utile e necessario salvare l’esistente. Da ultimo il corteo del 12 maggio 2012 della Federazione della Sinistra, con 40mila militanti comunisti in piazza, non è stato utilizzato come volano per indicare la potenzialità moltiplicativa di quella generosa iniziativa. Ci si è fermati, inseguendo scorciatoie e rinunciando ad esprimere ogni benché minima capacità di direzione, sul piano politico, ad un malessere che ormai dilagava contro Monti, il suo governo e le forze che lo sostenevano.
Sappiamo poi come è andata a finire: dopo mille peripezie è nata Rivoluzione Civile, il cui profilo politico ha finito però per coincidere con quello del candidato premier. Ad essere percepito è stato dunque il profilo legalitario della coalizione elettorale, a discapito quindi dei temi reali che attanagliano i lavoratori di questo Paese.
Se la rendita della nostra storia può dirsi completamente esaurita, il primo obiettivo oggi deve essere quello di ricostruire un percorso di accumulazione delle forze. Il tema del “che fare” deve quindi trovare risposte immediate ma dal respiro strategico. In primo luogo è necessario partire dalla sostanza. In Italia, come sta avvenendo in tutta Europa, è indispensabile costruire una riaggregazione dei comunisti e della sinistra che sia in grado, senza estremismi e opportunismi, di riorganizzare le forze ponendosi come punto di riferimento per un’alternativa politica, economica e sociale al quadro esistente. Quello spazio è occupato oggi è in gran parte coperto da Grillo. Ma la crisi si aggraverà, vi è dunque il rischio che quell’humus culturale, che esprime modalità e contenuti spesso contraddittori, possa potenzialmente fungere da base di consenso di una futura svolta reazionaria. Oggi il compito dei comunisti e della sinistra è quindi ricostruire gli argini per resistere alla deriva reazionaria che incombe e rilanciare una vera prospettiva di cambiamento contro l’Europa delle banche, dell’austerity e contro il ceto politico che ne esprime gli interessi. Da questo punto di vista chi tra di noi propone l’organicità al centrosinistra accetta la fine dell’autonomia della sinistra di classe. Ovvero accetta l’inesistenza in Italia di una forza che si ponga quale espressione politica autonoma della classe lavoratrice del XXI secolo. In questo modo si propone soltanto un escamotage per far sopravvivere un ceto politico. Chi di converso sostiene di fare l’occhiolino a Grillo non ha chiara la portata del disastro in cui siamo immersi e quanto il recupero del gap che ci separa dal Movimento 5 Stelle passi per la definizione di profilo politico netto e non per un inseguimento codista. Il populismo grillino, infatti, potrebbe causare, già nel breve periodo, contraddizioni importanti nel quadro politico che si è definito. In queste si possono trovare spazi di nuova agibilità per la sinistra. Senza insediamento reale e prospettiva definita, purtuttavia, non si va lontano.
Se è vero che il rinnovamento non può che partire dall’esistente, i gruppi dirigenti di PdCI e PRC è bene che si rendano disponibili a dar vita ad un progetto politico costituente di un nuovo Partito comunista, con rinnovati gruppi dirigenti, aperto ad una relazione organizzata con la variegata realtà della sinistra di alternativa. In questo senso va letta la questione Rivoluzione Civile. Proporre di  andare avanti o smontare tutto è un no sense. Sul terreno della chiarezza della prospettiva a sinistra le parti che restano in R.C. devono mettersi a disposizione di un percorso più ampio attorno ad un orientamento strategico chiaro. Va evitata una seconda FdS fintamente aperta all’esterno, come va evitata un aggregazione meramente elettorale che alla prima difficoltà si sfascia. Il tempo delle ambiguità è finito.

Undici tesi sul risultato elettorale



di Angelo D'Orsi
E ora? Mi aggiro in uno scenario che non mi piace: la fastidiosa sbornia dei vincitori; le grottesche giustificazioni dei perdenti; il silenzio imbarazzato di chi pronosticava tutt’altro esito; e, personalmente, tento di elaborare il lutto, essendo tra coloro che votavano sapendo di essere comunque sconfitti, al di là dei risultati specifici ottenuti dalle liste su cui avessero tracciato il loro segno. Sconfitto, in quanto nessuno dei contendenti esprimeva il mio pensiero, e soprattutto, anche chi sentivo più vicino, aveva scelto procedure e metodi all’insegna di una “vecchia politica” (non trasparente, non democratica, verticistica, e comunque battuta nelle urne) nella costruzione del progetto e nella definizione delle liste. E poiché non faccio il politico, di professione, bensì lo studioso, invece di imprecare, o gioire, o giustificare, provo a ragionare, sulle cause di quella che è comunque una sconfitta forse epocale della sinistra, o almeno di quello che finora abbiamo chiamato “sinistra”. E l’esito della mia riflessione è per me devastante. Mi sento solo, come non mai. Eppure le possibilità di vedere una luce esistono, almeno sul piano della mera logica. Con uno sforzo non indifferente, cerco di fare luce in questa nebbiosa situazione postelettorale. Chiedo aiuto al “Segretario fiorentino”, il grande Niccolò, ricordando che Il Principe – il capolavoro della teoria politica di tutti i tempi – fu da lui scritto esattamente mezzo millennio fa, sulla base dell’esperienza politica diretta, e sulla base della conoscenza della storia: le due fonti del pensiero di Machiavelli: un ausilio indispensabile ancora per riflettere sull’universo politico. E mi perdoni Marx, per il vezzo delle undici tesi.
Prima tesi. Non si sconfigge l’avversario diretto ignorandolo, o usando contro di lui il fioretto.


La campagna elettorale di Bersani, di Vendola, di Ingroia è stata minimalista, sia nelle forme, sia nel contenuto. Tutti e tre, e i loro alleati, sono caduti nell’errore di ostentare un atteggiamento di sicurezza sui risultati, ritenendo non solo fuori gioco Berlusconi, ma non attaccandolo neppure con energia. La campagna “bene educata” l’aveva già condotta Veltroni nella precedente tornata elettorale con i risultati disastrosi che conosciamo. Non si vince facendo le allusioni, le battutine, e nutrendo di metafore il proprio discorso. Ti devi presentare come avversario, non come socio e neppure come condomino. Specie in una contesa in cui l’avversario ti attacca in modo violento. Anzi, in una campagna elettorale l’avversario diventa nemico: e i nemici bisogna “spegnerli”, insegna Machiavelli. La rivoluzione non è un pranzo di gala (Mao), ma non lo è neppure una elezione in un momento drammatico come il presente della storia d’Italia. Ingroia, addirittura, ha commesso il solito errore (un errore storico della sinistra in Italia) di attaccare più spesso e con maggior foga sia i suoi possibili alleati (ossia coloro che poi a giorni alterni invitava all’alleanza), che il nemico n. 1, ossia Berlusconi. Bersani, ha posto sullo stesso piano il PDL e M5S. E ora, nelle lungaggini del trattativismo post-voto sembra essere ancora oscillante, tra i due poli.
In ogni caso è mancata a tutti i candidati del Centrosinistra l’aggressività necessaria, tanto più in una situazione catastrofica come la presente. Nessuno di loro ha saputo essere “lione”; ma, ahinoi, neppure “golpe”: né energia, né astuzia. Quello invece che hanno mostrato Berlusconi e Grillo (Monti era dal canto suo piuttosto patetico, e il Vaticano, massoneria e Confindustria non gli sono bastati a farlo decollare).

Seconda tesi. Mai sottovalutare i contendenti
Non si ignorano, gli avversari, ma non si devono neppure prendere sotto gamba. Machiavelli insegna “prudenza”: che vuol dire tante cose, ma innanzi tutto contezza piena delle situazioni. Capacità di prevenire i danni. Predisposizione di strumenti difensivi contro le avversità.
Bersani ha dato per acquisita la vittoria del PD, e del Centrosinistra. Non ha condotto neppure una vera campagna elettorale. Non ha insistito per la cancellazione del “Porcellum”, convinto che il suo partito sarebbe stato il partito di maggioranza relativa e avrebbe potuto ottenere il meritato premio previsto dalla legge escogitata dal signor Calderoli, uno dei peggiori personaggi che abbiano calcato la scena pubblica italiana; ovvero ha posto barriere insormontabili sulla strada che conduceva alla nuova legge che invano tutti reclamavano (ma che nessun partito a dire il vero auspicava). Con un misto di ingenuità e di utopismo (in barba dunque al realismo machiavelliano, e agli inviti alla prudenza), il buon Bersani si poneva già i problemi tecnici del “dopo” (e per giunta in modo generico, che non dava l’idea di una sicurezza sul dopo, appunto), convinto di esser investito della presidenza del Consiglio sortito dalla nuova Legislatura, ostentante la certezza che l’asse della destra non potesse rappresentare un vero pericolo, né a livello nazionale, né locale, in vista delle Regionali. Questo nasce dall’ignoranza: non si studia, non si può combattere. La sconfitta in Lombardia, più del resto, lo ha smentito in modo clamoroso, rispetto ai proclami di vittoria annunciata. L’insistenza nel disconoscere la natura di movimento organizzato ai “grillini”, l’impiego di questo termine riduttivo, e il chiamare il fondatore giullare, comico, disconoscendone le qualità politiche, e dunque sottovalutandone l’impact factor, è stato un gravissimo errore. Circola in queste giornate postelettorali la fatidica frase di Piero Fassino (uno che di frasi fatidiche ormai ha una bella collezione): “Grillo si fondi un partito, se ne è capace. E vediamo quanto prende!”. No comment.


Terza tesi. In una competizione ci si deve differenziare
In una campagna elettorale, occorre apparire diversi dagli altri contendenti: nei contenuti, nelle parole d’ordine, nelle modalità di comunicazione. E dico apparire, non necessariamente essere. Di nuovo Machiavelli insegna. Il principe deve parere di avere certe virtù… , non necessariamente averle.
Bersani si è differenziato pochissimo da Monti. E anzi ha fatto intendere più volte che si sarebbe alleato con lui, dopo le elezioni, qualsiasi fosse stato l’esito. Essendo il PD reduce da una esperienza di sostegno al governo “tecnico”, che ha fatto una politica ferocemente classista, “di destra”, sarebbe stato tanto più necessario differenziarsi. Sembrava invece che Bersani si ponesse il problema di essere altrettanto tranquillo e sereno del professore bocconiano, e parlava il suo stesso linguaggio, accettava i dogmi del fiscal compact, e usava l’Europa come un comandamento: “Ce lo chiede l’Europa…” ripetuto come un mantra. Berlusconi e Grillo si sono fortemente differenziati, anche con menzogne palesi, con boutades, con provocazioni. Ma si sono fatti “notare”. Ci si può porre in evidenza, senza mentire, ma disegnando il proprio profilo politico in modo netto, e comunicandolo in modo efficace. A Bersani e Ingroia è mancato l’una e l’altra cosa. Perché nessuno dei due, né il terzo dell’area di Centrosinistra, Vendola, ha la statura del “capo”. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Sono tre “brave persone”, degne di stima, ma politicamente modeste, capaci in qualche caso (Bersani da un lato, Ingroia dall’altro) di commettere errori catastrofici: Bersani di sostenere Monti invece di reclamare le elezioni alla caduta di Berlusconi nel novembre 2011 (nel Centrosinistra parlamentare solo Di Pietro lo fece, a suo merito). Oggi, per giunta, il capo deve essere un oratore, un comunicatore, un persuasore. Con quel tanto di capacità di spettacolo necessaria nella politica postmoderna (e postdemocratica), ma con molto sangue freddo e assoluta determinazione a vincere (altrimenti si rimane lontanissimi dal modello idealtipico rappresentato nelPrincipe).


Quarta tesi. Vince chi include non chi esclude, chi allarga non chi si chiude
Differenziarsi, non significa parlare solo a chi è già dalla tua parte: occorre coinvolgere e convincere chi invece non è dalla tua parte, facendo passare il contenuto non lo schieramento. Occorre per vincere allargare il proprio campo, invece di restringerlo con parole d’ordine escludenti (gli errori tipici del massimalismo dei partiti della cosiddetta “sinistra radicale” transitati in Rivoluzione Civile). M5S ha vinto sulla base di questa filosofia politica: allargare e includere. Ora, non c’è dubbio che la sinistra debba differenziarsi da ciò che sinistra non è, ma deve anche compiere uno sforzo di inclusione, prima che di esclusione, di allargamento del proprio bacino elettorale. I referendum vittoriosi del 2011 hanno dimostrato che la sinistra vince quando parla oltre lo steccato del suo “popolo”. Si può vincere perciò solo se si fanno cadere gli ideologismi, pur tenendo fermi i valori e i princìpi. La sinistra in senso canonico è minoranza, e ha intorno a sé un’aura negativa; è la parte perdente, sono gli eterni sconfitti, gli sfigati, quelli tristi, con le donne racchie e così via. La sinistra deve persino smettere di presentarsi come sinistra, ma deve portare avanti contenuti di sinistra. L’acqua pubblica non è forse “di sinistra”? È di sinistra ciò che appartiene a tutti e tutte, che è percepito come “bene comune”, come patrimonio collettivo. Essere di sinistra vuole anche dire interpretare le istanze della comunità, ossia quelle che interessano la stragrande maggioranza della popolazione. Ma fare politica vuol dire cercare di conquistare il potere (Machiavelli, ancora), considerando però il potere non come fine ma come mezzo. Un mezzo per realizzare il bene comune, ossia il bene della polis. Questa è la sfida più ardua, perché il popolo italiano è fatto di individualisti, e soprattutto di individui intesi alla difesa del bene privato. E allora occorre far capire che l’interesse della collettività può identificarsi in quello del singolo: lo Stato che funziona, l’aria respirabile, un fisco equo, e così via. Il messaggio di Berlusconi: noi vogliamo che il cittadino non senta più lo Stato come un nemico, è un messaggio perspicace. Troppo spesso noi tutti sentiamo lo Stato (dal fisco alla polizia) come nemico. Perché la sinistra non ha saputo lanciare un messaggio analogo? I messaggi sul fisco – oggi lo Stato è per la quasi totalità della popolazione italiana, il fisco – del Centrosinistra e della sinistra sono stati balbettanti e incerti, e soprattutto incapaci di intercettare quell’individualismo, in qualche modo lasciarlo “sfogare”; e quindi indirizzarlo verso la comprensione dell’interesse collettivo.
Quinta tesi. La televisione rimane il primo mezzo di formazione delle opinioni della cittadinanza.
La televisione a dispetto degli anatemi di Grillo, conta, eccome! E il successo di M5S è stato determinato anche dalla tv: il fatto che i suoi esponenti rifiutassero, per diktat del capo e indicazione del gran sacerdote, Casaleggio (sul quale è ora di fare un po’ di chiarezza), di partecipare a programmi ha fatto sì che di loro si parlasse sempre e dappertutto, mostrando le immagini del Gesù-Grillo che attraversava le acque, che somministrava sacramenti politici, che teneva omelie incendiarie. Paradossalmente sono stati presenti anche da assenti. E presentissimi, anzi.
D’altro canto, la tv attraverso programmi di intrattenimento o di attualità, sia con i suoi giornalisti, sia con i suoi comici, ha svolto un ruolo decisivo, più che mai, forse. Ricordo: a) La trasmissione Report ha messo di colpo fuori gioco Di Pietro e un intero partito (denunciando, ma non senza incorrere in errori, di fatto irreparabili); b) La trasmissione Servizio Pubblico ha rimesso in gioco Berlusconi in un tornante decisivo della campagna elettorale: la conduzione di Santoro si è tradotto in un straordinario assist a Berlusconi, non contrastato neppure da un avversario storico come Marco Travaglio; c) le imitazioni di Crozza sono state a loro volta assai pesanti nell’orientare l’elettorato: Ingroia ne è uscito massacrato, con una evidenziazione impietosa dei suoi difetti di comunicazione e di convinzione politica; Berlusconi al contrario è apparso un giuggiolone simpatico; d) le scene animaliste (Monti col cagnetto, Bersani col giaguaro) hanno buttato tutto sul piano della burletta, certo non facendo guadagnare consensi ai due candidati; e) nei talk show i candidati del Centrosinistra e di Rivoluzione Civile hanno rimediato sempre pessime performances, ancora una volta sottovalutando la specificità del mezzo. Grillo intanto aggrediva, mordeva, e pure da fuori del piccolo schermo, veniva ogni giorno messo in prima linea. Si parlava di Grillo, si mostrava Grillo, si temeva Grillo, si auspicava Grillo… Era onnipresente e si accendevano i televisori per conoscere la sua ultima impresa, che veniva preparata con annunci e previsioni: ci si chiede, quante persone porterà in piazza il “comico genovese?”…. Che cosa avrà oggi combinato Grillo?!…
Ma la sottovalutazione della potenza della tv ha indotto il Centrosinistra nelle sue due stagioni al potere a sottovalutare il conflitto di interesse, e a non riuscire neppure a portare avanti uno straccio di proposta di legge. Il che ha consentito al Cavaliere Berlusconi di continuare a godere di una posizione dominante che ha facilitato sempre la sua azione in modo abnorme.


Sesta tesi. La politica si fa dappertutto
La sinistra storica sembra aver dimenticato la piazza: a cominciare dalla piazza, intesa come spazio fisico nelle città, ove invece Beppe Grillo, anche grazie alla sua notevolissima energia fisica, alla sua verve comica, al suo linguaggio dirompente, ha giganteggiato. Erano spettatori, i suoi, ma erano anche militanti e sempre più, nel corso delle settimane, veri e propri fedeli: non si ammetteva dissenso; la stessa figura del dissidente era presentata come eretica. Il suo ducismo inquietante per chi, come me, lo guardava dall’esterno, ha avuto effetti interni di compattamento della folla, e della sua trasformazione in forza dirompente. La misura stessa era impressionante, e finiva per galvanizzare i presenti da una parte, ma anche per suscitare ammirazione (e invidia, preoccupazione, turbamento…) negli altri. Sentirsi parte della casa comune, e insieme membri della comunità dava la sensazione dell’invincibilità ai “grillini”; i cittadini diventavano militanti, i militanti fedeli, i fedeli missionari. Siamo tanti, saremo sempre di più, stiamo arrivando, siamo contro, vogliamo fare la rivoluzione…. Fino al mitico: “Arrendetevi!”: linguaggio fascistoide, antiparlamentarismo sciagurato, ma messaggio di straordinaria potenza, in quanto raccoglieva il bisogno di fare tabula rasa, di cancellare la “casta”, di eliminare il regime dei privilegi: era davvero la Piazza contro il Palazzo. O così veniva presentata, con la curiosa aporia che coloro che contestavano il Palazzo stavano cercando di arrivarci, non con l’assalto al Palazzo d’Inverno, ma con il ricorso alle schede elettorali. E che il Movimento era stato pensato da un miliardario e guidato da un altro miliardario. Come la Lega Nord che ha tuonato contro Roma, ma appena ci è giunta si è ben sistemata. O si era sistemata, visto che ora è naufragata, fino alla vittoria dell’orrido Maroni in Lombardia, che è facile presumere darà nuova linfa al verde stinto di un partito in stato comatoso. È evidente che la quasi scomparsa del movimento di Bossi è correlata all’emergere del movimento di Grillo, anche se non sono affatto la stessa cosa: e il popolo del primo non si è travasato, se non in parte, nel secondo. Ma ci sono elementi di inquietante analogia.
Ma Beppe Grillo ha insegnato che la politica si fa anche nella piazza virtuale del Net. E ha saputo sfruttarla in modo efficace e capillare. La sinistra e il Centrosinistra che ormai hanno mostrato di non sapere più controllare le piazze delle città, non hanno peraltro neppure imparato a usare questo strumento con la necessaria e oggi indispensabile abilità. Machiavelli teorizzava la necessità di “milizie proprie”: oggi sono i militanti che si portano in strada, che sanno di combattere per qualcosa che li riguarda profondamente, e li tocca da vicino; la sinistra e il Centrosinistra ha ormai pochissime milizie proprie. Non solo e forse non tanto sul piano fisico, ma soprattutto sul piano dell’entusiasmo. Troppe sconfitte, troppe delusioni, troppa disaffezione, troppo scontento. Se Berlusconi aveva milizie mercenarie (aborrite da Machiavelli), se Monti ha usato milizie ausiliarie (apparati confindustriali e di enti finanziari e così via), la sinistra ha sempre fatto ricorso a “ milizie proprie”. Ma stavolta esse sono state surclassate, per numero, energia ed entusiasmo, da quelle del Movimento di Grillo. Ammettiamolo. E come non pensare che il fortissimo travaso di voti dal Centrosinistra al M5S ne sia una conseguenza e insieme una prova?


Settima tesi. Se ci si presenta come “nuovi”, occorre esserlo davvero (o almeno sembrarlo).
Il “novitismo” è una delle malattie della “postdemocrazia”. Innovare, ringiovanire, cambiare: che cosa? Non sempre si spiega. Ma introdurre l’innovazione nella politica. Tutti vogliono presentarsi come “nuovi”. Ma le forme contano. E Grillo ha innovato il linguaggio nel senso che ha cancellato il lessico della politica tradizionale (perciò anche l’accusa di “antipolitica”) e ha fatto ricorso alla lingua di tutti i giorni, alla lingua del bar, del vagone ferroviario. Una sorta di futurismo eversivo, che parlava di giovani (anche se era portato avanti da un sessantenne), che ha trasformato le forme tradizionali della comunicazione politica in eventi, in serate futuriste, appunto; in spettacolo gratuito e coinvolgente (si ricordi che gli spettacoli di Grillo erano sempre stati a pagamento, e mi risulta neppure a prezzi popolarissimi). Ma senza mai perdere la forza della mobilitazione. Grillo ha saputo far sentire protagonisti i gregari.
Il Centrosinistra si è convinto (o così ha fatto credere) che le primarie (e le “parlamentarie”) fossero la novità dirompente della vita politica italiana. Le quali dietro l’apparenza della democrazia, sono state, a dire il vero, un esercizio feroce di lotte intestine, occasioni di regolamenti di conti, e hanno premiato non i migliori ma coloro che erano capaci di acchiappare, variamente prezzolati, voti (che non si identificano nei consensi), tra amici e parenti, e tra sconosciuti reclutati con modalità assolutamente poco trasparenti. Non ha più osato tirare in ballo la “diversità” comunista, seppellita da un trentennio di scandali, culminati in quello del Monte Paschi Siena. Eppure quella diversità (socialista e poi comunista) era stata una vera carta di identità. Buttata alle ortiche, come l’intera storia di un movimento, e non soltanto di un partito: il movimento del riscatto del popolo. E ci si è baloccati sulle primarie, scimmiottate da un sistema (statunitense) che ha tutt’altro fondamento storico e tutt’altre regole (non ottimali, peraltro!). La diversità è stata cancellata in una pratica amministrativa sempre più priva di motivazioni ideali. E di spinta capace di raccogliere il grido di dolore dei ceti subalterni.
Ad essi, invece, ha mirato a dare voce Rivoluzione Civile. Ma la scarsa trasparenza, e l’assoluta assenza di processi democratici e dal basso – che invece venivano perentoriamente proclamati come segno di “diversità” – ha caratterizzato l’intera operazione guidata, assai male, da Antonio Ingroia, cittadino stimabilissimo, ottimo magistrato, mediocre politico, pessimo comunicatore. Antipatico ricordare le proprie “profezie” e i propri ammonimenti; ma non sono stato certo il solo a mettere in guardia contro procedure non democratiche, non trasparenti, e pratiche della più canonica politica politicistica. Io che ho creduto all’inizio nel progetto da cui è nata RC, ho messo in guardia ripetutamente contro il pericolo di compiere errori che si sarebbero rivelati fatali (ancor prima che nascesse RC, scrissi un promemoria intitolato 21 punti per un politica rinnovata, pubblicato su questo spazio, il 17 dicembre 2012, e raccolto anche subito sul sito del Movimento Arancione). Ma ne sono stato profondamente deluso, come ho già spiegato in un precedente articolo qui (Pensieri di un cittadino perplesso davanti alle elezioni, 17 febbraio). Ci si può presentare come “nuovi” se le facce sono le stesse? Se le liste si formano in modo verticistico e nient’affatto trasparente? Se non si ascoltano i famosi “territori” – che si ripete di voler rappresentare – e si riciclano le intere segreterie dei partiti confluiti nella lista? Se le modalità di comunicazione e le parole della propaganda sono vecchie e stantie?
Per di più quelle parole, e quelle facce, erano state perdenti da anni. Come si poteva immaginare di rovesciare la tendenza, senza cambiare né le une, né le altre?


Ottava tesi. La campagna elettorale si fa su temi concreti e in modo semplice
Bersani, parlando già da capo del futuro nuovo governo, non ha assunto un impegno chiaro su nulla. Ha fatto discorsi, talora alti e nobili, anche con qualche momento di enfasi, che non hanno affrontato i problemi urgenti e drammatici della grande maggioranza della popolazione. Che non hanno fatto che ripetere i temi della famigerata “Agenda Monti”. Che hanno dato per acquisiti una volta per tutte i dettami della Troika che impera sull’Europa. Che non hanno provato a entrare nel vivo di cose banali, eppure essenziali, come il funzionamento dei trasporti e della scuola, come la difesa e la valorizzazione dei musei, degli archivi e delle biblioteche, come la tutela del paesaggio. Il PD ha continuato, come faceva Monti, e come facevano i signori del PDL, e tutta la variegata destra italiana, a dare per scontato il micidiale progetto TAV (come è stato possibile che a Bersani sia uscita fuori una frase, che, per giunta voleva esser spiritosa: “è solo un treno!”?): M5S ha conquistato il suo successo proprio sulla lotta al TAV, che ha capito essere una questione nazionale, di forma e di sostanza. La sua battaglia ha avuto ben maggior successo di quella altrettanto ferma condotta dal PRC e dalla variegata galassia della sinistra extraparlamentare che ora ha tentato invano di ritornare alle Camere. Perché? Forse perché M5S non si è connotato ideologicamente, e ha catturato l’adesione e il sostegno di valligiani e valligiane assolutamente non “di sinistra”, che anzi si spaventano ancora davanti a una bandiera rossa e al simbolo Falce e Martello. E la stessa battaglia Grillo l’ha condotta ovunque ci siano, a dispetto delle cifre fantasmagoriche stanziate per l’alta velocità ferroviaria, condizioni di disagio mostruoso per i viaggiatori “normali”, il popolo bue che non si può permettere di stanziare 30 euro per un viaggio Torino – Milano. Il viaggio sulla Roma-Viterbo del Grillo formato Striscia la notizia, è stato significativo in tal senso, ed è valso forse più di migliaia di manifesti elettorali.
E comunque la concretezza implica la capacità di dare risposte a domande elementari che sono l’oggetto delle chiacchiere quotidiane della gente semplice. Come si può accettare che i treni per pendolari siano schifosi e lenti, e ogni giorno se ne sopprimano decine senza avvertire? Come si deve interagire con i flussi migratori? Come si può tollerare come “imposta legata al possesso” il canone Rai davanti alle milionate erogate nei compensi alla Littizzetto? Non si può rispondere in modo astratto evocando Kant per il diritto all’universale ospitalità, o la bellezza delle tasse, o la validità complessiva del servizio pubblico radiotelevisivo e i suoi costi inevitabili. Occorre che chi fa politica sappia parlare con le vecchine insopportabili perennemente nella sala d’attesa del medico della mutua, e con i pendolari inferociti di Chivasso o di Rho. Grillo l’ha saputo fare. Con demagogia, con artifizi, con prestazioni spettacolari; ma ha saputo cucinare il suo elettorato, e galvanizzare il suo popolo, ogni giorno più ampio.


Nona tesi. In Italia la destra è forte
Forte e irriducibile, perché risponde a interessi precisi e a una diffusa carenza di senso dello Stato. Essere di destra per gli italiani significa badare al proprio particolare: per nobilitarli, contrapponiamo, classicamente, Guicciardini a Machiavelli. Il secondo esprime una tensione alla politica come ricerca del bene comune; il primo una esaltazione dell’interesse privato, del singolo. Le proposte politiche delle formazioni di destra vanno appunto in tale direzione. Io vi toglierò l’IMU. Anzi, restituirò a ciascuno di voi l’importo pagato. La trovata di Berlusconi, l’ultimo suo coup de théâtre intercetta esattamente quel sentimento dell’uomo o della donna che “bada ai fatti suoi”. Forse qualcuno degli elettori che ha votato PDL ha capito che era una trovata, ma l’ha votato perché ha pensato che fosse normale mettere in vendita il proprio voto. Un Paese in cui l’etica pubblica è stata devastata da Berlusconi, ma non è mai stata alta; e il senso dell’interesse comune, è sempre stato debolissimo; una proposta del genere era lecita. O tale è parsa. In Francia, in Germania, in Inghilterra e dappertutto, ben oltre i confini dell’Unione Europea, sarebbe impensabile. Dunque la destra in Italia è forte ed è misera culturalmente, quanto aggressiva politicamente.
Si tratta di una destra diversa da quella europea, che, dovunque, conserva il senso dello Stato, anche se volto magari in un antipatico “interesse nazionale”. Non è neppure assimilabile ai movimenti neonazi. È la destra di chi continua a fregarsene, che anzi non ha mai smesso di pensare “Me ne frego”, anche se non osa più dirlo. Una destra ideologicamente disponibile a capriole, ma sul piano sostanziale fermamente legata a grovigli di interessi privati, da quelli di singoli, a quelli di centri finanziari, laici e religiosi, di gruppi industriali. E spesso collusa con organizzazioni criminali: almeno questo, alla sinistra manca.
Questa destra, con le sue rozzezze spaventose, con i suoi personaggi spesso disgustosi, è stata capace di creare un senso comune, di far credere ai cittadini di essere “tutti sulla stessa barca”, di confondere interessi degli uni e bisogni degli altri, oppressi e oppressori. Questa destra è in grado di unirsi ogni volta che vi sia il rischio di essere battuta dalla sinistra. Da ultimi, Maroni e Berlusconi hanno impartito una lezione di politica al Centrosinistra: si detestavano, si sono insultati, si sono dati reciprocamente il benservito, eppure davanti al rischio fortissimo della vittoria del Centrosinistra alla Regione Lombardia hanno privilegiato che li univa su ciò che li divideva. Il che, tra l’altro, dimostra, ad abundantiam, che la destra non è solo espressione ideologica, ma rappresentanza di interessi materiali: interessi corposi. L’area progressista, se così vogliamo chiamarla, non ha battuto ciglio: ha atteso fiduciosa gli eventi, nella certezza che sarebbero stati favorevoli. Nella campagna elettorale nazionale Bersani e Ingroia si sono reciprocamente rinfacciati voto utile e voto disgiunto, alleanze cercate e rifiutate, e così via, fornendo uno spettacolo penoso all’elettorato.


Decima tesi. La sinistra è debole
Debole, rissosa, autolesionista, al limite del masochismo. Dopo la rottura nel Governo Prodi, seguita dalla fondazione di un altro micropartito comunista, dopo l’espulsione dal Parlamento, abbiamo assistito a una infinita, sempre più triste vicenda di scissioni, faide interne, uscite, rientri, rotture definitive. Una parte della sinistra, dopo la fine del PCI, una fine decisa da una persona (ricordate il prode Achille?), e sostenuta dalla dirigenza, e accettata dalla gran parte della base, disorientata, si è immediatamente tuffata nel gorgo del turbocapitalismo, mentre arrivava addirittura a negare la propria storia e a tentare di smacchiare il rosso della colpa comunistica. Si accettò la logica e il lessico dell’avversario. Si accolse il “Libero Mercato” (che era tutt’altro che libero) e il sacro dogma del Profitto, come unica via. E si introiettarono ipso facto i vizi degli “altri”. La questione morale, morto Enrico Berlinguer, fu rapidamente posta nel sottoscala. Fino ad essere addirittura considerata irrilevante con gli anni Novanta. E nell’età berlusconiana la si perse del tutto di vista. Dall’altro canto, ciò che rimaneva della sinistra che si ostinava a chiamarsi comunista, si consolava con la intelligenza delle proprie analisi, chiudendosi in se stessa, sempre più incapace di dialogare con quel popolo proletario che intendeva rappresentare. E ciascuna delle sue componenti, come sempre, si autorappresentava come un universo chiuso. E detentore della verità. La dis-unità era nei cuori, e nelle menti, prima che nelle organizzazioni.
Gramsci aveva l’ossessione dell’unità. Lenin diceva ai comunisti italiani: separatevi dai socialisti e poi alleatevi con loro. Machiavelli invitava all’unità i sovrani d’Italia per scacciare lo straniero “A ognuno puzza questo barbaro dominio”. Gli stranieri sono i Berlusconi, e i suoi berluscones; i Maroni, e le sue camicie verdi. E così via. O siamo noi. Se non vogliamo accettare anche noi, noi che siamo l’altra parte, anzi l’altra Italia, la logica della secessione (secessione morale, e politica, invece che geografica; e la tentazione, confesso, in me è assai forte), e se la sinistra non vuole rassegnarsi alla chiusura nel museo delle cere, con le sue figurine di album, i suoi ritagli di giornale, le sue canzoni e le sue vecchie gloriose e sdrucite bandiere, che si può fare?


Undicesima tesi. Che fare?
Non mi interessano le epurazioni e le dimissioni reclamate o minacciate. Chi sente di dimettersi lo faccia. Ma non per finta. Onore a Di Pietro, ancora una volta, che ha annunciato subito le sue dimissioni dalla presidenza dell’IDV. Ma questo non è ciò che comunque è necessario, anche se sarebbero gesti apprezzabili (il primo a offrirle dovrebbe essere peraltro Bersani, che ha subito dichiarato che non ha intenzione di “abbandonare la nave!”. Rovesciando il valore morale che noi attribuiamo alle dimissioni in gesto di viltà. Notevole!).
Ma non mi piace la mancata assunzione di responsabilità. Bersani e Vendola non mi pare abbiano detto: abbiamo sbagliato (il secondo si è spinto a proclamare: “missione compiuta”, sfidando coraggiosamente il ridicolo). Quanto a Ingroia addirittura (non diversamente da Crosetto, naufragato con la sua barchetta dei Fratelli d’Italia), ha dato la colpa ai media e…, naturalmente, al PD. Affermazioni siffatte sono persino peggio della sconfitta. (Onore a Pierferdinando Casini, che ha ammesso la sconfitta del suo partitino).
Al di là di queste piccolezze, io credo che occorra ripartire da capo, pur pesti e doloranti; pur laceri e contusi; pur scoraggiati e con l’amaro in bocca e la disillusione nel cuore. Ripartire vuol dire quello che ancora Gramsci (il maggiore interprete-attualizzatore di Machiavelli, non a caso), chiamava “un lento lavorio culturale”. Occorre lavorare per una “riforma intellettuale e morale”, sapendo che le vittorie si costruiscono sui tempi lunghi. E che le scorciatoie, quando non si è guidati da un Vladimir Ilič (!), sono impraticabili. La questione morale trascurata a sinistra è stato invece il cavallo di battaglia vincente di Grillo. La legalità non può essere oggetto di merce di scambio. La Costituzione va difesa anche contro le pretese dei tecnoburocrati europei. E invece, accanto alla questione morale, appunto la legalità costituzionale, è stata obliterata, quasi fossero temi non à la page.
E invece la sinistra che voglia vincere senza rinnegare la sua ragione sociale, deve proporre una politica sostanziata di cultura e prima di chiedere voti occorre costruire una grande pedagogia di massa, che raggiunga uno per uno gli abitanti di questo Paese, li faccia maturare, che sveli cosa si nasconde dietro il velo dell’ideologia, che dia una coscienza a chi non ce l’ha, o la faccia ritornare a chi l’ha smarrita. Se la sinistra radicale vuole sperare ancora, deve davvero fare tabula rasa, e ripartire con modestia e con rigore dal basso. Se la sinistra moderata o l’intero Centrosinistra non vuole regalare al “giullare” Grillo – e al suo confuso interclassismo populistico – l’intero Parlamento, si guardi da ogni collusione con la destra, da ogni cedimento sui princìpi. Non è facendo un governo di “grande coalizione” che si salva il Paese, e soprattutto si salvano i poveri, i lavoratori supersfruttati, i disoccupati, i lavoratori in nero, i precari, i migranti umiliati e offesi, i pensionati che attendono la morte come liberazione dal bisogno.
Il successo di M5S non mi ha fatto gioire, ma è la resistenza e la nuova rinascita di Berlusconi e dei suoi che mi ha angosciato, anche per la cecità della classe politica del Centrosinistra, da Napolitano a Prodi. Può essere uno stimolo, tuttavia, il successo di M5S. Esso ha canalizzato l’indignazione sia pure in un movimento bislacco, che è diventato improvvisamente “di moda”, perché può piacere un po’ a tutti; l’indignazione, da noi, a differenza che altrove, non ha prodotto alcun movimento di protesta di massa. M5S ha dato forme discutibili alla diffusa indignazione, secondo parole d’ordine e analisi certamente estranee alla cultura e alla tradizione politica della sinistra, e ideologicamente per tanti versi, addirittura, etichettabili come “di destra”. Eppure ha raccolto alcune delle istanze degli Indignados e dei movimenti Occupy. È stato il solo a farlo, su un piano di massa. Solo il movimento No TAV nell’Italia degli ultimi anni, ha saputo avere continuità di lotta generale, anche se essenzialmente sul piano locale, e a partire da una battaglia specifica. Il NO TAV nazionale è stato solo un bel desiderio, mai divenuto realtà.
“A ognuno puzza questo barbaro dominio”, scriveva Machiavelli chiudendo Il Principe nel 1513. Ma per liberarsene davvero, quale che sia il nome dello straniero da cacciare o del nemico da spegnere, consapevoli che il berlusconismo sopravviverà a Berlusconi, occorre cominciare a scavare dentro di noi, nelle nostre coscienze, nelle nostre frasi fatte, nei nostri preconcetti e pregiudizi. E buttare via tutto ciò che in qualche modo riconduca alla fatuità volgare, alla disonestà pubblica e privata, all’egoismo, alla vanità. Prestare attenzione ai fenomeni sociali. Interrogare e ascoltare, prima che imbonire e indottrinare (vanamente, peraltro). E così, lentamente, tentare di metter in luce il senso autentico della politica, come ricerca e lotta per realizzare una società in cui valga la pena di vivere. E in cui, prima ancora, sia possibile sopravvivere. Il cammino è lungo e irto di ostacoli.


Ma le elezioni non sono l’unico modo per segnare le tappe del nostro incedere. E dunque non cediamo – noi intellettuali, ma in generale noi che alla sinistra crediamo ancora – alla tentazione di ritirarci nel cenobio. O peggio di badare ai “fatti nostri”. Continuiamo a occuparci, come incitava Sartre parlando della funzione dell’intellettuale, a occuparci dei fatti di tutti.
La lotta, in fondo, è appena cominciata.

Non una resa, una ripartenza


di Claudio Grassi
Sono state dette tante cose su queste elezioni. Ancora tanto si scriverà, visto il vero e proprio terremoto che hanno provocato e visto il quadro politico completamente instabile che hanno determinato. Mi limito ad elencare alcune brevi considerazioni.
Chi ha vinto?
Beppe Grillo e il M5S. 25 per cento. Ben al di sopra delle più rosee aspettative. Raccoglie voti a 360 gradi, dagli elettori delusi del centrodestra, del centrosinistra e della sinistra (in numero maggiore) e tra gli astenuti. È mia opinione che il grosso di questi consensi non siano dovuti ad una condivisione del programma che il M5S ha presentato. È stato invece un voto contro. Contro la politica, contro i partiti, contro la casta, tutti egualmente responsabili dell’attuale disastro. Mandiamoli tutti a casa. L’intreccio tra la crisi economica (che peggiora le condizioni non solo dei ceti sociali più deboli, ma anche di commercianti, artigiani, agricoltori, piccoli imprenditori) e il disgusto provocato da una classe politica che ha continuato a rubare a man bassa è stato il lievito potente di questo consenso. Valutazioni interessanti sono state fatte da Wu Ming sul successo di Grillo
Chi non ha perso?
Berlusconi (e il Pdl). Rispetto alle precedenti elezioni ha perso milioni di voti, ma il confronto va fatto con la situazione disastrosa in cui si trovava un anno fa. Dato per spacciato, è stato capace – e non è la prima volta – di una rimonta eccezionale che lo ha portato a sfiorare come coalizione la vittoria alla Camera. Lo ha fatto come sa fare lui, estremizzando il messaggio, sapendo di poter solleticare da un lato le pulsioni di una parte importante del Paese che evade il fisco (il condono tombale), dall’altro facendo leva sui bisogni materiali di tanta povera gente, promettendole soldi (restituzioni dell’Imu). Il tutto attaccando Monti e prendendo le distanze dalle sue politiche (che pure aveva votato), che hanno prodotto grande disagio nel Paese. Deridere la sua spregiudicatezza e rispondere a questi temi – come ha fatto il Pd – in modo aristocratico è stato uno dei principali errori di Bersani in questa campagna elettorale.
Chi ha perso?
Indubbiamente il Pd e, nel Pd, Bersani. Sicuro di vincere, si è trovato con un risultato che non gli consente di governare il Paese. Il Pd non ha i numeri per governare non solo – come aveva ipotizzato Sel – come coalizione di centrosinistra, ma nemmeno – come aveva sempre sostenuto Bersani – con Monti. Oggi il segretario del Pd si deve umiliare ad inseguire un accordo con Beppe Grillo che – per tutta risposta – lo definisce un “uomo morto” e “faccia da culo”. L’accordo difficilmente si farà e ciò segnerà il tramonto di Bersani, non adatto a guidare il Governo e non più in grado di tenere le redini del Pd dopo una sconfitta così cocente.
Ha perso anche Monti e chi aveva puntato – come l’Economist e i poteri forti europei- ad un Governo Bersani-Monti per dare continuità alle politiche di austerità e rigore.  Il professore della Bocconi non solo ha fallito nel suo obiettivo di fare da calamita tra un pezzo del Pd e un pezzo del Pdl, ma, non essendo i suoi voti determinanti, non può nemmeno giocare da ago della bilancia.
Ma chi ha perso più di tutti siamo stati noi, la lista Rivoluzione Civile. Non solo perché abbiamo raccolto un consenso che nemmeno i più pessimisti potevano lontanamente immaginare, ma perché oltre al risultato negativo vi è (per quanto riguarda Rifondazione Comunista per la seconda volta) l’esclusione dal Parlamento.
Potevamo fare diversamente? Vi era in campo un’altra ipotesi che poteva darci un risultato migliore? Non mi pare. Errori sicuramente sono stati commessi sia nella composizione delle liste, sia nella scelta dei temi su cui ci siamo caratterizzati nella campagna elettorale, ma questi elementi non sono stati determinanti nell’esito del voto. Il dato vero è che non siamo riusciti ad aprirci uno spazio tra la spinta al voto utile del centrosinistra e la forza attrattiva di Grillo nel fare il pieno del voto di protesta.
In sostanza siamo apparsi né carne né pesce. Né pungolo ad un eventuale Governo di centrosinistra, né polo credibile alternativo al centrodestra e al centrosinistra. Può non piacere, ma siamo stati percepiti così.
Il risultato politico di queste elezioni è stato molto negativo per Rivoluzione Civile, ma non si può dire che sia stato positivo per chi ha investito nell’internità al centrosinistra. Nonostante il forte calo del Pd e il nostro insuccesso, Sel non raccoglie minimamente questi consensi, ottenendo un dato di poco superiore al 3 per cento. Penso che i compagni e le compagne di Sel commetterebbero un grave errore se – avendo eletto un buon numero di parlamentari anche grazie ad un mostruoso premio di maggioranza – non aprissero anche loro una riflessione sulle difficoltà che ha incontrato il loro progetto politico e per riaprire un dialogo a sinistra. A maggior ragione in una situazione dove la leadership del Pd, molto probabilmente, passerà da Bersani a Renzi e considerata la buona probabilità che la legislatura appena iniziata si interrompa molto prima della sua scadenza naturale.
Che fare?
Per quanto riguarda Rifondazione Comunista non si può non inquadrare questo dato come la chiusura fallimentare di un ciclo, quello apertosi nel 2008. Forse non aveva tutti i torti chi nel congresso di Chianciano tentò fino all’ultimo che si evitasse quello sbocco. Sta di fatto che il tentativo di rilanciare Rifondazione Comunista non è riuscito, così come non è riuscito il tentativo di costruire – attorno ad essa – la sinistra di alternativa. Basta scorrere i passaggi essenziali: alle elezioni europee del 2009 la lista Prc – Pdci raccolse  il 3,4% e considerammo quel dato non positivo. Alle regionali del 2010 – come Federazione della Sinistra – arretrammo al 2.7%, dato che si confermò alle amministrative seguenti. La Federazione della Sinistra di fronte al passaggio delle elezioni politiche si è divisa nei fatti, nonostante non vi sia mai stato un atto formale di scioglimento. Infine – nonostante le opportunità che ci ha aperto la disponibilità di Ingroia ad accettare di guidare la lista di Rivoluzione Civile (e la presenza aggiuntiva rispetto la Fds di Idv e Verdi) -  il consenso è ulteriormente calato al 2,2%.
A fronte di un bilancio così negativo occorre prendere delle decisioni che non possono essere di semplice manutenzione. Lo deve fare prima di tutto il gruppo dirigente che deve assumersi la responsabilità di non essere riuscito  a raggiungere gli obiettivi che si era prefisso. Non si tratta di una fuga dalla realtà nel momento di massima difficoltà. È l’esatto contrario. Proprio per cercare di salvare un importante patrimonio politico e umano com’è ancora quello rappresentato da Rifondazione Comunista, mostratosi così generoso anche in questa campagna elettorale, dobbiamo fare qualcosa che non può essere riconducibile alla normale amministrazione.
Dobbiamo essere noi per primi a dare un segnale di svolta e di cambiamento. Questo segnale deve andare in due direzioni. Da una parte occorre un ricambio dei gruppi dirigenti. Non esiste nessun partito politico che dopo un numero così significativo di insuccessi non abbia dato vita ad un ricambio. Dall’altra dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che noi da soli non ce la facciamo e che dobbiamo metterci a disposizione – aprendo un dialogo con tutti i soggetti politici, sindacali, di movimento che stanno a sinistra del Pd – per iniziare il percorso che porti alla costruzione di una nuova forza di sinistra alternativa, all’interno della quale far vivere e crescere il patrimonio politico, ideale, umano di Rifondazione Comunista e dei comunisti. Se non affrontiamo di petto questo problema, anche le compagne e i compagni che con grande passione e generosità sono rimasti, rischiano di ridursi sempre di più come sta avvenendo, purtroppo, da anni.
Se siamo d’accordo su questo, le modalità con cui raggiungere questi obiettivi si possono discutere. In ogni caso le decisioni su come procedere debbono essere largamente condivise altrimenti il processo non sarà evolutivo, ma drammaticamente involutivo. E, al punto in cui siamo, non potremmo certo permettercelo.

lunedì 4 marzo 2013

Ha perso il nostro europeismo


di Mimmo Porcaro

La dura sconfitta di febbraio ci ripropone senza mezzi termini la domanda che abbiamo rimosso in questi ultimi anni: perché la cosiddetta sinistra radicale è considerata inutile dai lavoratori e dai cittadini italiani e che cosa deve fare, se può, per tornare ad avere una funzione riconosciuta?
A mio avviso un partito politico, comunque lo si voglia intendere, è davvero un partito serio se sa rispondere non soltanto ai problemi generali di una fase storica (e noi abbiamo ragione da vendere a dire che oggi una prospettiva socialista è più fondata di quanto non lo fosse dieci anni fa…), ma anche alla forma concreta e particolare che questi problemi assumono in un determinato paese o insieme di paesi. Per l’Italia, oggi, il problema della crisi del capitalismo e delle possibili alternative si presenta come problema del rapporto con l’Euro e con l’Europa, e può essere risolto solo accumulando le forze per un’uscita (netta o processuale) dall’Euro e per una ridefinizione dell’Europa come soggetto confederale, politico prima che economico, capace di svolgere una funzione di sviluppo e di mediazione nel contesto dell’inevitabile conflitto multipolare. Non ho modo qui di precisare questa tesi: mi limito a rimandare a quanto scrivono, pur se da diverse prospettive, Emiliano Brancaccio, Bruno Amoroso, Alberto Bagnai ed altri. E a quanto dicono anche molti nostri compagni che, come Bruno Steri o Alfonso Gianni, descrivono con precisione ed acume i limiti strutturali dell’Unione europea, salvo poi ritrarsi di fronte alle conseguenze della loro stessa analisi. E le conseguenze sono che, essendo l’Euro un meccanismo che aumenta le diseguaglianze tra classi e tra territori, e non essendo l’Unione una struttura di ricomposizione politica di quelle diseguaglianze, l’unica strada per costruire – in futuro – la famosa “Europa sociale” è quella di farla finita nel presente con l’Euro, anche se questo comporta inizialmente una rischiosa frattura: l’alternativa, infatti, non sarebbe il rischio, ma la certezza del declino irrecuperabile del paese.Una forza politica degna di questo nome, una forza comunista degna di questo nome, deve quindi rispondere a questo problema: come trasformare la fine dell’Euro nell’inizio di una nuova epoca della società e dell’economia italiana, basata sulla proprietà pubblica, sul controllo civico, sul protagonismo dei lavoratori, e su una autonoma politica estera del paese? Come evitare la gestione di destra dell’uscita dall’Euro, ossia l’accentuazione della dipendenza dagli Usa e l’utilizzo della svalutazione per riprodurre il vecchio modello economico e per impoverire ulteriormente il lavoro? Né Rifondazione Comunista, né tantomeno Rivoluzione Civile si sono poste questo problema, e per quanto possa suonare strano in una discussione che verte (troppo) sugli errori della campagna elettorale e sulle immediate soluzioni politico-organizzative, proprio qui stanno i motivi fondamentali del nostro isolamento dalla società italiana e della ennesima sconfitta: le elezioni sono state infatti perse dagli europeisti, e quindi anche da noi.
Se ci si pensa bene la sinistra radicale perde proprio perché si presenta come tale, ossia come ala estrema di un area che va dal PD alle associazioni civili, passando dai sindacati maggioritari. Nonostante la dura rottura col PD, sancita dalla fine del secondo governo Prodi, noi abbiamo continuato a situarci nello stesso spazio internazionale (l’Europa) e nella stessa base di massa (il movimento sindacale) del PD, tentando di forzare a sinistra sia l’Unione che i comportamenti dei lavoratori organizzati. Ma l’Unione europea non ha nessuna intenzione di trasformarsi nell’ “Europa sociale”, né si vedono movimenti continentali capaci di imporglielo in tempi ragionevoli. Semmai, fioriscono movimenti antieuropeisti che, per quanto spuri e pericolosi, sanno cogliere la “verità” dell’Europa molto meglio del nostro europeismo ideale: e ci dicono con chiarezza che voler occupare il lato sinistro di uno spazio che si muove naturalmente a destra è un assurdo logico prima che un errore politico. Quanto ai lavoratori organizzati, se è vero che questi, quando sono rivoluzionari, sono “la sola classe rivoluzionaria fino in fondo”, è purtroppo anche vero che, normalmente, essi sono moderatamente progressisti, quando non addirittura conservatori o reazionari. Nel nostro paese, almeno a far data dai primi anni ’90, i lavoratori organizzati agiscono di fatto – nonostante alcuni sussulti – come classe di sostegno del capitalismo europeista: anche per questo, se in condizioni normali si concedono a volte il lusso di optare per la posizione radicale, in condizioni di crisi, ed almeno fino al precipitare rovinoso di quest’ultima, si compattano naturalmente (a differenza di quello che amiamo sperare) attorno all’organizzazione più grande e apparentemente più sicura. E se proprio la rabbia li spinge fuori dal recinto, li fa muovere, insieme ai lavoratori precari ed individualizzati, non verso l’ala estrema del loro abituale schieramento, ma verso quella più lontana. O PD o Grillo, insomma. Noi siamo rimasti in mezzo: troppo radicali per gli euro-fedeli, troppo moderati per gli anti-euro, né carne né pesce. La fretta, l’indeterminatezza della campagna elettorale, le continue oscillazioni nei confronti del PD, il carattere spesso raffazzonato delle liste hanno fatto il resto: ma il più era già stato fatto, e da tempo.
Possiamo recuperare? Forse sì. Nulla è definito, tutto è in movimento, e chi oggi sta con Bersani o con Grillo, domani potrebbe avere amare sorprese. Inoltre nessuno, ma proprio nessuno, sa individuare le soluzioni necessarie al paese come lo si può fare dalla nostra prospettiva: espropriare i privatizzatori, nazionalizzare i grandi gruppi, creare posti di lavoro qualificati attraverso l’intervento pubblico, fondare l’innovazione sulla democrazia industriale, rifondare la democrazia sul controllo civico dell’economia e della politica son cose che possiamo argomentare e proporre solo noi, son cose che mostrano come un’ipotesi di transizione socialista non scaturisca da una vecchia ideologia ma dalle esigenze oggettive del nostro sistema sociale e produttivo. Son cose che, tradotte in un linguaggio accessibile, mutuato dal discorso quotidiano (sicurezza, lavoro subito, dignità del lavoro, dignità del paese, cacciamo la vera casta…), possono soddisfare anche quel bisogno di vero radicalismo che negli ultimi anni abbiamo deluso e che sarà il protagonista della nuova stagione della politica italiana.
Possono farlo a condizione di essere dette fuori dagli spazi in cui ci siamo mossi in questi ultimi anni. Fuori dall’europeismo, appunto – ma anche fuori dall’antieuropeismo “ipotetico” di chi, come Grillo e Berlusconi, dice e non dice, minaccia e ritratta e si prepara così ad una gestione irresponsabile dell’ exit strategy. Fuori dal patto col Centro-sinistra, lavorando piuttosto ad una rottura del PD. Fuori dalla relazione esclusiva coi sindacati maggioritari, valorizzando il sindacalismo di base e soprattutto intercettando i lavoratori nei loro momenti di mobilitazione autonoma, come lavoratori e come cittadini. Fuori dall’idea che il pur decisivo rapporto con la società civile risolva in sé il problema del rapporto col “popolo”. E fuori dall’equivoco per cui ogni pur giusta coalizione deve tradursi in un annacquamento delle nostre più efficaci idee, che sono – sarà un caso? – proprio quelle che derivano da una rielaborazione della nostra migliore tradizione.

Forse, in fondo, si tratta solo di diventare comunisti.

venerdì 1 marzo 2013

Capire per cambiare.


di Roberto Gramiccia

Mantenere la lucidità in questi momenti non è facile. Ma bisogna farlo. E allora, consapevole della complessità di un’analisi esaustiva del voto che rinvio ad altre e più autorevoli sedi, vorrei limitarmi a dire  una cosa soltanto, preceduta da qualche considerazione preliminare. Il pessimo risultato elettorale che Rivoluzione civile ha ottenuto è sicuramente dovuto al nodo scorsoio nel quale la lista Ingroia è rimasta strangolata: quello costituito del voto utile al Pd e  dal terremoto di consensi che Grillo è riuscito a scatenare. Questo è vero. Ma non basta a spiegare il nostro fallimento. Col senno di poi ora sono tutti pronti a parlare di una “sconfitta annunciata”. Ma si tratta di discorsi a vanvera.
Era diffusa, invece, la convinzione che – ferma restando una pressoché certa, grande affermazione di Grillo -  Ingroia ce l’avrebbe fatta a superare il quorum, almeno alla Camera. Come era diffusa la convinzione che Berlusconi, nonostante la rimonta al fotofinish, sarebbe, se non scomparso di scena, sicuramente stato inchiodato ad un risultato destinato ad annunciare la sua uscita di scena. Così come era prevista un’affermazione significativa di Ingroia in Campania e in Sicilia e almeno un testa a testa fra Ambrosoli e Maroni in Lombardia. Ora niente di tutto questo è accaduto e la linea Maginot ha ceduto lungo tutta la sua estensione.
Non si è sbagliato tanto nel non prevedere l’affermazione di Grillo, di cui in realtà è sfuggita piuttosto l’entità. Si è sbagliato nel ritenere archiviata la pratica del centrodestra che invece, se pur molto ridimensionata, è tutt’altro che uscita di scena, insieme al suo inossidabile e imperturbabile generale in capo. Ora io penso che sicuramente la ragione principale di questo risultato dipenda dal combinato disposto della grande sofferenza a cui la crisi sottopone il paese e dall’assoluto disgusto che ormai la politica e i partiti suscitano nella gente. Ma questo ancora una volta, pur essendo sacrosanto, non basta. Perché se bastasse allora, anche se in parte minima,  la lista di Rivoluzione civile avrebbe dovuto essere premiata, non fosse altro che per la radicalità delle sue proposte in difesa della legalità, del tenore di vita e dei diritti delle fasce più deboli. Ci si dirà: ma Rivoluzione civile aveva dentro i partiti. E la gente oggi detesta i partiti. Sarà anche vero. Ma allora perché un centrodestra pieno di partiti e partitini, guidato da un leader sulla cui impresentabilità e diventato persino ozioso intrattenersi, è arrivato testa a testa con un PD  che tutti davano per vincente?
Del resto lo stesso trionfo di Grillo, se pur annunciato, ha assunto proporzioni (apparentemente) irragionevoli e assolutamente inedite in ragione dell’abituale vischiosità dell’elettorato italiano. Senza considerare l’obiettivo rischio corso da milioni di elettori che hanno affidato il loro voto proprio a Grillo, non potendo non mettere in conto l’ingovernabilità che un suo grande successo avrebbe prodotto, con rischi tangibili per i destini personali di tutti, visti i legami ormai diffusamente noti fra l’andamento dei mercati e le dinamiche della politica.
Un voto di protesta quindi. Ma anche un voto molto rischioso espresso da un sacco di gente disomogenea negli orientamenti, pur se sarebbe sbagliato non coglierne una vocazione forse maggioritaria verso istanze di sinistra. Ma fra enormi contraddizioni comunque. Con posizioni contro il sindacato, contro i figli dei migranti nati in Italia, contro qualsiasi tradizione di sinistra e antifascista, sfasciste, allergiche a qualsiasi forma di alleanza,  di ragionevolezza e ponderazione nella scelta delle opzioni di politica economica. A proposito della supposta democrazia dal basso, poi, quella garantita dell’uso del blog di Grillo e dalla rete, se pur  va rispettata e meglio studiata, non può sostituire sic et sempliciter le istanze intermedie di gestione e di controllo del potere democratico. L’assoluta orizzontalità del sistema finisce per fornire un’apparente condivisione delle decisioni, che in assenza di intermediazioni, di pesi e contrappesi, finisce per regalare il potere decisionale a due persone soltanto, come è accaduto per Grillo e Casaleggio. Quindi anche quella della democrazia è una falsa pista.
Ma allora perché è accaduto quello che è accaduto.
Ebbene, penso che, al netto della storia dei nostri errori politici che sono tanti e rilevanti e anche al netto degli errori e degli “orrori” commessi dal PD e da SEL la cui responsabilità non va sottaciuta, le ragioni di questo voto abbiano, nonostante le apparenze, una natura prevalentemente antropologica e culturale. Intendo dire che almeno due terzi dell’elettorato pur aderendo a ben diverse proposte politiche hanno dimostrato di essere sensibili ad eguali ed opposte sollecitazioni di pancia. Da un lato le false promesse del Caimano che hanno attecchito su un terreno di desertificazione morale e di cinismo spaventoso, a fronte del quale diventano edificanti persino le vestigia della vecchia DC. Dall’altro la propaganda casinista, velleitaria e iperdemagogica di Grillo, che pur facendo leva su sentimenti sicuramente più nobili e attingendo oggettivamente a una cultura antagonista in parte connotata a sinistra,  ha mostrato palesemente ciò che era a chi avesse avuto la capacità di giudicarlo.
Che cos’è che unisce i poli di queste due realtà? E’ la regressione culturale che connota i tratti di una mutazione antropologica annunciata da Pasolini fin dagli anni Settanta e che, oggi, è venuta pienamente a maturazione a causa di una serie di motivi che non è il caso di indagare qui. A fronte di questa regressione la plausibilità, la congruità, la credibilità stessa dei programmi elettorali ha perso completamente senso. Non interessa più a nessuno. E infatti chi ha deciso di votare non lo ha fatto leggendo i programmi. Altrimenti Ingroia avrebbe preso almeno il 10%. Lo ha fatto in maniera istintiva facendo capo o a interessi elementari o a stati d’animo. Quello che ha fatto vincere Grillo è quel “vaffanculo” rimbalzato di televisione in televisione  che, ogni sera per settimane, ha dato voce concreta agli stati d’animo di milioni di persone che con lui hanno finito per stabilire un rapporto empatico, fondato quasi unicamente su questa liberatoria parolaccia. Grillo ha avuto il grande merito di dare voce al risentimento della gente, con essa cioè è riuscito a stabilire quella che Gramsci avrebbe definito una vera e propria “connessione sentimentale”. Di questo sarebbe sciocco non dargli atto. Quello che ha fatto vincere Berlusconi è, più prosaicamente, il peso di bugie che appaiono persino irriferibili non solo per la statura morale di chi le ha dette ma per la loro intrinseca, grottesca insostenibilità.
Va detto chiaramente che questa analisi, condotta per ora a spanne, non ci assolve dalle nostre responsabilità perché i lineamenti di quella che ho chiamato una vera e propria mutazione antropologica erano noti da tempo, come era noto il ruolo e il peso del sistema dell’iper-comunicazione, attraverso il Web e le televisioni, nel condizionamento delle sue dinamiche. Il nostro modo di porci non ha intercettato nessuna delle esigenze espresse da una crisi che evidentemente interessa il portafogli della gente non meno che le sue coscienze. Il profilo di questa analisi, quindi, non può assumere una fisionomia para-assolutoria ma, al contrario, deve stimolarci a quell’autocritica necessaria a correggere i nostri errori e i nostri atti. Prima che sia troppo tardi.